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Facebook senza superpoteri

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Il social network non può pensare di imporre la sua idea di democrazia in certi stati sicuramente democratici, come l'Italia, e poi invece di tanto in tanto accomodarsi alle richieste di governi autoritari
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L'ordinanza del tribunale di Roma che ordina a Facebook di ripristinare la pagina e i profili di CasaPound, cancellati improvvisamente il 9 settembre scorso, ha un significato molto chiaro: non possiamo chiedere a Facebook di fare quello che l'Italia non sa, non vuole o non può fare. Ovvero, mettere fuori legge CasaPound. CasaPound è un partito politico, legittimamente costituito, che partecipa alle elezioni, ha alcuni (pochi) rappresentanti eletti in diverse assemblee, i suoi leader partecipano ai dibattiti televisivi, i militanti organizzano manifestazioni nelle piazze e nei teatri autorizzate dalle diverse questure, e a volte vengono persino improvvidamente invitati a manifestazioni altrui come accaduto con le Sardine; la sua sede romana è in uno stabile di un ministero, occupato abusivamente da anni, con una tolleranza che la forza pubblica non mostra quando deve sgomberare i poveri cristi; infine il suo giornale è una testata regolarmente regis…
L'ordinanza del tribunale di Roma che ordina a Facebook di ripristinare la pagina e i profili di CasaPound, cancellati improvvisamente il 9 settembre scorso, ha un significato molto chiaro: non possiamo chiedere a Facebook di fare quello che l'Italia non sa, non vuole o non può fare. Ovvero, mettere fuori legge CasaPound. CasaPound è un partito politico, legittimamente costituito, che partecipa alle elezioni, ha alcuni (pochi) rappresentanti eletti in diverse assemblee, i suoi leader partecipano ai dibattiti televisivi, i militanti organizzano manifestazioni nelle piazze e nei teatri autorizzate dalle diverse questure, e a volte vengono persino improvvidamente invitati a manifestazioni altrui come accaduto con le Sardine; la sua sede romana è in uno stabile di un ministero, occupato abusivamente da anni, con una tolleranza che la forza pubblica non mostra quando deve sgomberare i poveri cristi; infine il suo giornale è una testata regolarmente registrata al Tribunale di Roma.

Non spetta a Facebook, ovvero a una multinazionale con sede a Menlo Park, e nemmeno alla sua consociata europea che sta a Dublino, stabilire se CasaPound sia o meno uno strumento per fare apologia del fascismo in Italia. Non spetta a Facebook vigilare sull'attuazione della disposizione transitoria della nostra Costituzione che vieta "la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista". Spetta alla nostra magistratura, alle forze dell'ordine e prima ancora al Parlamento stabilire quale è il confine che non si può sorpassare per fare attività politica. Per quanto possa apparire paradossale, bandire dalla piattaforma una forza politica ammessa alle elezioni è, questo sì, un atto intrinsecamente "fascista", persino se diretto a una forza che non nega anzi rivendica una vicinanza ai quei principi. Per questo aver consentito a Facebook di bandire senza spiegazioni una forza politica da una piattaforma usata per comunicare e informarsi da oltre trenta milioni di italiani, consentirlo senza protestare, senza avvertire il rischio intrinseco di quello che stava accadendo, è stato un errore.

Questo non vuol dire che Facebook non possa, anzi non debba, vigilare per contrastare l'odio online, il razzismo, il suprematismo bianco o nero, la violenza verbale o fisica e le fake news. Facebook questo ha il dovere di farlo, caso per caso, e se possibile con maggiore tempestività di quella mostrata finora. Nei confronti di CasaPound invece ad oggi, a tre mesi di distanza dalla chiusura delle pagine collegate, non sappiamo concretamente perché è avvenuta: chi lo ha deciso? Un singolo, una giuria? Scelta da chi? Appellabile? In Italia o in America? Quali sono stati i post incriminati? C'è stata una esaltazione della violenza o del razzismo? Quando, in che modo? Qualcuno è stato minacciato? Se così fosse, quei post, prima ancora di essere rimossi, andavano segnalati all'autorità giudiziaria affinché perseguisse gli autori secondo la legge. Ad oggi, queste domande sono tutte senza risposta. Del resto Facebook non può pensare di imporre la sua idea di democrazia in certi stati sicuramente democratici, come l'Italia, e poi invece di tanto in tanto accomodarsi alle richieste di governi autoritari (come avvenuto per esempio in Russia nel 2014 quando i post degli oppositori di Putin sono stati bloccati).

La partita non finisce certo qui. Facebook farà appello, vedremo gli sviluppi, vedremo se porterà prove più convincenti di post che riproducono articoli di giornale, come pare sia avvenuto nel primo grado. Ma quello che sicuramente si può già dire è che questa ordinanza mette nero su bianco un principio del quale si dibatte da alcuni anni in tutto il mondo: Facebook, come piattaforma privata, sta offrendo anche un servizio pubblico? La risposta è sì. Vuol dire che non può decidere arbitrariamente chi ammettere e chi no in casa propria? La risposta è no. Un social network usato da oltre due miliardi di persone è anche un servizio pubblico che necessariamente deve adeguarsi alle leggi e ai principi di ciascuno dei paesi in cui opera. Tra questi la parità di accesso.

È in atto un grande cambiamento su questo fronte. Già adesso alcuni post non sono visibili in determinati Paesi che li ritengono offensivi. Il mito di una unica piattaforma globale e sovranazionale di comunicazione sta svanendo: questa ordinanza lo mette nero su bianco.