M5S, disgregati verso la meta
Stefano Folli , di STEFANO FOLLIL'unica certezza che accomuna il premier Conte e i resti dell'esercito grillino è la volontà di durare: con poche idee ma durare. Un gioco rischioso per la coalizione
Non è quasi più una notizia la progressiva frantumazione del Movimento Cinque Stelle. Nel senso che ormai appare irreversibile e la questione semmai riguarda i tempi e i modi. Tuttavia l'addio, volontario o forzato poco importa, di Fioramonti prima e Paragone subito dopo introduce un elemento interessante: i due se ne vanno insieme, ma in direzioni diverse. Entrambi denunciano lo snaturarsi irrimediabile dei 5S, ma sembrano trarne conclusioni differenti.
L'ex ministro dell'Istruzione, l'uomo che ha pur sempre rinunciato alla poltrona, sembra destinato a creare un gruppetto di dissidenti da collocare in un angolo della maggioranza che sostiene Conte. Obiettivo prioritario, evitare a tutti i costi le elezioni anticipate e nel frattempo dar vita a un grillismo governativo più credibile di quello in cui si è smarrito Di Maio: un grillismo filo-Conte, utile forse a rastrellare consensi in territori contesi, come il mondo della scuola. Il secondo…
L'ex ministro dell'Istruzione, l'uomo che ha pur sempre rinunciato alla poltrona, sembra destinato a creare un gruppetto di dissidenti da collocare in un angolo della maggioranza che sostiene Conte. Obiettivo prioritario, evitare a tutti i costi le elezioni anticipate e nel frattempo dar vita a un grillismo governativo più credibile di quello in cui si è smarrito Di Maio: un grillismo filo-Conte, utile forse a rastrellare consensi in territori contesi, come il mondo della scuola. Il secondo…
Non è quasi più una notizia la progressiva frantumazione del Movimento Cinque Stelle. Nel senso che ormai appare irreversibile e la questione semmai riguarda i tempi e i modi. Tuttavia l'addio, volontario o forzato poco importa, di Fioramonti prima e Paragone subito dopo introduce un elemento interessante: i due se ne vanno insieme, ma in direzioni diverse. Entrambi denunciano lo snaturarsi irrimediabile dei 5S, ma sembrano trarne conclusioni differenti.
L'ex ministro dell'Istruzione, l'uomo che ha pur sempre rinunciato alla poltrona, sembra destinato a creare un gruppetto di dissidenti da collocare in un angolo della maggioranza che sostiene Conte. Obiettivo prioritario, evitare a tutti i costi le elezioni anticipate e nel frattempo dar vita a un grillismo governativo più credibile di quello in cui si è smarrito Di Maio: un grillismo filo-Conte, utile forse a rastrellare consensi in territori contesi, come il mondo della scuola. Il secondo, ex leghista sempre pronto a mostrarsi nemico irriducibile del sistema, potrebbe a sua volta riunire qualche amico, ma non certo per puntellare un presidente del Consiglio ormai entrato nell'orbita del Pd. Su questo l'asse con Di Battista si annuncia molto solido, soprattutto nella denuncia del "nulla" in cui è precipitata - e non da oggi - la leadership di Di Maio. Quanto al futuro dell'epurato e dei suoi eventuali compagni di strada, si vedrà: nessuno si stupirebbe se fosse quello di "quinta colonna" del salvinismo, pronta ad attivarsi come una mina per far inciampare il governo. Può non essere per domani e nemmeno per dopodomani, ma un giorno capiterà l'occasione.
Qui è la differenza che segna la "diaspora". Da un lato è evidente che le varie correnti in cui si sta scomponendo il mondo dei 5S sono ben salde nella volontà di non interrompere la legislatura perché nelle urne troverebbero il loro tramonto. Dall'altro c'è l'eccezione da non sottovalutare di Paragone: lui e qualcun altro sono in grado di essere rieletti con Salvini e quindi non avranno remore ad accentuare il populismo anti-governo, anti-establishment, all'occorrenza anti-Quirinale. Tutto questo crea una seria precarietà, come ha ben compreso Di Battista. Stiamo assistendo al disgregarsi della forza di maggioranza relativa, dal peso quasi paragonabile alla Dc di un tempo, ed è difficile credere che lo smottamento possa concludersi senza traumi, magari con il parallelo consolidarsi di un gruppo volto a puntellare l'alleanza Pd-Grillo. È vero che talvolta le isole emergono all'improvviso in mezzo al mare, spesso in conseguenza di eruzioni sottomarine. Ma con la stessa rapidità poi scompaiono.
