Il vizio del fratricidio
Luigi Manconi , di LUIGI MANCONIPer i nostri partiti vale ciò che disse Umberto Saba nel 1945 per spiegare l'incapacità del Paese di fare autentiche rivoluzioni
Probabilmente nemmeno i loro babbi, in un delirio di orgoglio genitoriale, arriverebbero a paragonare i rispettivi figlioli, Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, ai due gemelli, figli di Rea Silvia, discendente di Enea e di Marte, allattati da una lupa e chiamati Romolo e Remo. Eppure, in una prospettiva per così dire storico-antropologica, questo mirabolante raffronto ha un suo senso e trova un qualche autorevole supporto.
Nel 1945, in un tragico passaggio d'epoca, fu il poeta Umberto Saba a offrire l'interpretazione più profonda e acuminata della nostra storia nazionale: "Vi siete mai chiesti perché l'Italia non ha avuto, in tutta la sua storia - da Roma a oggi - una sola vera rivoluzione? La risposta - chiave che apre molte porte - è forse la storia d'Italia in poche righe. Gli italiani non sono parricidi: sono fratricidi. Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, Badoglio e Graziani". Concludeva Saba: …
Nel 1945, in un tragico passaggio d'epoca, fu il poeta Umberto Saba a offrire l'interpretazione più profonda e acuminata della nostra storia nazionale: "Vi siete mai chiesti perché l'Italia non ha avuto, in tutta la sua storia - da Roma a oggi - una sola vera rivoluzione? La risposta - chiave che apre molte porte - è forse la storia d'Italia in poche righe. Gli italiani non sono parricidi: sono fratricidi. Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, Badoglio e Graziani". Concludeva Saba: …
Probabilmente nemmeno i loro babbi, in un delirio di orgoglio genitoriale, arriverebbero a paragonare i rispettivi figlioli, Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, ai due gemelli, figli di Rea Silvia, discendente di Enea e di Marte, allattati da una lupa e chiamati Romolo e Remo. Eppure, in una prospettiva per così dire storico-antropologica, questo mirabolante raffronto ha un suo senso e trova un qualche autorevole supporto.
Nel 1945, in un tragico passaggio d'epoca, fu il poeta Umberto Saba a offrire l'interpretazione più profonda e acuminata della nostra storia nazionale: "Vi siete mai chiesti perché l'Italia non ha avuto, in tutta la sua storia - da Roma a oggi - una sola vera rivoluzione? La risposta - chiave che apre molte porte - è forse la storia d'Italia in poche righe. Gli italiani non sono parricidi: sono fratricidi. Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, Badoglio e Graziani". Concludeva Saba: "Gli italiani sono l'unico popolo (credo) che abbiano, alla base della loro storia (o della loro leggenda), un fratricidio. Ed è solo col parricidio (uccisione del vecchio) che si inizia una rivoluzione".
I decenni successivi avrebbero confermato la diagnosi dell'autore del Canzoniere, che avrebbe potuto cogliere quella vocazione fratricida nei movimenti di scissione e secessione destinati ad attraversare il sistema politico italiano e il suo insediamento sociale. È stata questa, nel secondo Dopoguerra, la sorte del Movimento operaio, diviso tra comunisti e socialisti, e, poi, del Pc, insidiato dalla diaspora minoritaria alla sua sinistra; ed è stata la vicenda finale della Democrazia Cristiana e della sua estinzione lungo linee di frattura che correvano da un lato e dall'altro del suo corpo politico. Fenomeni importanti, che hanno portato alla crisi dei grandi partiti di massa e che avevano le loro radici nei mutamenti della struttura sociale del nostro Paese, nelle trasformazioni del suo sistema produttivo e nella disarticolazione delle classi, dei ceti e dei corpi intermedi, così come nei rapidi processi di rinnovamento delle culture e degli stili di vita.
Eppure è stato come se questi rivolgimenti avessero lasciato intatte la sostanza profonda e la struttura costitutiva del sistema. Un susseguirsi di lotte intestine, che portavano all'avvicendarsi di gruppi dirigenti all'interno di un ordinamento connotato da una irriducibile continuità. La competizione politica si consumava nello scontro tra "fratelli" senza una "vera rivoluzione". Qui non è importante verificare la validità scientifica dell'interpretazione di un poeta nel lontano 1945.
Ciò che davvero conta è la potenza dell'analisi del carattere nazionale. Un'analisi che, settantacinque anni dopo, può dare uno straccio di dignità, e una qualche dimensione storica, a quelle che altrimenti dovremmo classificare come espressioni modeste di un irresistibile spirito di scissione o di una diffusa psicopatologia politica. Si pensi alle due scissioni subite dal Partito Democratico in venti mesi. E si consideri il processo di polverizzazione vissuto oggi dal Movimento 5 Stelle; e, infine, l'ultimo atto dello stucchevole feuilleton che ha avuto come protagonisti Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista.
Lo so, senza quelle luminose righe di Umberto Saba, dovremmo parlare solo della molesta litigiosità tra due persone baciate dalla fortuna, diventate leader politici per un beffardo gioco del caso, senza curriculum e senza talento; e grazie solo al nichilismo capriccioso di Beppe Grillo. Tuttavia, il legame fraterno che si fa fratricida resta un fattore essenziale della nostra vicenda politica. Non si tratta esclusivamente di un problema caratteriale dei leader e nemmeno di tipologie politiche borderline che, in assenza di quel meccanismo di selezione, fatto di esperienza e competenza, irrompono disordinatamente sulla scena pubblica. C'è questo, ma c'è anche un fattore di fondo.
