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E se parlassimo di quote blu?

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Chi dovrebbe trovarsi a disagio nell’essere considerato parte di una quota da proteggere e non per i propri meriti individuali non sono le donne, ma gli uomini
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E se parlassimo di "quote blu", o di riduzione del monopolio maschile nelle posizioni che contano, invece che di "quote rosa"? Il modo in cui si nominano le cose non è irrilevante per la loro comprensione. Se si parla di quote rosa il gruppo "protetto" appare quello delle donne, laddove invece il gruppo che strenuamente ha difeso e difende il proprio privilegio monopolistico è quello degli uomini. Chi dovrebbe trovarsi a disagio nell'essere considerato parte di una quota da proteggere e non per i propri meriti individuali non sono le donne, ma gli uomini, specie quelli che occupano le posizioni apicali, nella misura in cui sono stati e sono ancora in larga misura protetti da una competizione ad armi pari con le donne.

Alessandro De Nicola, come molti (ma anche molte) altri prima di lui giustamente sostiene che si dovrebbe essere scelti per far parte di un consiglio di amministrazione - come per altri incarichi professionali - in base al…
E se parlassimo di "quote blu", o di riduzione del monopolio maschile nelle posizioni che contano, invece che di "quote rosa"? Il modo in cui si nominano le cose non è irrilevante per la loro comprensione. Se si parla di quote rosa il gruppo "protetto" appare quello delle donne, laddove invece il gruppo che strenuamente ha difeso e difende il proprio privilegio monopolistico è quello degli uomini. Chi dovrebbe trovarsi a disagio nell'essere considerato parte di una quota da proteggere e non per i propri meriti individuali non sono le donne, ma gli uomini, specie quelli che occupano le posizioni apicali, nella misura in cui sono stati e sono ancora in larga misura protetti da una competizione ad armi pari con le donne.

Alessandro De Nicola, come molti (ma anche molte) altri prima di lui giustamente sostiene che si dovrebbe essere scelti per far parte di un consiglio di amministrazione - come per altri incarichi professionali - in base al merito e non all'appartenenza di sesso. Ma perché ciò succeda occorre contrastare una situazione in cui un sesso controlla tutti i meccanismi decisionali. Nessuno riconosceva il merito delle donne e consentiva loro di costruirsi un curriculum professionale con i requisiti richiesti, prima che la legge Golfo-Mosca rompesse il monopolio di fatto detenuto dagli uomini sia come reclutatori che come candidati, imponendo di allargare il campo dei reclutati alle donne con le qualifiche professionali e le competenze adeguate. Se alle donne in quanto tali si ostacola la vita professionale, si rallenta la carriera, le si colloca in posizioni marginali, come testimoniano inesorabilmente i dati statistici e le ricerche sulle biografie professionali, difficilmente acquisiscono il cursus honorum e la visibilità necessarie per essere prese in considerazione. E anche quando acquisiscono tutte le competenze e le esperienze professionali necessarie, troppo spesso ancora oggi rimangono invisibili a coloro che hanno il potere di designazione.

Le donne che ora costituiscono il 36% dei componenti i consigli di amministrazione delle società quotate in borsa, di cui De Nicola, bontà sua, riconosce il merito, prima della legge non erano visibili come possibili candidate e tanto meno venivano scelte. Se fosse vero, come sostiene De Nicola, che ci penserà il mercato a punire chi, per difendere un monopolio maschile, fa scelte non basate sul merito, non si capirebbe come mai molti amministratori delegati uomini che hanno prodotto disastri o comunque si sono mostrati incompetenti hanno continuato ad occupare posizioni di rilievo nelle stesse o altre aziende (anche nel pubblico), mentre ci sarebbero non solo molti uomini, ma molte donne che saprebbero fare di meglio. La circolazione delle élite di cui scriveva Stuart Mills riguarda in larga misura élite tutte maschili che si proteggono a vicenda. L'appartenenza di sesso è ancora un requisito privilegiato, anche se non sufficiente per farne parte, soprattutto in Italia, nonostante i lenti miglioramenti che ci sono stati in questi anni.

Lo stesso indubbio successo della legge Golfo-Mosca è limitato dal fatto che, pur entrate numerose nei consigli di amministrazione, le donne continuano a essere rarissime tra gli amministratori delegati, cioè nei ruoli con potere decisionale. Succede anche nelle Università, negli ospedali, in magistratura, nei giornali, oltre che in politica. La strada della parità nel riconoscimento, oltre che nelle opportunità, nel nostro Paese è ancora lunga.

Per consolidare una presenza delle donne nei consigli di amministrazione e la sua ovvietà, ancora troppo fragili nel nostro Paese, sempre pronto ad arretrare su questo, oltre che su altri terreni dell'uguaglianza, forse non occorrono altri nove anni, ma qualcuno si. In ogni caso, opporsi ad una norma anti-monopolistica in nome di un merito evocato solo quando viene intaccato un privilegio maschile (oltre che di classe), e contrapponendo a quella di genere altre possibili discriminazioni mi sembra davvero fuori luogo.