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Industria, il virus tedesco

Si aggrava la malattia dell'attività manifatturiera italiana. Ci eravamo aggrappati alla Germania, alla locomotiva d'Europa. Ora precipitiamo nel gorgo della recessione spinti dalla crisi di Berlino
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Si aggrava la malattia dell'industria italiana. Ci eravamo aggrappati alla Germania, alla locomotiva d'Europa, alla sua potenza produttiva, alla solidità del suo modello di sviluppo. Ora stiamo precipitando nel gorgo della recessione spinti dalla crisi dell'auto tedesca provocata dallo scandalo delle emissioni truccate dei motori diesel. È un effetto domino che non accenna a fermarsi e ormai sembra troppo tardi per cambiare direzione nonostante la proverbiale capacità di adattamento delle nostre piccole e medie imprese. Ci vorrà del tempo e ci accorgeremo (purtroppo) della fatica necessaria.

Il 2019, dunque, si è chiuso malissimo con l'indice Pmi (indicatore molto affidabile sull'andamento dell'economia reale) crollato in Italia dal 47.6 di novembre a 42.6 di dicembre, più di quel che è accaduto in Germania (prigioniera della crisi più grave da sette anni a questa parte) dove, comunque, il dato negativo &…
Si aggrava la malattia dell'industria italiana. Ci eravamo aggrappati alla Germania, alla locomotiva d'Europa, alla sua potenza produttiva, alla solidità del suo modello di sviluppo. Ora stiamo precipitando nel gorgo della recessione spinti dalla crisi dell'auto tedesca provocata dallo scandalo delle emissioni truccate dei motori diesel. È un effetto domino che non accenna a fermarsi e ormai sembra troppo tardi per cambiare direzione nonostante la proverbiale capacità di adattamento delle nostre piccole e medie imprese. Ci vorrà del tempo e ci accorgeremo (purtroppo) della fatica necessaria.

Il 2019, dunque, si è chiuso malissimo con l'indice Pmi (indicatore molto affidabile sull'andamento dell'economia reale) crollato in Italia dal 47.6 di novembre a 42.6 di dicembre, più di quel che è accaduto in Germania (prigioniera della crisi più grave da sette anni a questa parte) dove, comunque, il dato negativo è netto: 43.7 contro il 44.1 del mese precedente. Frenata, ma più moderata, in tutta l'Eurozona che ha registrato un calo dell'indice da 46.9 a 46.3. Il purchasing managers' index segnala espansione oltre il livello di 50 e contrazione sotto i 50 punti.

Non tutto il mondo, però, va così male, al netto degli strascichi della guerra dei dazi e dei danni provocati da Brexit. Gli Stati Uniti continuano a crescere insieme alle grandi economie asiatiche (Cina, India, Corea); la Francia (unica tra le potenze industriali europee) resiste, anche grazie a una produzione di auto che non ha consegnato il suo futuro in mano al diesel.

Per l'Italia la partita è davvero complicata, per la sua composizione produttiva fatta sempre più di piccole e medie imprese fornitrici, per quanto connesse con le nuove catene globali del valore, e per la mancanza di interventi coerenti e organici di politica industriale.

Questo calo è il più marcato dall'aprile del 2013, quando il governo Monti, che ci salvò dal default delle finanze pubbliche a firma forzaleghista, passava il testimone a quello di Enrico Letta. Sono passati sei anni e mezzo circa e torniamo alla casella di partenza, come in un brutto gioco dell'oca, con investimenti latitanti e domanda interna costantemente troppo fragile.

D'altra parte i primi tre trimestri dell'anno appena finito si sono chiusi con la continua discesa della produzione e un forte incremento del ricorso alla cassa integrazione: + 58 per cento solo nel settore metalmeccanico. L'aggravarsi del contesto sta cominciando a mettere in bilico questi posti di lavoro. Non più crisi congiunturale, ma strutturale con uno scenario che può trasformarsi presto in un incubo dentro la nostra perenne stagnazione.

La questione industriale è stata troppo a lungo sottovalutata dalla politica, per pigrizia e per adesione acritica alle regole del mercato con annessa la sua presunta capacità di selezionare soggetti e settori. Solo qualche balbettio dalla politica prima di "Industria 4.0" dell'ex ministro Calenda, che ha incentivato la riconversione tecnologica del gruppo di testa delle nostre aziende lasciando però le altre ancora più indietro, e ora solo un silenzio assordante interrotto da parole a vanvera, mentre perdiamo terreno sul fronte dell'innovazione e delle nuove frontiere produttive. Perché non è politica industriale il salvataggio pubblico di aziende decotte (l'Iri non servì a questo e il ministro dello Sviluppo Patuanelli dovrebbe saperlo) né l'intervento pubblico per mettere una toppa a gestioni infantili di dossier complessi come quello dell'ex Ilva. Questo è sperpero di denaro pubblico mentre l'industria va a rotoli.