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Piazza Fontana, la perdita dell’innocenza

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A mezzo secolo di distanza dalla strage del 12 dicembre del 1969, sono due le immagini capaci di riassumere la crudeltà insensata di quei giorni e il doveroso e inesausto tentativo, stremato fino allo scoramento, di dare loro un senso. Innanzitutto, la foto dell'interno della banca devastata dalla bomba come le macerie nelle retrovie di una guerra; e l'altra foto, quella di Piazza Duomo nel giorno dei funerali, e "il silenzio monumentale della folla" (Camilla Cederna).

Una folla che seppe costituire un argine, con la sua sola presenza vigile, contro ogni fantasia autoritaria. Non è necessario e forse nemmeno possibile scegliere tra le due immagini. Non esclusivamente per la loro indissolubile consequenzialità, ma anche perché solo una ferita così profonda (17 morti e 88 feriti) poteva determinare una risposta tanto saggiamente inesorabile.

E soprattutto perché sono proprio le due foto, l'una accanto all'altra, a par…
A mezzo secolo di distanza dalla strage del 12 dicembre del 1969, sono due le immagini capaci di riassumere la crudeltà insensata di quei giorni e il doveroso e inesausto tentativo, stremato fino allo scoramento, di dare loro un senso. Innanzitutto, la foto dell'interno della banca devastata dalla bomba come le macerie nelle retrovie di una guerra; e l'altra foto, quella di Piazza Duomo nel giorno dei funerali, e "il silenzio monumentale della folla" (Camilla Cederna).

Una folla che seppe costituire un argine, con la sua sola presenza vigile, contro ogni fantasia autoritaria. Non è necessario e forse nemmeno possibile scegliere tra le due immagini. Non esclusivamente per la loro indissolubile consequenzialità, ma anche perché solo una ferita così profonda (17 morti e 88 feriti) poteva determinare una risposta tanto saggiamente inesorabile.

E soprattutto perché sono proprio le due foto, l'una accanto all'altra, a parlarci di una democrazia fragile al punto da poter essere aggredita fino all'estrema minaccia: e tuttavia abbastanza forte da saper resistere, provata e malconcia, ma non vinta. Dunque, il vero interrogativo, forse nasce proprio qui: quanto di quella strage resta tutt'ora nel presente, a segnalare una vulnerabilità del nostro sistema democratico? È ciò che ha indotto Enrico Deaglio a sottotitolare così il suo "La Bomba: cinquant'anni di Piazza Fontana" a indicare un grumo perenne di permeabilità alle infiltrazioni e alle manipolazioni, che rende tanto cagionevole la vita democratica italiana. All'epoca la scoperta, da parte di settori dell'opinione pubblica e, in particolare, di fasce giovanili istruite e attive che le minacce alla legalità provenivano non solo dall'esterno, ma anche dall'interno stesso dello Stato e dai suoi apparati centrali, fece parlare storici e militanti di un fenomeno collettivo di "perdita dell'innocenza".

Non mi riferisco, come troppi fanno, a un sentimento che avrebbe riguardato "un'intera generazione". Non fu così. La componente più drammaticamente coinvolta, sotto il profilo emotivo, culturale e politico, era costituita da una minoranza, tuttavia capace - questo è il punto - di influenzare in qualche modo gran parte della vita sociale. Per quella componente fu davvero uno shock, una sorta di "trauma originario", che modificò le aspettative e i valori dei settori più vitali dei movimenti collettivi e delle aree a loro prossime. Fino ad allora, lo scontro di piazza, anche quando aspro e talvolta violento, aveva rispettato un sistema di regole non dette, eppure tacitamente condivise dai diversi attori, e aveva riconosciuto un confine invalicabile nell'intangibilità della vita umana.

Nell'arco di tempo che va dalla metà degli anni '60 alla fine del 1969, che vide la maturazione di una nuova generazione di militanti e l'utilizzo di inedite forme di lotta anche non legali, non si fece ricorso a strumenti immediatamente aggressivi, come le bottiglie incendiarie. E, resse quel limite rappresentato dall'insopprimibilità della vita umana: cosicché, in quel periodo tanto intenso, prima della strage di Piazza Fontana, si conta un solo morto, certamente non voluto né previsto (l'agente di polizia Antonio Annarumma, nel novembre di quello stesso anno).

