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(reuters)

Ue, messaggio a Usa e Cina

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La scommessa di von der Leyen:  gestire le trasformazioni epocali e riconquistare leadership grazie all’unità ritrovata  
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Ursula von der Leyen ha disegnato ieri una Ue che si tinge di verde e che scommette tutto sulla propria capacità di diventare leader mondiale nelle trasformazioni epocali che stiamo già vivendo. Il Parlamento europeo l'ha premiata con una maggioranza di due terzi dei voti. Solo l'estrema destra e l'estrema sinistra le hanno detto no, mettendo insieme appena un quinto dei deputati.

Ma quello a cui abbiamo assistito ieri è un evento che va molto al di là del varo di una nuova Commissione europea, fatto di per sé già importante perché l'esecutivo comunitario determina il 70 per cento delle legislazioni nazionali, compresa quella italiana.

La fiducia del Parlamento alla Commissione von der Leyen sanziona un cambiamento profondo del paradigma politico, un ribaltamento della dialettica che determinerà le grandi scelte strategiche dei prossimi anni, una drastica ridefinizione dello spartiacque che nell'immediato fu…
Ursula von der Leyen ha disegnato ieri una Ue che si tinge di verde e che scommette tutto sulla propria capacità di diventare leader mondiale nelle trasformazioni epocali che stiamo già vivendo. Il Parlamento europeo l'ha premiata con una maggioranza di due terzi dei voti. Solo l'estrema destra e l'estrema sinistra le hanno detto no, mettendo insieme appena un quinto dei deputati.

Ma quello a cui abbiamo assistito ieri è un evento che va molto al di là del varo di una nuova Commissione europea, fatto di per sé già importante perché l'esecutivo comunitario determina il 70 per cento delle legislazioni nazionali, compresa quella italiana.

La fiducia del Parlamento alla Commissione von der Leyen sanziona un cambiamento profondo del paradigma politico, un ribaltamento della dialettica che determinerà le grandi scelte strategiche dei prossimi anni, una drastica ridefinizione dello spartiacque che nell'immediato futuro dividerà i vincenti e i perdenti nella sfida globale. Non capirlo adesso, o peggio ancora cercare di lottare per rimandare indietro l'orologio della storia, come vorrebbe fare la destra sovranista della Lega e di Fratelli d'Italia, vuol dire condannarsi ancora una volta all'isolamento e alla marginalizzazione.

La svolta, cui Ursula von der Leyen darà un volto e il vicepresidente Frans Timmermans una filosofia, è maturata gradualmente negli ultimi anni soprattutto tra i Paesi del Nord Europa che sono molto più avanzati in materia di competitività, educazione, ricerca, digitalizzazione e applicazione delle nuove tecnologie. Non è un caso che questa nuova Ue abbia una presidente della Commissione tedesca, tre vicepresidenti esecutivi che vengono da Olanda, Danimarca e Lettonia e un presidente del Consiglio europeo belga.

Il punto di svolta è stato quando Angela Merkel, e con lei una buona fetta dell'establishment tedesco, ha capito che l'idea a lungo accarezzata di fare la quarta rivoluzione industriale in un solo Paese, la Germania appunto, era puramente illusoria. Per mantenere la leadership, o quantomeno un rango di prim'attore tra Cina e Stati Uniti sul fronte ambientale e tecnologico della nuova ondata di globalizzazione che si prepara, la Germania ha, e avrà, più bisogno che mai di mobilitare tutto il peso dell'Europa.

Quella che è cominciata ieri è una nuova avventura. Dalla nave che è salpata con von der Leyen al timone non si può scendere: si può sedere sul ponte di comando, oppure si può stare a fare zavorra. Tutto dipende da quanto la classe politica e dirigente dei vari Paesi saprà capire la portata del cambiamento in corso.

Negli ultimi trent'anni l'avventura che l'Europa si è giocata con la moneta unica è stata l'alleggerimento del ruolo pubblico nell'economia, l'aumento dell'efficienza amministrativa e della competitività dei sistemi Paese, la transizione verso una società post-industriale. L'Italia è salita a bordo, ma non ha mai capito quale fosse la direzione del viaggio. Paghiamo quell'errore con una continua perdita di produttività, una crescita economica inesistente, un debito pubblico che è il più alto d'Europa e una larga fetta della nostra classe politica che predica un impossibile ritorno al passato facendo appello alla parte meno evoluta del Paese.

Con la Commissione von der Leyen la sfida cambia e la posta è ancora più elevata. In discussione questa volta non sono solo i parametri pubblici della politica e dell'economia, ma anche quelli privati dei nostri comportamenti individuali quotidiani, della nostra personale capacità di adeguarci, studiando e cambiando, ai mutamenti sociali che si stanno preparando.

Nell'eterna contesa tra cultura metropolitana e cultura provinciale, tra chi guarda al futuro e chi rimpiange il passato, tra globalisti e nazionalisti, la Commissione von der Leyen segna la vittoria dei primi, come del resto hanno sancito le ultime elezioni europee.

Ancora una volta il Nord Europa arriva più preparato di noi a questo appuntamento. Ancora una volta l'Italia dovrà misurare il ritardo, prima ancora culturale che tecnologico, da recuperare.

Ma se le immagini di Venezia allagata e di Genova senza più autostrade stanno diventando il simbolo universale dell'urgenza di questa nuova rivoluzione, il nostro Paese deve saper offrire alla nuova avventura europea qualcosa di più che un cattivo esempio.