Le trasformazioni nel sistema politico e nella fisionomia dei partiti e i radicali mutamenti nella metodologia dell'azione collettiva hanno svuotato la politica di gran parte delle reti di relazioni che la motivavano e la sostenevano (è proprio contro questo impoverimento che nascono le Sardine).
Di conseguenza, l'azione politica si affida sempre meno alla mobilitazione di comunità, di interessi sociali, di bisogni collettivi; e sempre più all'attività di lobby e di gruppi di interesse, distanti dalla materialità della vita sociale, e che intervengono direttamente nella sfera pubblica, interloquendo e negoziando con le istituzioni.
In altre parole, la politica è sempre più "senza società" e ha, di conseguenza, i nervi scoperti. Fatale che alla solidarietà dei valori e degli atti condivisi e alla prossimità dei corpi, succeda uno stato di nevrosi permanente e di aggressività patologica.
Nel 1945, in un tragico passaggio d'epoca, fu il poeta Umberto Saba a offrire l'interpretazione più profonda e acuminata della nostra storia nazionale: "Vi siete mai chiesti perché l'Italia non ha avuto, in tutta la sua storia - da Roma a oggi - una sola vera rivoluzione? La risposta - chiave che apre molte porte - è forse la storia d'Italia in poche righe. Gli italiani non sono parricidi: sono fratricidi. Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, Badoglio e Graziani". Concludeva Saba: "Gli italiani sono l'unico popolo (credo) che abbiano, alla base della loro storia (o della loro leggenda), un fratricidio. Ed è solo col parricidio (uccisione del vecchio) che si inizia una rivoluzione".
I decenni successivi avrebbero confermato la diagnosi dell'autore del Canzoniere, che avrebbe potuto cogliere quella vocazione fratricida nei movimenti di scissione e secessione destinati ad attraversare il sistema politico italiano e il suo insediamento sociale. È stata questa, nel secondo Dopoguerra, la sorte del Movimento operaio, diviso tra comunisti e socialisti, e, poi, del Pc, insidiato dalla diaspora minoritaria alla sua sinistra; ed è stata la vicenda finale della Democrazia Cristiana e della sua estinzione lungo linee di frattura che correvano da un lato e dall'altro del suo corpo politico. Fenomeni importanti, che hanno portato alla crisi dei grandi partiti di massa e che avevano le loro radici nei mutamenti della struttura sociale del nostro Paese, nelle trasformazioni del suo sistema produttivo e nella disarticolazione delle classi, dei ceti e dei corpi intermedi, così come nei rapidi processi di rinnovamento delle culture e degli stili di vita.
Eppure è stato come se questi rivolgimenti avessero lasciato intatte la sostanza profonda e la struttura costitutiva del sistema. Un susseguirsi di lotte intestine, che portavano all'avvicendarsi di gruppi dirigenti all'interno di un ordinamento connotato da una irriducibile continuità. La competizione politica si consumava nello scontro tra "fratelli" senza una "vera rivoluzione". Qui non è importante verificare la validità scientifica dell'interpretazione di un poeta nel lontano 1945.
Ciò che davvero conta è la potenza dell'analisi del carattere nazionale. Un'analisi che, settantacinque anni dopo, può dare uno straccio di dignità, e una qualche dimensione storica, a quelle che altrimenti dovremmo classificare come espressioni modeste di un irresistibile spirito di scissione o di una diffusa psicopatologia politica. Si pensi alle due scissioni subite dal Partito Democratico in venti mesi. E si consideri il processo di polverizzazione vissuto oggi dal Movimento 5 Stelle; e, infine, l'ultimo atto dello stucchevole feuilleton che ha avuto come protagonisti Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista.
Lo so, senza quelle luminose righe di Umberto Saba, dovremmo parlare solo della molesta litigiosità tra due persone baciate dalla fortuna, diventate leader politici per un beffardo gioco del caso, senza curriculum e senza talento; e grazie solo al nichilismo capriccioso di Beppe Grillo. Tuttavia, il legame fraterno che si fa fratricida resta un fattore essenziale della nostra vicenda politica. Non si tratta esclusivamente di un problema caratteriale dei leader e nemmeno di tipologie politiche borderline che, in assenza di quel meccanismo di selezione, fatto di esperienza e competenza, irrompono disordinatamente sulla scena pubblica. C'è questo, ma c'è anche un fattore di fondo.
Le trasformazioni nel sistema politico e nella fisionomia dei partiti e i radicali mutamenti nella metodologia dell'azione collettiva hanno svuotato la politica di gran parte delle reti di relazioni che la motivavano e la sostenevano (è proprio contro questo impoverimento che nascono le Sardine).
Di conseguenza, l'azione politica si affida sempre meno alla mobilitazione di comunità, di interessi sociali, di bisogni collettivi; e sempre più all'attività di lobby e di gruppi di interesse, distanti dalla materialità della vita sociale, e che intervengono direttamente nella sfera pubblica, interloquendo e negoziando con le istituzioni.
In altre parole, la politica è sempre più "senza società" e ha, di conseguenza, i nervi scoperti. Fatale che alla solidarietà dei valori e degli atti condivisi e alla prossimità dei corpi, succeda uno stato di nevrosi permanente e di aggressività patologica.