Il tramonto della globalizzazione e il nazionalismo illiberale
Massimiliano Valerii , di MASSIMILIANO VALERIILe moderne democrazie liberali stanno perdendo la capacità di rispondere ai bisogni sociali come riuscivano a fare in passato e viene avanti un nuovo nazionalismo, molto diverso da quello storico: un nazionalismo introflesso, volto alla chiusura e alla ricerca di protezione
Quando il 9 novembre del 1989 le autorità della Repubblica democratica tedesca si videro costrette a riaprire le frontiere con la liberale Germania federale, in pochi avrebbero scommesso che di lì in avanti, con l'impulso dato ai processi di globalizzazione, l'economia mondiale avrebbe conosciuto un ciclo espansivo senza precedenti. Ma ancor meno si poteva prevedere che trent'anni dopo la caduta del muro di Berlino ci saremmo ritrovati a vivere una "seconda guerra fredda", la "guerra dei dazi", e che saremmo tornati a erigere nuovi muri, alzare barriere, srotolare fili spinati lungo i confini. Abbiamo così la sensazione che si sia aperta una nuova frattura nella storia.
Eppure il bilancio degli ultimi trent'anni è inequivocabile. Dal 1989 a oggi il Pil del mondo è più che raddoppiato (+124 per cento). Il valore dell'export mondiale è aumentato di quattro volte (+303 per cento). Gli investimenti e…
Eppure il bilancio degli ultimi trent'anni è inequivocabile. Dal 1989 a oggi il Pil del mondo è più che raddoppiato (+124 per cento). Il valore dell'export mondiale è aumentato di quattro volte (+303 per cento). Gli investimenti e…
Quando il 9 novembre del 1989 le autorità della Repubblica democratica tedesca si videro costrette a riaprire le frontiere con la liberale Germania federale, in pochi avrebbero scommesso che di lì in avanti, con l'impulso dato ai processi di globalizzazione, l'economia mondiale avrebbe conosciuto un ciclo espansivo senza precedenti. Ma ancor meno si poteva prevedere che trent'anni dopo la caduta del muro di Berlino ci saremmo ritrovati a vivere una "seconda guerra fredda", la "guerra dei dazi", e che saremmo tornati a erigere nuovi muri, alzare barriere, srotolare fili spinati lungo i confini. Abbiamo così la sensazione che si sia aperta una nuova frattura nella storia.
Eppure il bilancio degli ultimi trent'anni è inequivocabile. Dal 1989 a oggi il Pil del mondo è più che raddoppiato (+124 per cento). Il valore dell'export mondiale è aumentato di quattro volte (+303 per cento). Gli investimenti esteri, dopo aver pienamente riassorbito la grave flessione successiva ai tragici eventi dell'11 settembre, oggi sono pari a sei volte quelli dell'89 (+533 per cento). E la popolazione mondiale che vive al di sotto della soglia internazionale della povertà è diminuita dal 36 al 10 per cento.
Si sono ridotte le distanze tra gli Stati del mondo, ma si sono ampliate le disuguaglianze all'interno dei singoli Paesi. Rispetto a trent'anni fa, in Italia i redditi degli operai sono diminuiti del 18 per cento, quelli dei dirigenti sono aumentati del 7 per cento. Quelli dei giovani hanno segnato un -32 per cento, quelli degli anziani (stabili e sicuri) un +30 per cento. Ecco perché, malgrado gli innegabili successi appena ricordati, la globalizzazione continua a dividere gli italiani. Il 49 per cento esprime un giudizio positivo, ma il 44 per cento dà una valutazione negativa e il 7 per cento non ha una opinione in proposito (nel 2007, prima che scoppiasse la crisi, gli oppositori della globalizzazione erano meno numerosi: il 37 per cento). In più, adesso il 47 per cento si dice favorevole al protezionismo.
Sono gli omologhi, al di qua dell'Atlantico, dei forgotten men di Trump, i delusi dalla narrazione apologetica della globalizzazione, pronti a incolparla per il fallimento della redistribuzione di benefici e opportunità. Così, ora viene avanti un nazionalismo molto diverso da quello storico: da quello dell'800, che mirava a edificare gli Stati-nazione e a fortificare le identità nazionali (si pensi al nostro Risorgimento); e da quello del primo '900, che era espansivo, colonialista, imperialista. Quello odierno è invece un nazionalismo introflesso, volto alla chiusura e alla ricerca di protezione. In questo mondo rovesciato, il Trump dei muri e dei dazi appartiene a quello stesso partito repubblicano di Reagan, che invitava Gorbaciov ad abbattere il muro di Berlino e ad aprire le economie dei Paesi socialisti al resto del mondo.
