La strada sarà lunga, certo, ma il muro sta per cadere. La sentenza delle sezioni unite della Cassazione, che depenalizza la coltivazione domestica per uso personale di cannabis, è davvero la fine di un tabù. E la possibilità che prima o poi la marijuana venga legalizzata anche nel nostro Paese è un po' meno una chimera. Perché adesso il Parlamento dovrà dare risposte certe. A cominciare dalla regolamentazione di quanto scrivono gli ermellini, quando parlano, ad esempio, di "coltivazione di minime dimensioni" o "modestissimo quantitativo" di piantine di cannabis che si possono detenere sul balcone di casa.
Particolari tecnici. Anche se il cuore della sentenza è altrove, è la tesi per cui il "bene giuridico della salute pubblica" non viene pregiudicato, o messo in pericolo, dal singolo consumatore di marijuana che decide di coltivarsi per sé qualche piantina. Una tesi che riporta il discorso della lotta-tolleranza alle droghe nelle sue vere dimensioni e gradazioni, oltre le campagne proibizioniste tout court degli ultimi anni, il cui risultato, fallimentare, è il fiume mostruoso di sostanze spacciate a prezzi stracciati a ogni angolo di strada.
Di certo la strada verso la legalizzazione è ancora lunga, e molti sono gli interrogativi sui reali effetti rispetto al consumo, soprattutto dei giovani. Sicuramente però la legalizzazione della cannabis, come da anni ripetono gli antiproibizionisti, ma anche autorevoli analisti dei narcotraffici, potrebbe sottrarre introiti milionari alle mafie. E magari allontanare i giovanissimi dal contatto continuo e capillare con gli spacciatori, che drammaticamente offrono allo stesso prezzo eroina e hashish, senza più alcuna differenziazione tra droghe pesanti e droghe leggere. Differenze che invece ci sono e sono enormi. È lì che bisogna tornare. A parlare di sostanze e sostanze.
Oggi il partito della legalizzazione in Parlamento è un po' più ampio e trasversale. Anche perché a pochi sfugge che per adesso in Italia la battaglia contro le droghe è persa. Ma la breccia è aperta. Frutto, bisogna dirlo, della lunga campagna di "disobbedienza civile" portata avanti negli ultimi quarant'anni, dai Radicali. Da quando Marco Pannella si fece arrestare nel 1974 nella sede di Piazza Argentina, dopo aver fumato in pubblico uno spinello, finendo per quattordici giorni nel carcere di Regina Coeli, alle cessioni pubbliche di hashish e marijuana per cui i Radicali furono assolti nel 1997 a Milano.
Oggi è Rita Bernardini, radicale e presidente di "Nessuno tocchi Caino" ad essere testimonial delle campagne di disobbedienza civile. Bernardini, che ha più volte mostrato pubblicamente le sue piante di cannabis coltivate sul terrazzo, ha dedicato la sentenza della Cassazione, "la nostra vittoria" a Marco Pannella. E ai tanti malati di sclerosi multipla, di epilessia, che coltivano cannabis in casa per curarsi. Sfidando la legge, fino a ieri. Adesso, dopo la sentenza saggia della Cassazione, nella piena legalità.
Particolari tecnici. Anche se il cuore della sentenza è altrove, è la tesi per cui il "bene giuridico della salute pubblica" non viene pregiudicato, o messo in pericolo, dal singolo consumatore di marijuana che decide di coltivarsi per sé qualche piantina. Una tesi che riporta il discorso della lotta-tolleranza alle droghe nelle sue vere dimensioni e gradazioni, oltre le campagne proibizioniste tout court degli ultimi anni, il cui risultato, fallimentare, è il fiume mostruoso di sostanze spacciate a prezzi stracciati a ogni angolo di strada.
Di certo la strada verso la legalizzazione è ancora lunga, e molti sono gli interrogativi sui reali effetti rispetto al consumo, soprattutto dei giovani. Sicuramente però la legalizzazione della cannabis, come da anni ripetono gli antiproibizionisti, ma anche autorevoli analisti dei narcotraffici, potrebbe sottrarre introiti milionari alle mafie. E magari allontanare i giovanissimi dal contatto continuo e capillare con gli spacciatori, che drammaticamente offrono allo stesso prezzo eroina e hashish, senza più alcuna differenziazione tra droghe pesanti e droghe leggere. Differenze che invece ci sono e sono enormi. È lì che bisogna tornare. A parlare di sostanze e sostanze.
Oggi il partito della legalizzazione in Parlamento è un po' più ampio e trasversale. Anche perché a pochi sfugge che per adesso in Italia la battaglia contro le droghe è persa. Ma la breccia è aperta. Frutto, bisogna dirlo, della lunga campagna di "disobbedienza civile" portata avanti negli ultimi quarant'anni, dai Radicali. Da quando Marco Pannella si fece arrestare nel 1974 nella sede di Piazza Argentina, dopo aver fumato in pubblico uno spinello, finendo per quattordici giorni nel carcere di Regina Coeli, alle cessioni pubbliche di hashish e marijuana per cui i Radicali furono assolti nel 1997 a Milano.
Oggi è Rita Bernardini, radicale e presidente di "Nessuno tocchi Caino" ad essere testimonial delle campagne di disobbedienza civile. Bernardini, che ha più volte mostrato pubblicamente le sue piante di cannabis coltivate sul terrazzo, ha dedicato la sentenza della Cassazione, "la nostra vittoria" a Marco Pannella. E ai tanti malati di sclerosi multipla, di epilessia, che coltivano cannabis in casa per curarsi. Sfidando la legge, fino a ieri. Adesso, dopo la sentenza saggia della Cassazione, nella piena legalità.