Salva-Stati, una partita che richiede serietà
Massimo Giannini , di MASSIMO GIANNINITra complicazioni tecniche e implicazioni politiche, il Meccanismo europeo di stabilità è una questione troppo importante per essere lasciata nelle mani degli apprendisti stregoni
Fondo Salva-Stati o Macchina Strozza-Governi? Mutualizzazione delle crisi finanziarie o "congiura contro l'Italia"? Servirebbe il Veni Creator Spiritus che i padri costituenti invocarono nel '47, per discutere in modo sereno del Meccanismo europeo di stabilità. Servirebbe una classe dirigente responsabile, per ragionare sul rapporto costi/benefici di questo strumento comunitario senza cadere negli opposti estremismi. Da una parte le isterie sovraniste e complottarde dell'ultra-destra, dall'altra le professioni di cieca fede europeista della sinistra. In mezzo, l'irresolutezza dei pentastellati, indecisi tra il richiamo della foresta gialloverde e il canto della sirena giallorossa. Purtroppo la propaganda impazza, in un Parlamento che un giorno si trasforma in un ring di wrestling (dove volano sedie e cazzotti) il giorno dopo diventa un set di C'è posta per te (dove fioccano proposte di matrimonio). Eppure, tra complicazioni tecniche e im…
Fondo Salva-Stati o Macchina Strozza-Governi? Mutualizzazione delle crisi finanziarie o "congiura contro l'Italia"? Servirebbe il Veni Creator Spiritus che i padri costituenti invocarono nel '47, per discutere in modo sereno del Meccanismo europeo di stabilità. Servirebbe una classe dirigente responsabile, per ragionare sul rapporto costi/benefici di questo strumento comunitario senza cadere negli opposti estremismi. Da una parte le isterie sovraniste e complottarde dell'ultra-destra, dall'altra le professioni di cieca fede europeista della sinistra. In mezzo, l'irresolutezza dei pentastellati, indecisi tra il richiamo della foresta gialloverde e il canto della sirena giallorossa. Purtroppo la propaganda impazza, in un Parlamento che un giorno si trasforma in un ring di wrestling (dove volano sedie e cazzotti) il giorno dopo diventa un set di C'è posta per te (dove fioccano proposte di matrimonio). Eppure, tra complicazioni tecniche e implicazioni politiche, il Mes è una questione troppo seria per lasciarla nelle mani degli apprendisti stregoni. Invece arriviamo all'appuntamento nel peggiore dei modi: troppo tardi, troppo male.
Sul piano tecnico i dubbi da dissipare sono tanti. Il Meccanismo europeo di stabilità potrà concedere prestiti "precauzionali" ai 19 Stati dell'Eurozona che, per prevenire una crisi esogena, ne fanno formale richiesta, impegnandosi a rispettare le cosiddette "condizionalità": non devono trovarsi in procedura d'infrazione e devono aver rispettato i vincoli del Patto di stabilità. Al momento, i Paesi che non soddisfano questi requisiti sono 10 (i soliti, oltre all'Italia, la Spagna, il Portogallo, la Grecia). Dunque, c'è un primo arcano da svelare: se fai parte del Club Med e hai bisogno di un prestito perché temi una crisi, non puoi ottenerlo perché non hai i requisiti, mentre se sei un Paese del Nord puoi riceverlo, anche se non ne hai bisogno perché sei già fiscalmente "virtuoso"? Pare una specie di "Comma 22". Ma allora a che serve il Mes? Ha ragione chi sostiene che è utile solo alla Germania per ottenere finanziamenti alle proprie banche ed evitare contagi con i Paesi in crisi? Oppure hanno ragione quelli che sostengono che è invece un primo passo verso un sistema mutualistico europeo?
Negli ultimi mesi di trattativa Germania e Olanda hanno provato a inserire nelle "condizionalità" anche la ristrutturazione automatica del debito. Se un Paese in difficoltà chiede un prestito del Fondo scatta un abbattimento forzoso del valore dei suoi titoli di Stato in possesso dei privati. Per l'Italia, con un debito al 134% del Pil detenuto al 70% dagli stessi italiani, sarebbe una rovina. E allora, ha ragione Carlo Cottarelli, a temere che questa significherebbe una maxi-patrimoniale che dimezzerebbe i risparmi delle famiglie e distruggerebbe i bilanci delle banche (che hanno in pancia 400 miliardi di Btp)?