Ma recentemente il Fondo monetario internazionale ha rivisto al ribasso le stime della crescita mondiale, mai così giù dal 2008 a causa della riduzione dell'interscambio mondiale registrata quest'anno. È la prova se ce ne fosse stato bisogno dei primi effetti economici del protezionismo, della slowbalisation, del ritorno alle frontiere sigillate e impermeabili al posto di quelle aperte e porose della globalizzazione.
La lezione dell'ultimo scorcio di storia è che le moderne democrazie liberali stanno perdendo la capacità di rispondere ai bisogni sociali come riuscivano a fare in passato. Per questo motivo hanno cominciato a farsi spazio nel discorso pubblico, senza più i pudori e le censure di una volta, gli argomenti a favore delle "democrazie illiberali". Non che i meccanismi della globalizzazione non abbiano bisogno di correttivi (dal depauperamento delle risorse naturali alla iniqua distribuzione del dividendo sociale della crescita). Ma alla fine si rischia di buttare via il bambino con l'acqua sporca: non soltanto i risultati economici raggiunti negli ultimi trent'anni, ma anche i diritti individuali conquistati.
L'autore è direttore generale del Censis e il suo ultimo libro è "La notte di un'epoca. Contro la società del rancore: i dati per capirla e le idee per curarla" (Ponte alle Grazie, 2019)
Eppure il bilancio degli ultimi trent'anni è inequivocabile. Dal 1989 a oggi il Pil del mondo è più che raddoppiato (+124 per cento). Il valore dell'export mondiale è aumentato di quattro volte (+303 per cento). Gli investimenti esteri, dopo aver pienamente riassorbito la grave flessione successiva ai tragici eventi dell'11 settembre, oggi sono pari a sei volte quelli dell'89 (+533 per cento). E la popolazione mondiale che vive al di sotto della soglia internazionale della povertà è diminuita dal 36 al 10 per cento.
Si sono ridotte le distanze tra gli Stati del mondo, ma si sono ampliate le disuguaglianze all'interno dei singoli Paesi. Rispetto a trent'anni fa, in Italia i redditi degli operai sono diminuiti del 18 per cento, quelli dei dirigenti sono aumentati del 7 per cento. Quelli dei giovani hanno segnato un -32 per cento, quelli degli anziani (stabili e sicuri) un +30 per cento. Ecco perché, malgrado gli innegabili successi appena ricordati, la globalizzazione continua a dividere gli italiani. Il 49 per cento esprime un giudizio positivo, ma il 44 per cento dà una valutazione negativa e il 7 per cento non ha una opinione in proposito (nel 2007, prima che scoppiasse la crisi, gli oppositori della globalizzazione erano meno numerosi: il 37 per cento). In più, adesso il 47 per cento si dice favorevole al protezionismo.
Sono gli omologhi, al di qua dell'Atlantico, dei forgotten men di Trump, i delusi dalla narrazione apologetica della globalizzazione, pronti a incolparla per il fallimento della redistribuzione di benefici e opportunità. Così, ora viene avanti un nazionalismo molto diverso da quello storico: da quello dell'800, che mirava a edificare gli Stati-nazione e a fortificare le identità nazionali (si pensi al nostro Risorgimento); e da quello del primo '900, che era espansivo, colonialista, imperialista. Quello odierno è invece un nazionalismo introflesso, volto alla chiusura e alla ricerca di protezione. In questo mondo rovesciato, il Trump dei muri e dei dazi appartiene a quello stesso partito repubblicano di Reagan, che invitava Gorbaciov ad abbattere il muro di Berlino e ad aprire le economie dei Paesi socialisti al resto del mondo.
Ma recentemente il Fondo monetario internazionale ha rivisto al ribasso le stime della crescita mondiale, mai così giù dal 2008 a causa della riduzione dell'interscambio mondiale registrata quest'anno. È la prova se ce ne fosse stato bisogno dei primi effetti economici del protezionismo, della slowbalisation, del ritorno alle frontiere sigillate e impermeabili al posto di quelle aperte e porose della globalizzazione.
La lezione dell'ultimo scorcio di storia è che le moderne democrazie liberali stanno perdendo la capacità di rispondere ai bisogni sociali come riuscivano a fare in passato. Per questo motivo hanno cominciato a farsi spazio nel discorso pubblico, senza più i pudori e le censure di una volta, gli argomenti a favore delle "democrazie illiberali". Non che i meccanismi della globalizzazione non abbiano bisogno di correttivi (dal depauperamento delle risorse naturali alla iniqua distribuzione del dividendo sociale della crescita). Ma alla fine si rischia di buttare via il bambino con l'acqua sporca: non soltanto i risultati economici raggiunti negli ultimi trent'anni, ma anche i diritti individuali conquistati.
L'autore è direttore generale del Censis e il suo ultimo libro è "La notte di un'epoca. Contro la società del rancore: i dati per capirla e le idee per curarla" (Ponte alle Grazie, 2019)