Gli stranieri e quella tentazione del muro
Massimo Recalcati , di MASSIMO RECALCATILa sua declinazione patologica si mostra solo quando questo bisogno prevale a senso unico sulla dimensione aperta dell'esistenza richiudendo melanconicamente la vita
La tentazione del muro percorre ancora, dopo la stagione terribile dei totalitarismi novecenteschi, l'Occidente: dagli Stati Uniti di Trump all'Ungheria di Orban passando dalla Brexit inglese.
Questa tentazione non è solo politica, ma si radica nelle pulsioni primarie dell'umano. L'uomo, infatti, non è solo anelito alla libertà, tensione verso l'aperto, passione per il viaggio, nomadismo, erranza, ma è anche, primariamente, passione per le radici, il suolo, la frontiera. Il bisogno del confine e della sua difesa non è una aberrazione reazionaria, ma connota una profonda necessità umana.
La sua declinazione patologica si mostra solamente quando questo bisogno prevale a senso unico sulla dimensione aperta dell'esistenza richiudendo melanconicamente la vita. Ma di fondo questa tentazione resta "umana troppo umana". La saggezza freudiana non sorvola su questo paradosso: siamo disposti a contrabbandare la nostra …
Questa tentazione non è solo politica, ma si radica nelle pulsioni primarie dell'umano. L'uomo, infatti, non è solo anelito alla libertà, tensione verso l'aperto, passione per il viaggio, nomadismo, erranza, ma è anche, primariamente, passione per le radici, il suolo, la frontiera. Il bisogno del confine e della sua difesa non è una aberrazione reazionaria, ma connota una profonda necessità umana.
La sua declinazione patologica si mostra solamente quando questo bisogno prevale a senso unico sulla dimensione aperta dell'esistenza richiudendo melanconicamente la vita. Ma di fondo questa tentazione resta "umana troppo umana". La saggezza freudiana non sorvola su questo paradosso: siamo disposti a contrabbandare la nostra …
La tentazione del muro percorre ancora, dopo la stagione terribile dei totalitarismi novecenteschi, l'Occidente: dagli Stati Uniti di Trump all'Ungheria di Orban passando dalla Brexit inglese.
Questa tentazione non è solo politica, ma si radica nelle pulsioni primarie dell'umano. L'uomo, infatti, non è solo anelito alla libertà, tensione verso l'aperto, passione per il viaggio, nomadismo, erranza, ma è anche, primariamente, passione per le radici, il suolo, la frontiera. Il bisogno del confine e della sua difesa non è una aberrazione reazionaria, ma connota una profonda necessità umana.
La sua declinazione patologica si mostra solamente quando questo bisogno prevale a senso unico sulla dimensione aperta dell'esistenza richiudendo melanconicamente la vita. Ma di fondo questa tentazione resta "umana troppo umana". La saggezza freudiana non sorvola su questo paradosso: siamo disposti a contrabbandare la nostra felicità in cambio della nostra sicurezza.
È un vecchio adagio che troviamo anche in Spinoza: l'umano può mostrare paradossalmente di amare di più le catene della libertà. In gioco è la sovversione della definizione aristotelica dell'uomo come "animale sociale".
È il passo inaudito compiuto dall'ultimo Freud: esiste una pulsione più antica di quella vitale di Eros. La tendenza originaria dell'umano è quella di confondere lo straniero con l'ostile. Non si tratta di un semplice analfabetismo politico o di una barbarie. L'odio, scriveva Freud, è più antico dell'amore. La sua manifestazione prima è la pulsione securitaria. Se il mondo è straniero e ostile, si tratta di chiudersi, di ripararsi nei confronti del mondo. È qui che la pulsione di auto-conversazione si svela come una pulsione di morte: più, infatti, la vita si ritrae e si difende dal mondo vissuto come luogo di perturbazioni minacciose, più la vita distrugge se stessa, contrae la sua tendenza all'aperto e alla libertà.
Allora al suo cuore si situa quello che Umberto Eco ha definito "fascismo eterno", ovvero l'inclinazione propria dell'umano a vivere il mondo come un luogo di intrusioni e di contaminazioni pericolose che devono essere respinte.
In questo caso il termine fascismo non connota ovviamente una stagione storica del Novecento o una determinata ideologia, ma qualcosa che definisce l'orientamento primariamente conservatore del desiderio umano: difendere i propri confini, innalzare barriere di fronte all'ingovernabile, inspessire il proprio scudo protettivo. Una sorta di protezionismo o di sovranismo psichico che tende a riparare la vita dalla perturbazione inaggirabile della vita. Si tratta di una pulsione claustrale che non è affatto disumana, ma riflette una inclinazione profonda dell'umano.
È, almeno ai miei occhi, una evidenza che il nostro tempo manifesti l'egemonia sia clinica che politica del paradigma securitario. Il simbolo del muro è ritornato protagonista nella vita collettiva. La frontiera tende a militarizzarsi, a perdere la sua funzione di scambio e di comunicazione per irrigidirsi in una identità carapacica. Dopo l'ebbrezza sconsiderata della pulsione neoliberale che ha negato ogni senso del limite dissolvendo l'autorità simbolico-carismatica del padre e con essa ogni sentimento identitario del confine, si assiste oggi a un ritorno prepotente della spinta securitaria della pulsione che pone nella difesa del confine, o, meglio, nel confine stesso, il suo inedito oggetto libidico.