In questo quadro, estremamente teso ma non ancora tragico, irrompe la bomba di Piazza Fontana come un fattore determinante e come un evento sconvolgente. Tutto cambiò.

La strage introduce nel conflitto sociale un'arma terribile e non contemplata dagli impliciti protocolli bellici tra i due avversari: il movimento studentesco e quello operaio, da una parte, e gli apparati dello Stato, dall'altra. Il connotato così cruento e terroristico (contro inermi e indifesi) e il sospetto non immotivato che vi fossero mandanti istituzionali produce, appunto, quel "trauma".

La scoperta che quello non era più un gioco. Che il "nemico" (ancora tutto da individuare e definire) era in grado di ricorrere ad armi inimmaginabili, capaci non solo di sconfiggere, ma anche di annichilire i suoi oppositori. Da questo punto di vista, la strage di Piazza Fontana segnò davvero la fine della fase adolescenziale dei movimenti collettivi dell'epoca, fece degenerare lo scontro politico, alimentò, radicalizzò ed estese le tendenze alla violenza politica che erano già presenti. Questo è un punto altrettanto essenziale. Quei giovani (insisto: quel segmento di una generazione), non vivevano in uno stato di grazia e in una condizione angelicale. Risentivano di un clima ideologico dove era potente il fascino rappresentato da esperienze rivoluzionarie, esotiche e persino militaristico-autoritarie, da modelli di socialismo dispotico, da leader guerriglieri e insurrezionalisti; e le culture più diffuse, compresa quella di ispirazione cristiano-conciliare, problematizzavano, senza tracciare confini netti, il tema della legittimità della violenza rivoluzionaria.

D'altra parte, è indubbio che allora le pietre già erano state scagliate, che non si era più completamente innocenti e che una spirale era stata avviata. È qui che l'attentato del 12 dicembre introduce un fattore micidiale di precipitazione e accelerazione. E immediatamente il sospetto che fosse una "strage di Stato".

Ovvero che - al di là delle forzature retoriche e ideologiche - vi fossero coinvolti segmenti degli apparati e delle istituzioni. Un simile sospetto non venne mai smentito in modo persuasivo. Al contrario. Le conseguenze su ampi settori delle giovani generazioni furono catastrofiche, contribuendo a determinare quella "mancata affezione verso lo Stato" di cui parlò Leonardo Sciascia. D'altra parte, quella di "Strage di Stato" fu indubbiamente una definizione impropria: molti tra gli uomini delle istituzioni fecero il loro dovere. Ma è altrettanto vero che la rete di protezioni, connivenze, omertà e soprattutto depistaggi e manipolazioni fu assai ampia e godette di molte coperture e indulgenze. Anche allora si assunse la parte per il tutto e l'enfasi politica, individuato un meccanismo marcio, ne volle fare l'architrave di una cospirazione, che pure in una qualche forma embrionale fu immaginata e progettata.

La strage fu l'esito non casuale di un'alleanza stretta tra gruppi neofascisti e individui e segmenti del sistema istituzionale e, in particolare, dell'ufficio Affari Riservati presso il ministero dell'Interno. Detto tutto questo, sarebbe un grave errore pensare che quello del 12 dicembre sia stato un delitto "senza colpevoli". Nel maggio 2005, quando la Cassazione assolse gli ultimi tre imputati, affermò tuttavia che l'attentato era stato realizzato da una cellula di Ordine Nuovo, sotto la direzione di Franco Freda e di Giovanni Ventura, non più processabili in quanto assolti con sentenza definitiva in altro processo.

Per la storia e per la memoria è qualcosa di incancellabile. Per coloro che all'epoca avevano tra i quindici e i trent'anni e nutrivano aspettative e speranze fu un dolore intimo e, allo stesso tempo, pubblico, di cui resta traccia indelebile. Come talvolta capita, non è stato un grande poeta, bensì un musicista malinconico e scabro quale Sergio Endrigo, a trovare le parole giuste, presagendo quanto ancora doveva accadere: "La festa appena cominciata è già finita / il cielo non è più con noi".