La paura di Angela Merkel
Umberto Gentiloni , di UMBERTO GENTILONILa Cancelliera in visita ad Auschwitz ha citato Primo Levi: "Ha ragione quando scrive che è successo e quindi può accadere di nuovo"
"Ricordare i crimini compiuti durante la guerra è una responsabilità che non finirà mai. Il nostro Paese è legato indissolubilmente all'eredità della tragedia che qui si è consumata". Le parole vanno dritte al cuore del problema.
Le responsabilità della Germania, le sue colpe indelebili nelle motivazioni della visita di Angela Merkel ad Auschwitz. La delegazione guidata dal primo ministro polacco varca il cancello di Auschwitz I. Alza lo sguardo la cancelliera verso la scritta "Il lavoro rende liberi".
La sua prima volta da quando è alla guida del governo, un quarto di secolo la separa dall'ultima visita di un predecessore. Kohl era andato nel campo di concentramento nel 1989 e nel 1995, Helmut Smith aveva varcato quella soglia nel lontano 1977. Un gesto atteso dal forte valore simbolico. A metà giornata si sposta verso Birkenau, dalla rampa passa sul fianco degli impianti di messa a morte per …
Le responsabilità della Germania, le sue colpe indelebili nelle motivazioni della visita di Angela Merkel ad Auschwitz. La delegazione guidata dal primo ministro polacco varca il cancello di Auschwitz I. Alza lo sguardo la cancelliera verso la scritta "Il lavoro rende liberi".
La sua prima volta da quando è alla guida del governo, un quarto di secolo la separa dall'ultima visita di un predecessore. Kohl era andato nel campo di concentramento nel 1989 e nel 1995, Helmut Smith aveva varcato quella soglia nel lontano 1977. Un gesto atteso dal forte valore simbolico. A metà giornata si sposta verso Birkenau, dalla rampa passa sul fianco degli impianti di messa a morte per …
"Ricordare i crimini compiuti durante la guerra è una responsabilità che non finirà mai. Il nostro Paese è legato indissolubilmente all'eredità della tragedia che qui si è consumata". Le parole vanno dritte al cuore del problema.
Le responsabilità della Germania, le sue colpe indelebili nelle motivazioni della visita di Angela Merkel ad Auschwitz. La delegazione guidata dal primo ministro polacco varca il cancello di Auschwitz I. Alza lo sguardo la cancelliera verso la scritta "Il lavoro rende liberi".
La sua prima volta da quando è alla guida del governo, un quarto di secolo la separa dall'ultima visita di un predecessore. Kohl era andato nel campo di concentramento nel 1989 e nel 1995, Helmut Smith aveva varcato quella soglia nel lontano 1977. Un gesto atteso dal forte valore simbolico. A metà giornata si sposta verso Birkenau, dalla rampa passa sul fianco degli impianti di messa a morte per entrare nella sauna dove iniziava la vita nel campo per i pochi superstiti alla selezione.
Da qui pronuncia il suo discorso: "La responsabilità di quello che è accaduto è parte della nostra identità nazionale, del cammino che ci ha portato a valorizzare la libertà e la democrazia". Riferimenti diretti alle radici della colpa, al peso di un fardello insostenibile e alle speranze che da quelle tenebre hanno cercato di schiarire il cammino del lungo dopoguerra. Il senso di una giornata nelle motivazioni di fondo, persino al di là di protocolli ufficiali. Un richiamo unificante: la paura che lo spettro dell'antisemitismo possa tornare in forme antiche o con sembianze inedite. Troppi segnali, inquietanti e ravvicinati, la Merkel cita Primo Levi: "Ha ragione quando ha scritto che è successo e quindi può accadere di nuovo".
Meno di due mesi fa la tragedia di fronte alla sinagoga di Halle nel giorno del Kippur in un contesto dalle cifre inequivocabili: oltre mille e cinquecento episodi di antisemitismo nel 2018 in Germania con un incremento del dieci per cento rispetto all'anno precedente. O ancora le aggressioni fisiche contro gli ebrei quasi raddoppiate nell'arco di dodici mesi (da 37 nel 2017 a 62 nel 2018).