Ma il muro può essere solo una raffigurazione patologica del confine perché in esso il confine come luogo poroso (di transito e di scambio), lascia il posto alla barriera segregativa, al porto chiuso.
Sta accadendo nella vita collettiva come in quella individuale. Affiorano nuove malattie psichiche, soprattutto tra le nuove generazioni, che condividono la caratteristica del ritiro, della introversione libidica, della sconnessione dai legami, del ripiegamento depressivo, della fobia sociale. Ho definito recentemente queste forme attuali del disagio contemporaneo "nuove melanconie". Si tratta di una sofferenza che ha come tratto fondamentale il dominio della pulsione securitaria su quella erotica, della chiusura sull'apertura, della difesa sullo scambio.
Una melanconia senza senso di colpa, senza delirio morale, senza autoflagellazione del soggetto sotto i colpi di una legge spietata; una nuova melanconia che suffraga la spinta della vita ad uscire dalla vita, a rifiutare la contaminazione inevitabile e necessaria della vita.
Questa tentazione non è solo politica, ma si radica nelle pulsioni primarie dell'umano. L'uomo, infatti, non è solo anelito alla libertà, tensione verso l'aperto, passione per il viaggio, nomadismo, erranza, ma è anche, primariamente, passione per le radici, il suolo, la frontiera. Il bisogno del confine e della sua difesa non è una aberrazione reazionaria, ma connota una profonda necessità umana.
La sua declinazione patologica si mostra solamente quando questo bisogno prevale a senso unico sulla dimensione aperta dell'esistenza richiudendo melanconicamente la vita. Ma di fondo questa tentazione resta "umana troppo umana". La saggezza freudiana non sorvola su questo paradosso: siamo disposti a contrabbandare la nostra felicità in cambio della nostra sicurezza.
È un vecchio adagio che troviamo anche in Spinoza: l'umano può mostrare paradossalmente di amare di più le catene della libertà. In gioco è la sovversione della definizione aristotelica dell'uomo come "animale sociale".
È il passo inaudito compiuto dall'ultimo Freud: esiste una pulsione più antica di quella vitale di Eros. La tendenza originaria dell'umano è quella di confondere lo straniero con l'ostile. Non si tratta di un semplice analfabetismo politico o di una barbarie. L'odio, scriveva Freud, è più antico dell'amore. La sua manifestazione prima è la pulsione securitaria. Se il mondo è straniero e ostile, si tratta di chiudersi, di ripararsi nei confronti del mondo. È qui che la pulsione di auto-conversazione si svela come una pulsione di morte: più, infatti, la vita si ritrae e si difende dal mondo vissuto come luogo di perturbazioni minacciose, più la vita distrugge se stessa, contrae la sua tendenza all'aperto e alla libertà.
Allora al suo cuore si situa quello che Umberto Eco ha definito "fascismo eterno", ovvero l'inclinazione propria dell'umano a vivere il mondo come un luogo di intrusioni e di contaminazioni pericolose che devono essere respinte.
In questo caso il termine fascismo non connota ovviamente una stagione storica del Novecento o una determinata ideologia, ma qualcosa che definisce l'orientamento primariamente conservatore del desiderio umano: difendere i propri confini, innalzare barriere di fronte all'ingovernabile, inspessire il proprio scudo protettivo. Una sorta di protezionismo o di sovranismo psichico che tende a riparare la vita dalla perturbazione inaggirabile della vita. Si tratta di una pulsione claustrale che non è affatto disumana, ma riflette una inclinazione profonda dell'umano.
È, almeno ai miei occhi, una evidenza che il nostro tempo manifesti l'egemonia sia clinica che politica del paradigma securitario. Il simbolo del muro è ritornato protagonista nella vita collettiva. La frontiera tende a militarizzarsi, a perdere la sua funzione di scambio e di comunicazione per irrigidirsi in una identità carapacica. Dopo l'ebbrezza sconsiderata della pulsione neoliberale che ha negato ogni senso del limite dissolvendo l'autorità simbolico-carismatica del padre e con essa ogni sentimento identitario del confine, si assiste oggi a un ritorno prepotente della spinta securitaria della pulsione che pone nella difesa del confine, o, meglio, nel confine stesso, il suo inedito oggetto libidico.
Ma il muro può essere solo una raffigurazione patologica del confine perché in esso il confine come luogo poroso (di transito e di scambio), lascia il posto alla barriera segregativa, al porto chiuso.
Sta accadendo nella vita collettiva come in quella individuale. Affiorano nuove malattie psichiche, soprattutto tra le nuove generazioni, che condividono la caratteristica del ritiro, della introversione libidica, della sconnessione dai legami, del ripiegamento depressivo, della fobia sociale. Ho definito recentemente queste forme attuali del disagio contemporaneo "nuove melanconie". Si tratta di una sofferenza che ha come tratto fondamentale il dominio della pulsione securitaria su quella erotica, della chiusura sull'apertura, della difesa sullo scambio.
Una melanconia senza senso di colpa, senza delirio morale, senza autoflagellazione del soggetto sotto i colpi di una legge spietata; una nuova melanconia che suffraga la spinta della vita ad uscire dalla vita, a rifiutare la contaminazione inevitabile e necessaria della vita.