Brexit, la recita continua
Massimo Riva , di MASSIMO RIVAAl centro c'è sempre l'aspetto economico-commerciale del contenzioso. E poi c'è la Scozia che tra Londra e Bruxelles ha fatto la sua scelta
Sarebbe davvero liberatorio, dopo l'ultimo voto della Camera dei Comuni, poter passare al guardaroba, ritirare soprabito e cappello e considerare ormai finito il tristo spettacolo della Brexit. Ahinoi, non sarà così. E non per il fatto che alla chiusura della partita mancano ancora la pronuncia della Camera dei Lord, il sigillo della regina e la ratifica finale del Parlamento di Strasburgo. Questa serie di accadimenti può essere data ormai per scontata: prima del 31 gennaio il divorzio di Londra dall'Unione europea sarà sancito. Ma il punto è che - a dispetto degli oltre tre anni e mezzo trascorsi dallo sventurato referendum del governo Cameron - il sipario scenderà soltanto sul primo atto della recita. Quello che, per così dire, chiude sì i conti col passato ma apre a un periodo di transizione nel quale si dovranno definire termini e modi dei rapporti futuri fra l'ex socio britannico e i rimanenti 27 dell'Unione.…
Sarebbe davvero liberatorio, dopo l'ultimo voto della Camera dei Comuni, poter passare al guardaroba, ritirare soprabito e cappello e considerare ormai finito il tristo spettacolo della Brexit. Ahinoi, non sarà così. E non per il fatto che alla chiusura della partita mancano ancora la pronuncia della Camera dei Lord, il sigillo della regina e la ratifica finale del Parlamento di Strasburgo. Questa serie di accadimenti può essere data ormai per scontata: prima del 31 gennaio il divorzio di Londra dall'Unione europea sarà sancito. Ma il punto è che - a dispetto degli oltre tre anni e mezzo trascorsi dallo sventurato referendum del governo Cameron - il sipario scenderà soltanto sul primo atto della recita. Quello che, per così dire, chiude sì i conti col passato ma apre a un periodo di transizione nel quale si dovranno definire termini e modi dei rapporti futuri fra l'ex socio britannico e i rimanenti 27 dell'Unione.
Con il suo piglio decisionista e sbrigativo Boris Johnson ha già fatto approvare dal Parlamento di Westminster, dove ora gode di un ampio margine di maggioranza, l'impegno a concludere comunque questo secondo atto della commedia entro la fine del 2020. Un'ipotesi temporale che, data la complessità delle questioni da regolare, è stata accolta con scetticismo sia da Bruxelles sia dalle capitali europee. Magari si potesse sperare che tra un anno la partita della Brexit fosse conclusa e l'Ue potesse essere sgravata da una questione che ingombra la sua agenda da anni impedendole di occuparsi di altri anche più importanti problemi. Purtroppo, dopo il trionfale successo elettorale di Johnson, i residui nodi da sciogliere per i futuri rapporti con Londra sono diventati per alcuni versi ancora più intricati.
Al centro c'è sempre l'aspetto economico-commerciale del contenzioso. Sogno inconfessato di parti rilevanti dello establishment inglese è quello un po' piratesco di trasformare la propria isola in un gigantesco paradiso fiscale in grado di attrarre investimenti e capitali dall'intero pianeta. Del pari è del tutto evidente che Bruxelles - già in difficoltà per le deviazioni in materia di Olanda, Lussemburgo e Irlanda - non potrà mai concedere normali rapporti di scambio con un ex socio che voglia abbandonarsi alle ebbrezze del dumping fiscale a un braccio di mare dal resto d'Europa. A un simile punto per il quale già è arduo immaginare spazi di compromesso, si stanno aggiungendo partite politiche di non minore inciampo.
La premier locale del governo di Edimburgo ha chiesto a Londra di tenere un nuovo referendum sull'indipendenza della Scozia. Già sulla Brexit, gli scozzesi si erano espressi a maggioranza per restare in Europa. Ora al voto, voluto da Johnson per avere il via libera al divorzio da Bruxelles, dei 59 seggi scozzesi di Westminster ben 48 sono stati conquistati dagli indipendentisti. In sostanza: la Scozia tra Londra e Bruxelles ha fatto la sua scelta. C'è chi teme al riguardo una deriva di tipo catalano. In realtà, la situazione non è la stessa: Barcellona, staccandosi da Madrid, uscirebbe dalla Ue mentre la Scozia, abbandonando il Regno Unito, resterebbe in Europa. Sarebbe un errore da parte di Bruxelles non valorizzare questa differenza, che offre un'arma negoziale per raffreddare i bollori imperial - sovranisti di Boris Johnson. Lo spettacolo Brexit ne guadagnerebbe. E la Ue pure.
Con il suo piglio decisionista e sbrigativo Boris Johnson ha già fatto approvare dal Parlamento di Westminster, dove ora gode di un ampio margine di maggioranza, l'impegno a concludere comunque questo secondo atto della commedia entro la fine del 2020. Un'ipotesi temporale che, data la complessità delle questioni da regolare, è stata accolta con scetticismo sia da Bruxelles sia dalle capitali europee. Magari si potesse sperare che tra un anno la partita della Brexit fosse conclusa e l'Ue potesse essere sgravata da una questione che ingombra la sua agenda da anni impedendole di occuparsi di altri anche più importanti problemi. Purtroppo, dopo il trionfale successo elettorale di Johnson, i residui nodi da sciogliere per i futuri rapporti con Londra sono diventati per alcuni versi ancora più intricati.
Al centro c'è sempre l'aspetto economico-commerciale del contenzioso. Sogno inconfessato di parti rilevanti dello establishment inglese è quello un po' piratesco di trasformare la propria isola in un gigantesco paradiso fiscale in grado di attrarre investimenti e capitali dall'intero pianeta. Del pari è del tutto evidente che Bruxelles - già in difficoltà per le deviazioni in materia di Olanda, Lussemburgo e Irlanda - non potrà mai concedere normali rapporti di scambio con un ex socio che voglia abbandonarsi alle ebbrezze del dumping fiscale a un braccio di mare dal resto d'Europa. A un simile punto per il quale già è arduo immaginare spazi di compromesso, si stanno aggiungendo partite politiche di non minore inciampo.
La premier locale del governo di Edimburgo ha chiesto a Londra di tenere un nuovo referendum sull'indipendenza della Scozia. Già sulla Brexit, gli scozzesi si erano espressi a maggioranza per restare in Europa. Ora al voto, voluto da Johnson per avere il via libera al divorzio da Bruxelles, dei 59 seggi scozzesi di Westminster ben 48 sono stati conquistati dagli indipendentisti. In sostanza: la Scozia tra Londra e Bruxelles ha fatto la sua scelta. C'è chi teme al riguardo una deriva di tipo catalano. In realtà, la situazione non è la stessa: Barcellona, staccandosi da Madrid, uscirebbe dalla Ue mentre la Scozia, abbandonando il Regno Unito, resterebbe in Europa. Sarebbe un errore da parte di Bruxelles non valorizzare questa differenza, che offre un'arma negoziale per raffreddare i bollori imperial - sovranisti di Boris Johnson. Lo spettacolo Brexit ne guadagnerebbe. E la Ue pure.