Tornano le paure di un passato che sembrava sconfitto, le indicazioni sui livelli di sicurezza, i consigli su chi frequenta scuole o luoghi di ritrovo: a bassa voce i suggerimenti che sconsigliano di indossare la Kippà o di pregare in pubblico.
Una sfida minacciosa alla Germania di oggi, un monito che attraversa le fondamenta del processo di costruzione dell'Europa. Proprio ad Auschwitz l'idea di un destino comune, di una speranza non negoziabile di pace e convivenza tra le nazioni assume un significato particolare, si nutre delle tante tragedie che hanno insanguinato per secoli territori e confini del vecchio continente.
Una scelta precisa, un'indicazione per altri Paesi (anche il nostro) non altrettanto generosi o interessati. Meglio far presto, invertire la rotta prima che sia troppo tardi.
Le responsabilità della Germania, le sue colpe indelebili nelle motivazioni della visita di Angela Merkel ad Auschwitz. La delegazione guidata dal primo ministro polacco varca il cancello di Auschwitz I. Alza lo sguardo la cancelliera verso la scritta "Il lavoro rende liberi".
La sua prima volta da quando è alla guida del governo, un quarto di secolo la separa dall'ultima visita di un predecessore. Kohl era andato nel campo di concentramento nel 1989 e nel 1995, Helmut Smith aveva varcato quella soglia nel lontano 1977. Un gesto atteso dal forte valore simbolico. A metà giornata si sposta verso Birkenau, dalla rampa passa sul fianco degli impianti di messa a morte per entrare nella sauna dove iniziava la vita nel campo per i pochi superstiti alla selezione.
Da qui pronuncia il suo discorso: "La responsabilità di quello che è accaduto è parte della nostra identità nazionale, del cammino che ci ha portato a valorizzare la libertà e la democrazia". Riferimenti diretti alle radici della colpa, al peso di un fardello insostenibile e alle speranze che da quelle tenebre hanno cercato di schiarire il cammino del lungo dopoguerra. Il senso di una giornata nelle motivazioni di fondo, persino al di là di protocolli ufficiali. Un richiamo unificante: la paura che lo spettro dell'antisemitismo possa tornare in forme antiche o con sembianze inedite. Troppi segnali, inquietanti e ravvicinati, la Merkel cita Primo Levi: "Ha ragione quando ha scritto che è successo e quindi può accadere di nuovo".
Meno di due mesi fa la tragedia di fronte alla sinagoga di Halle nel giorno del Kippur in un contesto dalle cifre inequivocabili: oltre mille e cinquecento episodi di antisemitismo nel 2018 in Germania con un incremento del dieci per cento rispetto all'anno precedente. O ancora le aggressioni fisiche contro gli ebrei quasi raddoppiate nell'arco di dodici mesi (da 37 nel 2017 a 62 nel 2018).
Tornano le paure di un passato che sembrava sconfitto, le indicazioni sui livelli di sicurezza, i consigli su chi frequenta scuole o luoghi di ritrovo: a bassa voce i suggerimenti che sconsigliano di indossare la Kippà o di pregare in pubblico.
Una sfida minacciosa alla Germania di oggi, un monito che attraversa le fondamenta del processo di costruzione dell'Europa. Proprio ad Auschwitz l'idea di un destino comune, di una speranza non negoziabile di pace e convivenza tra le nazioni assume un significato particolare, si nutre delle tante tragedie che hanno insanguinato per secoli territori e confini del vecchio continente.
La Merkel parla prima di tutto al popolo tedesco segnando la centralità di un tornante doloroso e controverso della storia nazionale, ma così facendo mette in evidenza un nesso prezioso che ha condizionato generazioni di europei. Se l'Europa è nuovamente minacciata da chi vorrebbe ridimensionarne le aspirazioni o da chi punta a distruggere valori e conquiste allora non possiamo tacere. Meglio agire investendo sulla centralità di luoghi e storie, senza nascondere responsabilità o colpe: la conoscenza resiste alle intemperie del tempo, ai rischi dell'oblio e alle farneticanti iniziative di chi nega. Sessanta milioni di euro dal governo tedesco alla fondazione che gestisce il sistema dei campi.