Conte e Tria si sono battuti per evitare l'automatismo. E ci sono riusciti, come confermano Moscovici e Scholz. Ma c'è ancora un altro nodo da sciogliere. Per un Paese in affanno questo sistema implicherebbe comunque una potenziale ristrutturazione del debito ex ante (per esaudire le condizioni necessarie a ottenere il prestito). Dunque, ha ragione Alessandro Penati quando scrive che per i mercati basterebbe questa "percezione" a innescare un'ondata di vendite dei Bond di un Paese "debole" e a produrre proprio il disastro che si voleva evitare, cioè crisi del debito sovrano, crac delle banche e uscita dall'euro? E ancora, ha ragione il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco, quando parla di "piccoli e incerti benefici di un meccanismo per la ristrutturazione dei debiti", di "enorme rischio che il semplice annuncio della sua introduzione inneschi una reazione a catena" e di "terribili conseguenze del coinvolgimento dei privati nella risoluzione della crisi greca"?
Basta questo a capire quanto sia alta la posta in gioco. E siamo al piano politico. Si può trovare risposta a questi interrogativi, accusando Conte di "tradimento della Patria", invocando a sproposito l'intervento di Mattarella e azionando gli scellerati motori della ruspa sovranista, come fanno Salvini e le sue truppe assatanate? Non si può, per due motivi. Il primo motivo è la decenza: del Mes aveva parlato Tria all'Eurogruppo del 3 dicembre 2018, ha discusso il Consiglio dei ministri il 21 dicembre 2018 e il 27 febbraio 2019, hanno dibattuto le Camere il 19 giugno 2019. Capitan Mitraglia non poteva non sapere. E se non ha saputo, o era già preda dei fumi alcolici del Papeete, o è ignorante, o è in malafede. Il secondo motivo è l'intelligenza: se vogliamo fugare tutti i dubbi del Paese e del Parlamento, com'è giusto, non serve vomitare insulti sul premier, prendere a sportellate le istituzioni, fomentare le paure eurofobiche degli italiani.
Vanno evitati gli errori del passato: il pareggio di bilancio nel 2012 e la direttiva sui salvataggi bancari nel 2015 (votati all'unanimità, salvo poi scatenare una surreale caccia al colpevole negli anni successivi). Urge una scelta consapevole. L'accordo sul Mes si può firmare e votare, dopo averne compreso tutti gli effetti e dopo aver ottenuto tutte le garanzie. Oppure si può respingere con un veto in Europa, ma avendo chiare le conseguenze in termini di isolamento diplomatico. Ben vengano tutti i chiarimenti e le rassicurazioni che Conte dovrà fornire alle Camere lunedì. In palio ci sono la stabilità e la credibilità del Paese: questioni capitali, che non si possono ridurre a una rissa istituzionale, se non addirittura giudiziaria, tra il capo del governo e il Masaniello dell'opposizione.
Questo vale anche per Di Maio, ministro degli Esteri fantasma. Sul Mes (come su regionali e fondi ai partiti, prescrizione e manovra) la stella polare deve essere solo l'interesse nazionale. Se invece anche questo diventa un pretesto per tenere sotto schiaffo Conte, mandare a sbattere Zingaretti e riaprire il forno con Salvini, alla fine perderemo tutti. E ancora una volta si consumerà il Grande Inganno del populismo moderno: danneggiare il popolo, in nome del popolo.
Sul piano tecnico i dubbi da dissipare sono tanti. Il Meccanismo europeo di stabilità potrà concedere prestiti "precauzionali" ai 19 Stati dell'Eurozona che, per prevenire una crisi esogena, ne fanno formale richiesta, impegnandosi a rispettare le cosiddette "condizionalità": non devono trovarsi in procedura d'infrazione e devono aver rispettato i vincoli del Patto di stabilità. Al momento, i Paesi che non soddisfano questi requisiti sono 10 (i soliti, oltre all'Italia, la Spagna, il Portogallo, la Grecia). Dunque, c'è un primo arcano da svelare: se fai parte del Club Med e hai bisogno di un prestito perché temi una crisi, non puoi ottenerlo perché non hai i requisiti, mentre se sei un Paese del Nord puoi riceverlo, anche se non ne hai bisogno perché sei già fiscalmente "virtuoso"? Pare una specie di "Comma 22". Ma allora a che serve il Mes? Ha ragione chi sostiene che è utile solo alla Germania per ottenere finanziamenti alle proprie banche ed evitare contagi con i Paesi in crisi? Oppure hanno ragione quelli che sostengono che è invece un primo passo verso un sistema mutualistico europeo?
