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(ansa)

Quel reddito da riformare

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Il reddito di cittadinanza non va abolito. Va riformato per correggere quegli aspetti che provocano ingiustizie tra poveri, a seconda dell'età e della composizione familiare e discriminano in modo pesante gli stranieri non comunitari, che scoraggiano la partecipazione al lavoro anche tra chi, una minoranza dei poveri assistiti come documentato da diverse analisi, sarebbe in grado di lavorare almeno parzialmente, e che distorcono l'obiettivo principale di una misura di questo genere, che non è la creazione di posti di lavoro, ma la garanzia del soddisfacimento dei bisogni di base di chi si trova in povertà.
In tutti i Paesi occidentali democratici esiste una misura di sostegno al reddito dei poveri. Nell'Unione europea l'Italia è stata l'ultima a introdurlo, dopo la Grecia.

In nessun Paese questa misura è stata proposta, come in Italia nel caso del Reddito di cittadinanza, come una politica attiva del lavoro, anche se in tutti i P…
Il reddito di cittadinanza non va abolito. Va riformato per correggere quegli aspetti che provocano ingiustizie tra poveri, a seconda dell'età e della composizione familiare e discriminano in modo pesante gli stranieri non comunitari, che scoraggiano la partecipazione al lavoro anche tra chi, una minoranza dei poveri assistiti come documentato da diverse analisi, sarebbe in grado di lavorare almeno parzialmente, e che distorcono l'obiettivo principale di una misura di questo genere, che non è la creazione di posti di lavoro, ma la garanzia del soddisfacimento dei bisogni di base di chi si trova in povertà.
In tutti i Paesi occidentali democratici esiste una misura di sostegno al reddito dei poveri. Nell'Unione europea l'Italia è stata l'ultima a introdurlo, dopo la Grecia.

In nessun Paese questa misura è stata proposta, come in Italia nel caso del Reddito di cittadinanza, come una politica attiva del lavoro, anche se in tutti i Paesi vi è il requisito, per i beneficiari adulti in grado di lavorare, della disponibilità ad accettare proposte di lavoro congruenti con le capacità e possibilità pratiche (ad esempio in termini di distanza o di carichi di lavoro famigliare) e/o a intraprendere percorsi di qualificazione professionale. Per creare lavoro occorre agire anche, se non soprattutto, sulla domanda, non solo o prevalentemente sull'offerta, tanto più se questa è debole per qualifica, collocazione territoriale svantaggiata, carichi familiari. Agire su questo tipo di offerta, migliorandone le qualifiche e le condizioni di contesto, inoltre, richiede qualche cosa di più che qualche corso di poche settimane o la disponibilità della consulenza dei cosiddetti navigator, per altro precari essi stessi in cerca di un lavoro stabile. Secondo i dati Anpal, su 200mila beneficiari presi in carico dagli uffici per l'impiego fino a novembre, hanno trovato un'occupazione, non si sa quanto duratura, in 18mila. Senza dimenticare che non sempre avere una occupazione protegge dalla povertà, se il lavoro è poco pagato, o precario o a part-time involontario e non garantisce un reddito sufficiente a soddisfare i bisogni propri e della propria famiglia. È il caso del 12% delle famiglie con persona di riferimento operaio o assimilato.

Allo stesso tempo, bisognerebbe incentivare, come avviene in altri Paesi, l'accettazione di occupazioni anche a tempo parziale, se confacenti e dignitose, scontando fino a una certa soglia il reddito così guadagnato, in modo che lavorare sia più vantaggioso del ricevere solo il sussidio in attesa, spesso vana, di un lavoro. Ma anche nella sicurezza che se il reddito da lavoro è gravemente insufficiente si avrà accesso a una integrazione.

Nel quadro normativo attuale, ci sono incentivi per chi assume un beneficiario di RdC (creando anche una competizione impropria tra chi è in cerca di occupazione), ma non per i beneficiari stessi che si danno da fare per guadagnare qualcosa nell'economia formale, dato che ogni euro guadagnato viene scontato dall'importo del RdC. Anche aver nettamente separato il percorso legato al patto per il lavoro (per chi è teoricamente in grado di lavorare) e quello legato al patto per l'inclusione per chi non è occupabile è sbagliato. In una famiglia ci possono essere individui con caratteristiche diverse (ad esempio adulti e minori, persone con o senza carichi di cura, abili e inabili al lavoro), che dovrebbero poter accedere all'una o all'altra possibilità, senza seguire il destino dell'intestatario del RdC. Inoltre, chi può essere disponibile al lavoro può avere anche bisogno di sostegno nelle sue responsabilità come genitore, o per evitare l'indebitamento o altro. Si può imparare utilmente, da questo punto di vista, dall'esperienza del ReI, l'antecedente del RdC, molto più limitato nelle risorse, ma più ricco nel disegno complessivo.

Un'altra riforma necessaria riguarda la sottovalutazione dei bisogni dei minori, con una scala di equivalenza che assegna loro la metà del coefficiente di un adulto. Come se un adolescente avesse bisogno di nutrirsi meno di un adulto e un bambino non avesse bisogno di scarpe e vestiti che ne seguano la crescita, o di fare esperienze che ne stimolino e rafforzino le capacità. Sarebbe meglio modificare il totem dell'importo massimo di 780 euro per una persona sola e adottare una scala di equivalenza più ragionevole.