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(afp)

Netanyahu, trionfo e paure

Il trionfo del Likud alle primarie assicura all'attuale premier il controllo del suo partito ma non garantisce una vittoria alle elezioni politiche
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Il trionfo, nelle primarie del Likud, di Benjamin Netanyahu (il 72,5% dei voti), tenutesi giovedì scorso assicura all'attuale premier israeliano il controllo del suo partito ma non garantisce una vittoria nelle elezioni politiche, previste per il marzo prossimo. È vero, Bibi ha dimostrato la tempra da duro combattente. Non ha risparmiato forze né energie nella campagna contro il rivale Gideon Sa'ar. Per settimane, ogni giorno, faceva due o tre incontri con il suo pubblico di riferimento anche nei più piccoli centri.

Ovunque ripeteva il mantra: è in atto una congiura della sinistra, dei giudici, dei giornalisti, delle élite contro di me che rappresento il vero spirito della nazione. Solito discorso populista, fra vittimismo e tracotanza, uguale in Israele come in Italia, negli Stati Uniti come in Polonia. Ma la base più fedele del Likud continua ad amarlo (il trasporto emotivo è autentico) non solo perché dà…
Il trionfo, nelle primarie del Likud, di Benjamin Netanyahu (il 72,5% dei voti), tenutesi giovedì scorso assicura all'attuale premier israeliano il controllo del suo partito ma non garantisce una vittoria nelle elezioni politiche, previste per il marzo prossimo. È vero, Bibi ha dimostrato la tempra da duro combattente. Non ha risparmiato forze né energie nella campagna contro il rivale Gideon Sa'ar. Per settimane, ogni giorno, faceva due o tre incontri con il suo pubblico di riferimento anche nei più piccoli centri.

Ovunque ripeteva il mantra: è in atto una congiura della sinistra, dei giudici, dei giornalisti, delle élite contro di me che rappresento il vero spirito della nazione. Solito discorso populista, fra vittimismo e tracotanza, uguale in Israele come in Italia, negli Stati Uniti come in Polonia. Ma la base più fedele del Likud continua ad amarlo (il trasporto emotivo è autentico) non solo perché dà l'impressione di trattare con rispetto gli appartenenti ai ceti sociali lontanissimi dall'esperienza cosmopolita e laica di Tel Aviv o Haifa - élite e base elettorale invece di quello che Netanyahu chiama "la sinistra" - ma perché il capo del governo ha assicurato un boom economico che dura ormai da anni e ha evitato guerre che comportassero perdite di vita dei soldati israeliani.

Però, i voti espressi a suo favore, erano poco più di 41 mila. Metà degli iscritti al Likud ha disertato le urne. Con ogni probabilità, quei non elettori non voteranno per i centristi del Kahol Lavan, dell'ex generale Benny Gantz. Ma Netanyahu ha comunque tutti i motivi per non dormire sonni tranquilli. Entro martedì dovrebbe decidere se chiedere alla Knesset di accordargli l'immunità nei tre casi giudiziari, fra corruzione e abuso di potere, per i quali il procuratore generale lo vorrebbe imputato davanti a un tribunale. Se chiede l'immunità dimostra di essere vulnerabile. Se rinuncia rischia di essere condannato.

In ogni caso, le consultazioni di marzo saranno le terze nel giro di un anno e si sente una diffusa stanchezza. Nella pubblica opinione guadagna i consensi la convinzione che le ripetute convocazioni del popolo sovrano alle urne non sono dovute all'incapacità di tutti i politici a guidare il Paese, ma solo alla paura di Netanyahu. In Israele sono finiti in galera un ex capo dello Stato e un ex premier: non è un Paese dove si fanno sconti ai potenti. Per questo la campagna elettorale sarà durissima e per questa ragione Netanyahu vuole serrare i ranghi dei suoi sostenitori e accoliti.

E tuttavia, ragionevolmente il massimo che può ottenere sarà un numero di deputati tale da impedire a Gantz di formare l'esecutivo senza l'appoggio dei deputati arabi. Ma in tal caso cosa succederebbe? Si andrebbe alle urne per la quarta volta? O invece, qualcuno nel Likud, avrà il coraggio di dire: per il bene del Paese e del partito dobbiamo ringraziare Bibi e mandarlo in pensione, condizione per fare un governo di coalizione con i centristi? Ci ha provato Sa'ar, senza successo, ma intanto ha rotto l'incantesimo dell'assoluta e cieca fedeltà al capo. Ecco la ragione per cui il futuro del premier più longevo nella storia d'Israele non è certo.