Negli ultimi mesi di trattativa Germania e Olanda hanno provato a inserire nelle "condizionalità" anche la ristrutturazione automatica del debito. Se un Paese in difficoltà chiede un prestito del Fondo scatta un abbattimento forzoso del valore dei suoi titoli di Stato in possesso dei privati. Per l'Italia, con un debito al 134% del Pil detenuto al 70% dagli stessi italiani, sarebbe una rovina. E allora, ha ragione Carlo Cottarelli, a temere che questa significherebbe una maxi-patrimoniale che dimezzerebbe i risparmi delle famiglie e distruggerebbe i bilanci delle banche (che hanno in pancia 400 miliardi di Btp)?
Conte e Tria si sono battuti per evitare l'automatismo. E ci sono riusciti, come confermano Moscovici e Scholz. Ma c'è ancora un altro nodo da sciogliere. Per un Paese in affanno questo sistema implicherebbe comunque una potenziale ristrutturazione del debito ex ante (per esaudire le condizioni necessarie a ottenere il prestito). Dunque, ha ragione Alessandro Penati quando scrive che per i mercati basterebbe questa "percezione" a innescare un'ondata di vendite dei Bond di un Paese "debole" e a produrre proprio il disastro che si voleva evitare, cioè crisi del debito sovrano, crac delle banche e uscita dall'euro? E ancora, ha ragione il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco, quando parla di "piccoli e incerti benefici di un meccanismo per la ristrutturazione dei debiti", di "enorme rischio che il semplice annuncio della sua introduzione inneschi una reazione a catena" e di "terribili conseguenze del coinvolgimento dei privati nella risoluzione della crisi greca"?
Basta questo a capire quanto sia alta la posta in gioco. E siamo al piano politico. Si può trovare risposta a questi interrogativi, accusando Conte di "tradimento della Patria", invocando a sproposito l'intervento di Mattarella e azionando gli scellerati motori della ruspa sovranista, come fanno Salvini e le sue truppe assatanate? Non si può, per due motivi. Il primo motivo è la decenza: del Mes aveva parlato Tria all'Eurogruppo del 3 dicembre 2018, ha discusso il Consiglio dei ministri il 21 dicembre 2018 e il 27 febbraio 2019, hanno dibattuto le Camere il 19 giugno 2019. Capitan Mitraglia non poteva non sapere. E se non ha saputo, o era già preda dei fumi alcolici del Papeete, o è ignorante, o è in malafede. Il secondo motivo è l'intelligenza: se vogliamo fugare tutti i dubbi del Paese e del Parlamento, com'è giusto, non serve vomitare insulti sul premier, prendere a sportellate le istituzioni, fomentare le paure eurofobiche degli italiani.
Vanno evitati gli errori del passato: il pareggio di bilancio nel 2012 e la direttiva sui salvataggi bancari nel 2015 (votati all'unanimità, salvo poi scatenare una surreale caccia al colpevole negli anni successivi). Urge una scelta consapevole. L'accordo sul Mes si può firmare e votare, dopo averne compreso tutti gli effetti e dopo aver ottenuto tutte le garanzie. Oppure si può respingere con un veto in Europa, ma avendo chiare le conseguenze in termini di isolamento diplomatico. Ben vengano tutti i chiarimenti e le rassicurazioni che Conte dovrà fornire alle Camere lunedì. In palio ci sono la stabilità e la credibilità del Paese: questioni capitali, che non si possono ridurre a una rissa istituzionale, se non addirittura giudiziaria, tra il capo del governo e il Masaniello dell'opposizione.
Questo vale anche per Di Maio, ministro degli Esteri fantasma. Sul Mes (come su regionali e fondi ai partiti, prescrizione e manovra) la stella polare deve essere solo l'interesse nazionale. Se invece anche questo diventa un pretesto per tenere sotto schiaffo Conte, mandare a sbattere Zingaretti e riaprire il forno con Salvini, alla fine perderemo tutti. E ancora una volta si consumerà il Grande Inganno del populismo moderno: danneggiare il popolo, in nome del popolo.