La politica estera questa sconosciuta
Stefano Folli , di STEFANO FOLLI
Una crisi internazionale drammatica, dall'Iraq alla Libia, trova un'Italia svagata, mai come oggi priva di una politica estera di cui sia possibile decifrare almeno le linee generali. Eppure esisterebbero tutte le ragioni per mettere al centro del dibattito pubblico gli interessi geopolitici del Paese nonché un'analisi dei rischi concreti che si profilano, compresi quelli legati a una ripresa delle migrazioni di massa.
Senza nulla togliere al ritorno in campo di Di Battista o all'ultima foto dei pizzoccheri mangiati a cena da Salvini, resta il fatto che le missioni militari italiane sono numerose in Medio Oriente e Asia centrale e costituiscono un problema delicato. Le più importanti sono proprio a Bagdad ed Erbil, in territorio iracheno, poi in Libano (Unifil) e a Misurata, in Libia, dove opera da tempo un ospedale da campo con una rete di sicurezza garantita dai nostri soldati. Si tratta di scelte maturate negli anni: una politica militare, bench&eacut…
Senza nulla togliere al ritorno in campo di Di Battista o all'ultima foto dei pizzoccheri mangiati a cena da Salvini, resta il fatto che le missioni militari italiane sono numerose in Medio Oriente e Asia centrale e costituiscono un problema delicato. Le più importanti sono proprio a Bagdad ed Erbil, in territorio iracheno, poi in Libano (Unifil) e a Misurata, in Libia, dove opera da tempo un ospedale da campo con una rete di sicurezza garantita dai nostri soldati. Si tratta di scelte maturate negli anni: una politica militare, bench&eacut…
Una crisi internazionale drammatica, dall'Iraq alla Libia, trova un'Italia svagata, mai come oggi priva di una politica estera di cui sia possibile decifrare almeno le linee generali. Eppure esisterebbero tutte le ragioni per mettere al centro del dibattito pubblico gli interessi geopolitici del Paese nonché un'analisi dei rischi concreti che si profilano, compresi quelli legati a una ripresa delle migrazioni di massa.
Senza nulla togliere al ritorno in campo di Di Battista o all'ultima foto dei pizzoccheri mangiati a cena da Salvini, resta il fatto che le missioni militari italiane sono numerose in Medio Oriente e Asia centrale e costituiscono un problema delicato. Le più importanti sono proprio a Bagdad ed Erbil, in territorio iracheno, poi in Libano (Unifil) e a Misurata, in Libia, dove opera da tempo un ospedale da campo con una rete di sicurezza garantita dai nostri soldati. Si tratta di scelte maturate negli anni: una politica militare, benché circoscritta e dal profilo limitato, al servizio di una certa idea della presenza italiana nelle aree più scomode.
Se tuttavia vengono meno i fondamentali della politica estera, anche lo strumento militare perde di significato e, anzi, genera pericoli immediati.
Per qualche tempo a Roma ci si è cullati nella rassicurante gag di Trump che si rivolgeva a Conte chiamandolo "Giuseppi": una storpiatura involontaria del nome da cui si è voluto dedurre una simpatia particolare, una familiarità dovuta a una sorta di asse preferenziale e personale tra il presidente americano e il premier italiano. Purtroppo sul piano pratico tale vicinanza non ha prodotto risultati di rilievo.
In Libia si pensava che il ruolo privilegiato dell'Italia sarebbe stato puntellato dagli Stati Uniti, magari solo per tagliare le unghie all'invadenza di Macron. Ma non è andata così. L'appoggio italiano a Serraj, il leader riconosciuto formalmente dalla comunità internazionale, è diventato via via sempre meno incisivo, mentre il groviglio libico non riusciva ad attrarre l'attenzione di Washington.
A un certo punto il presidente del Consiglio ha definito "equidistante" la linea italiana tra lo stesso Serraj e il suo aggressivo rivale Haftar. E con l'equidistanza si capisce che l'influenza di Roma non si è consolidata. Ad aiutare Serraj ora provvederà Erdogan ed è sorprendente come lo stravolgimento degli equilibri in Libia avvenga nella sostanziale indifferenza delle maggiori forze politiche, quando invece potrebbe essere l'occasione per un momento di unità nazionale.
