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Donald Trump 

A cosa serve il G7 di Trump

Un instituto di governance globale finisce sotto la guida di un governo anti-global  
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Il primo gennaio ha inizio la presidenza americana del G7. Un istituto di governance globale finisce sotto la guida di un governo anti-global, vedremo se Trump riuscirà a lasciarvi la sua impronta alleggerendone l’agenda. Forse il mondo non tiene il fiato sospeso per questo. Da tempo abbiamo perso ogni illusione su questo formato di vertici, che aspirava ad essere una cabina di regia della globalizzazione. Partiti come G5, via via allargati fino al G8 che incluse la Russia, questi summit sembrarono funzionare fino a quando ratificarono un consenso che era la conseguenza della Pax Americana, del momento unipolare, della effimera egemonia Usa. Grosso modo dal 1989 al 2008, dalla caduta del blocco comunista alla grande crisi del capitalismo occidentale.

Poi qualcuno ha favoleggiato di un G2, direttorio a due tra America e Cina. Infine siamo al GZero, al tempo del sovranismo (che precede Trump) manca perfino un consenso minimo sulle regole del gioco, altro che obiettivi comu…
Il primo gennaio ha inizio la presidenza americana del G7. Un istituto di governance globale finisce sotto la guida di un governo anti-global, vedremo se Trump riuscirà a lasciarvi la sua impronta alleggerendone l’agenda. Forse il mondo non tiene il fiato sospeso per questo. Da tempo abbiamo perso ogni illusione su questo formato di vertici, che aspirava ad essere una cabina di regia della globalizzazione. Partiti come G5, via via allargati fino al G8 che incluse la Russia, questi summit sembrarono funzionare fino a quando ratificarono un consenso che era la conseguenza della Pax Americana, del momento unipolare, della effimera egemonia Usa. Grosso modo dal 1989 al 2008, dalla caduta del blocco comunista alla grande crisi del capitalismo occidentale.

Poi qualcuno ha favoleggiato di un G2, direttorio a due tra America e Cina. Infine siamo al GZero, al tempo del sovranismo (che precede Trump) manca perfino un consenso minimo sulle regole del gioco, altro che obiettivi comuni. Il G7 del resto era ampiamente superato nei fatti, prima di tutto per evidente anacronismo geografico. La sua composizione, con tutto il rispetto per Italia, Francia e Regno Unito, risulta smaccatamente eurocentrica. Solo la Germania ha la stazza di una potenza economica. La geografia del G7 ci riporta a un tempo in cui mezzo Pil del pianeta si generava tra le due sponde atlantiche. Con il Giappone come unica nazione non etnicamente bianca, il G7 era rappresentativo di un mondo liberaldemocratico e capitalista durante la guerra fredda.

Come G8 ebbe vita breve, solo fino a quando Mosca mise fra parentesi la propria aspirazione imperiale. Il formidabile decollo cinese, il peso di India, Brasile, Arabia e Turchia, hanno svuotato di rappresentanza i G7. La rinascita dei nazionalismi e dei sovranismi, partita dalla periferia prima di contagiare il centro, ha tolto anche quel poco di coesione o convergenza di intenti fra capitalismi maturi. Un G7 trumpiano sembra un controsenso, invece potrebbe servire a misurare il minimo comune denominatore. Forse ricordandoci che il re era nudo da tempo. Il mondo farebbe bene a prestare attenzione invece al prossimo ridimensionamento della presenza militare americana in Africa. C’è una logica, che corrisponde non soltanto all’isolazionismo istintivo di Trump.

Nell’establishment militare – ivi compresi quei generali che Trump lo disprezzano – si è diffusa la convinzione che le risorse vanno ridislocate. Dall’11 settembre 2001 l’America ha sprecato 18 anni inseguendo una “guerra al terrorismo” dai risultati controversi; inevitabilmente ha trascurato le minacce vere che nel lungo periodo possono attentare alla sua sicurezza e cioè la Cina, in subordine la Russia. Ritirarsi dall’Africa è uno dei tanti gesti coerenti con una nuova agenda, una nuova selezione delle priorità. Sta agli europei trarne le conseguenze, ammesso che ne siano capaci. In Africa si giocano molte sfide per il futuro del mondo. La Cina in questa seconda guerra fredda si candida ad esportare in Africa il suo modello di sviluppo. Capitalismo brutto, sporco e cattivo, che tuttavia ha sollevato dalla miseria 750 milioni di persone. Putin e anche Erdogan non hanno nessuna ricetta economica da esportare, ma sono in grado di offrire qualche forma di protettorato militare a Stati sfasciati. Una strategia europea ci vorrebbe, che non sia la semplice proiezione delle nostalgie coloniali francesi.