Peraltro gli indizi che il processo in atto è lacerante sono numerosi. Lo scontro sui mancati rimborsi è tipico di un partito morente. E lo stesso vale per la rete in cui è intrappolato Casaleggio, fra polemiche quotidiane e una difesa che ha il sapore dell'arrocco (vedi Il Foglio di ieri). Sembra che le luci degli anni d'oro si siano spente. I tentativi di recuperare il tempo perduto si risolvono in errori politici: come la prescrizione infinita che per i 5S è un successo, certo, avendo ottenuto la resa sostanziale del Pd, ma un successo il cui prezzo lo pagherà ancora una volta il sistema giudiziario. Senza parlare del disastro in Libia. La verità è che al di là della retorica, dei vertici di maggioranza, dei misteriosi "crono-programmi", l'unica certezza che accomuna il premier Conte e i resti dell'esercito grillino (salvo poche eccezioni) è la volontà di durare: con poche idee ma durare, in attesa che sia Salvini a logorarsi per primo. Un gioco rischioso per una coalizione a cui il capo dello Stato aveva chiesto, l'estate scorsa, un impegno sulle cose da fare e un patto di legislatura.
L'ex ministro dell'Istruzione, l'uomo che ha pur sempre rinunciato alla poltrona, sembra destinato a creare un gruppetto di dissidenti da collocare in un angolo della maggioranza che sostiene Conte. Obiettivo prioritario, evitare a tutti i costi le elezioni anticipate e nel frattempo dar vita a un grillismo governativo più credibile di quello in cui si è smarrito Di Maio: un grillismo filo-Conte, utile forse a rastrellare consensi in territori contesi, come il mondo della scuola. Il secondo, ex leghista sempre pronto a mostrarsi nemico irriducibile del sistema, potrebbe a sua volta riunire qualche amico, ma non certo per puntellare un presidente del Consiglio ormai entrato nell'orbita del Pd. Su questo l'asse con Di Battista si annuncia molto solido, soprattutto nella denuncia del "nulla" in cui è precipitata - e non da oggi - la leadership di Di Maio. Quanto al futuro dell'epurato e dei suoi eventuali compagni di strada, si vedrà: nessuno si stupirebbe se fosse quello di "quinta colonna" del salvinismo, pronta ad attivarsi come una mina per far inciampare il governo. Può non essere per domani e nemmeno per dopodomani, ma un giorno capiterà l'occasione.
Qui è la differenza che segna la "diaspora". Da un lato è evidente che le varie correnti in cui si sta scomponendo il mondo dei 5S sono ben salde nella volontà di non interrompere la legislatura perché nelle urne troverebbero il loro tramonto. Dall'altro c'è l'eccezione da non sottovalutare di Paragone: lui e qualcun altro sono in grado di essere rieletti con Salvini e quindi non avranno remore ad accentuare il populismo anti-governo, anti-establishment, all'occorrenza anti-Quirinale. Tutto questo crea una seria precarietà, come ha ben compreso Di Battista. Stiamo assistendo al disgregarsi della forza di maggioranza relativa, dal peso quasi paragonabile alla Dc di un tempo, ed è difficile credere che lo smottamento possa concludersi senza traumi, magari con il parallelo consolidarsi di un gruppo volto a puntellare l'alleanza Pd-Grillo. È vero che talvolta le isole emergono all'improvviso in mezzo al mare, spesso in conseguenza di eruzioni sottomarine. Ma con la stessa rapidità poi scompaiono.
Peraltro gli indizi che il processo in atto è lacerante sono numerosi. Lo scontro sui mancati rimborsi è tipico di un partito morente. E lo stesso vale per la rete in cui è intrappolato Casaleggio, fra polemiche quotidiane e una difesa che ha il sapore dell'arrocco (vedi Il Foglio di ieri). Sembra che le luci degli anni d'oro si siano spente. I tentativi di recuperare il tempo perduto si risolvono in errori politici: come la prescrizione infinita che per i 5S è un successo, certo, avendo ottenuto la resa sostanziale del Pd, ma un successo il cui prezzo lo pagherà ancora una volta il sistema giudiziario. Senza parlare del disastro in Libia. La verità è che al di là della retorica, dei vertici di maggioranza, dei misteriosi "crono-programmi", l'unica certezza che accomuna il premier Conte e i resti dell'esercito grillino (salvo poche eccezioni) è la volontà di durare: con poche idee ma durare, in attesa che sia Salvini a logorarsi per primo. Un gioco rischioso per una coalizione a cui il capo dello Stato aveva chiesto, l'estate scorsa, un impegno sulle cose da fare e un patto di legislatura.