Ieri Gianluca Di Feo ha scritto su queste colonne che l'Italia, nonostante tutto, resta il Paese meglio titolato a parlare con tutti. È vero, ma è un'attitudine che è stata male esercitata negli ultimi tempi, anche per un palese deficit di credibilità politica. Si sconta l'aver affidato la Farnesina all'evanescente Di Maio, il quale oltretutto l'ha considerata un ripiego, non essendo riuscito ad avere la vice presidenza del Consiglio. Il resto è una conseguenza. Ora che la parola è ai cannoni e che Turchia e Russia sono in campo come mai era accaduto nel recente passato in questo settore del Mediterraneo, non c'è da fare molto affidamento nemmeno sull'iniziativa dei ministri degli Esteri dell'Unione prevista per il 7. Gli eventi precipitano e la mancanza di visione del governo giallo-rosso investe in pieno anche la politica estera.
Senza nulla togliere al ritorno in campo di Di Battista o all'ultima foto dei pizzoccheri mangiati a cena da Salvini, resta il fatto che le missioni militari italiane sono numerose in Medio Oriente e Asia centrale e costituiscono un problema delicato. Le più importanti sono proprio a Bagdad ed Erbil, in territorio iracheno, poi in Libano (Unifil) e a Misurata, in Libia, dove opera da tempo un ospedale da campo con una rete di sicurezza garantita dai nostri soldati. Si tratta di scelte maturate negli anni: una politica militare, benché circoscritta e dal profilo limitato, al servizio di una certa idea della presenza italiana nelle aree più scomode.
Se tuttavia vengono meno i fondamentali della politica estera, anche lo strumento militare perde di significato e, anzi, genera pericoli immediati.
Per qualche tempo a Roma ci si è cullati nella rassicurante gag di Trump che si rivolgeva a Conte chiamandolo "Giuseppi": una storpiatura involontaria del nome da cui si è voluto dedurre una simpatia particolare, una familiarità dovuta a una sorta di asse preferenziale e personale tra il presidente americano e il premier italiano. Purtroppo sul piano pratico tale vicinanza non ha prodotto risultati di rilievo.
In Libia si pensava che il ruolo privilegiato dell'Italia sarebbe stato puntellato dagli Stati Uniti, magari solo per tagliare le unghie all'invadenza di Macron. Ma non è andata così. L'appoggio italiano a Serraj, il leader riconosciuto formalmente dalla comunità internazionale, è diventato via via sempre meno incisivo, mentre il groviglio libico non riusciva ad attrarre l'attenzione di Washington.
A un certo punto il presidente del Consiglio ha definito "equidistante" la linea italiana tra lo stesso Serraj e il suo aggressivo rivale Haftar. E con l'equidistanza si capisce che l'influenza di Roma non si è consolidata. Ad aiutare Serraj ora provvederà Erdogan ed è sorprendente come lo stravolgimento degli equilibri in Libia avvenga nella sostanziale indifferenza delle maggiori forze politiche, quando invece potrebbe essere l'occasione per un momento di unità nazionale.
Ieri Gianluca Di Feo ha scritto su queste colonne che l'Italia, nonostante tutto, resta il Paese meglio titolato a parlare con tutti. È vero, ma è un'attitudine che è stata male esercitata negli ultimi tempi, anche per un palese deficit di credibilità politica. Si sconta l'aver affidato la Farnesina all'evanescente Di Maio, il quale oltretutto l'ha considerata un ripiego, non essendo riuscito ad avere la vice presidenza del Consiglio. Il resto è una conseguenza. Ora che la parola è ai cannoni e che Turchia e Russia sono in campo come mai era accaduto nel recente passato in questo settore del Mediterraneo, non c'è da fare molto affidamento nemmeno sull'iniziativa dei ministri degli Esteri dell'Unione prevista per il 7. Gli eventi precipitano e la mancanza di visione del governo giallo-rosso investe in pieno anche la politica estera.