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Vince il profitto nel Paese disuguale

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C’è un problema di salari. E c’è un problema di produttività del lavoro
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Avvolgente, scintillante, elegante, il grattacielo Unicredit che svetta nello skyline della nuova Milano da bere è un bell'inno alla modernità. Ma insieme, e suo malgrado, anche un monumento al lavoro perduto. La prima banca italiana annuncia il nuovo piano industriale 2020-2023, che riassume in poche voci e quattro numeri il Grande Romanzo della disuguaglianza globale. Da una parte, 8 mila posti da tagliare e 500 filiali da chiudere.

Dall'altra, 5 miliardi di utile da incassare e 8 miliardi di dividendi da distribuire. Lavoratori a casa, azionisti in carrozza: così è, se vi pare.

Venerdì scorso la società di consulenza internazionale Oliver Wyman ha pubblicato un Rapporto shock sulle banche italiane: nei prossimi 5 anni la crisi, l'innovazione tecnologica e i tassi di interesse sotto zero imporranno al sistema creditizio tricolore un abbattimento dei costi per 5 miliardi e un taglio occupazionale di 70 mila dipendenti. L'Abi…
Avvolgente, scintillante, elegante, il grattacielo Unicredit che svetta nello skyline della nuova Milano da bere è un bell'inno alla modernità. Ma insieme, e suo malgrado, anche un monumento al lavoro perduto. La prima banca italiana annuncia il nuovo piano industriale 2020-2023, che riassume in poche voci e quattro numeri il Grande Romanzo della disuguaglianza globale. Da una parte, 8 mila posti da tagliare e 500 filiali da chiudere.

Dall'altra, 5 miliardi di utile da incassare e 8 miliardi di dividendi da distribuire. Lavoratori a casa, azionisti in carrozza: così è, se vi pare.

Venerdì scorso la società di consulenza internazionale Oliver Wyman ha pubblicato un Rapporto shock sulle banche italiane: nei prossimi 5 anni la crisi, l'innovazione tecnologica e i tassi di interesse sotto zero imporranno al sistema creditizio tricolore un abbattimento dei costi per 5 miliardi e un taglio occupazionale di 70 mila dipendenti. L'Abi è insorta: tutto falso! Quattro giorni dopo, il progetto Unicredit dimostra il contrario: tutto vero, purtroppo.

E l'ulteriore falcidia di occupati nel sistema bancario aggrava un mesto rito collettivo, il funerale del lavoro. Si celebra ogni giorno e ovunque, da Palermo ad Aosta. Ilva, 5 mila esuberi. Tim, 5 mila esuberi. Alitalia, 5 mila esuberi. Ibm, 1.700 esuberi. Banca Intesa, 1.600 esuberi. Vodafone, 1.100 esuberi. Ericsson, 600 esuberi. Whirlpool, 800 esuberi. Una lista infinita: le famose 160 crisi aziendali intruppate inutilmente sui tavoli del Mise, i famosi 250 mila posti a rischio di cui si sdottoreggia un tanto al chilo nei talk show. Ma nella vicenda Unicredit c'è un paradosso: la banca non è in crisi.

Cancellerà 6 mila posti di lavoro in modo "socialmente responsabile" (come dice l'ad Jean Pierre Mustier) ma nel frattempo non mancherà di "creare valore per gli azionisti" per una cifra monstre, pari al costo statale del reddito di cittadinanza. Ben vengano profitti e dividendi, indici oggettivi e positivi di salute aziendale. Ma il cortocircuito è evidente. Anche i bancari hanno un'anima, recitava Gino Bramieri negli anni '70. E i banchieri, negli anni 2000?

È l'automazione, bellezza, e non puoi farci niente. Vero, ma fino a un certo punto. Certo, non serve sfasciare i bancomat, come facevano i no-global nati a Seattle 30 anni fa. Ma qualcosa si potrebbe e si dovrebbe fare. Non basta subire passivamente l'oracolo dell'Ocse, che per il prossimo decennio prevede il 15,2% dei posti a rischio "a causa dei robot". Anche perché, ed è un altro paradosso, l'innovazione tecnologica nelle aziende italiane è in patente ritardo.

Nel 2010 l'economia digitale contribuiva per il 5,7% al valore aggiunto totale dell'economia: oggi siamo scesi al 5%. C'è un problema di accumulazione delle risorse: negli ultimi dieci anni gli investimenti fissi delle imprese sono scesi del 15% mentre i profitti, reinvestiti solo in minima parte, hanno generato una rendita dell'84%. C'è un problema di salari: in 25 anni le retribuzioni medie nell'industria sono aumentate di appena 500 euro, mentre quelle di pubblico impiego, commercio e turismo sono diminuite di 3 mila euro, e il 75% degli 800 mila addetti della gig economy non arriva a 500 euro al mese.

C'è un problema di produttività del lavoro: lo scorso anno è calata dello 0,3%, nel 1995/2018 è cresciuta in media solo dello 0,4%, contro l'1,5 del Regno Unito e l'1,4 di Germania e Francia. Tra governo e Parlamento, un Confucio e un Victor Hugo, c'è qualcuno che si sta preoccupando di tutto questo? Non pare. La manovra "fai e disfa", infarcita di micro-bonus e micro-tasse, parla d'altro.

Maggioranza e opposizione girano a vuoto, spargendo veleni e carte bollate. Conte è assediato, tra le ombre russe e il fantasma di Alpa. La destra sfascista alimenta le solite paure eurofobiche, in una rincorsa alla radicalizzazione che ormai coinvolge anche Di Maio e la sua ridicola "terza via", insensata in una contesa nuovamente bipolare. Resta la sinistra riformista che non riesce ancora a pensare a un "altro paradigma". Un modello di sviluppo alternativo alla fine della Storia di Fukuyama, che vedeva l'inevitabilità del progresso equo e sostenibile nel connubio perfetto tra democrazia liberale ed economia di mercato. Come scrive Joseph Stiglitz, le élite hanno promesso che le politiche neoliberiste avrebbero portato a una crescita economica più veloce, i cui benefici si sarebbero riversati a cascata permettendo a tutti, anche ai più poveri, di stare meglio. In cambio, i lavoratori avrebbero dovuto accettare stipendi più bassi e tutti i cittadini avrebbero dovuto rassegnarsi al taglio dei servizi erogati dallo Stato.

Quarant'anni dopo, tra disuguaglianze e deflazione, lavoro povero e disoccupazione, si scopre che il teorema non ha funzionato. I popoli si ribellano, tra "sfiducia nell'establishment, nella scienza economica e nel sistema politico corrotto dal denaro". Avanti cosi, e i poveri sfasceranno altri bancomat, mentre i ricchi staccheranno altre cedole.