Identità digitale e password di Stato: gli slogan non servono
Alessio Balbi , di ALESSIO BALBILa materia è talmente vasta, complessa e sensibile che una sola cosa è assolutamente chiara, ovvero che non ci si può permettere di affrontarla con un inciso in un’intervista radiofonica
Lo aveva già dimostrato il caso Marattin giusto un paio di mesi fa, lo conferma ora il polverone sollevato dalle parole della ministra per l’Innovazione Paola Pisano: l’identità digitale è materia da maneggiare con estrema cura, tanto da apparire, in maniera un po’ paradossale, uno dei pochi ambiti in cui le semplificazioni e gli slogan tipici della politica ai tempi dei social finiscono per risultare inefficaci e controproducenti.
Nell’illustrare i vantaggi della gestione statale dello Spid (il Sistema Pubblico di Identità Digitale, già oggi indispensabile per entrare nei servizi online della pubblica amministrazione), la ministra si è spinta a ipotizzare l’uso di queste credenziali di Stato «per accedere anche ai servizi del privato, per esempio il conto in banca o per comprare su Amazon».
Un solo nome utente e una sola password, erogati e amministrati dallo Stato, per scaricare certificati, pagare…
Nell’illustrare i vantaggi della gestione statale dello Spid (il Sistema Pubblico di Identità Digitale, già oggi indispensabile per entrare nei servizi online della pubblica amministrazione), la ministra si è spinta a ipotizzare l’uso di queste credenziali di Stato «per accedere anche ai servizi del privato, per esempio il conto in banca o per comprare su Amazon».
Un solo nome utente e una sola password, erogati e amministrati dallo Stato, per scaricare certificati, pagare…
Lo aveva già dimostrato il caso Marattin giusto un paio di mesi fa, lo conferma ora il polverone sollevato dalle parole della ministra per l’Innovazione Paola Pisano: l’identità digitale è materia da maneggiare con estrema cura, tanto da apparire, in maniera un po’ paradossale, uno dei pochi ambiti in cui le semplificazioni e gli slogan tipici della politica ai tempi dei social finiscono per risultare inefficaci e controproducenti.
Nell’illustrare i vantaggi della gestione statale dello Spid (il Sistema Pubblico di Identità Digitale, già oggi indispensabile per entrare nei servizi online della pubblica amministrazione), la ministra si è spinta a ipotizzare l’uso di queste credenziali di Stato «per accedere anche ai servizi del privato, per esempio il conto in banca o per comprare su Amazon».
Un solo nome utente e una sola password, erogati e amministrati dallo Stato, per scaricare certificati, pagare le tasse, prenotare visite mediche, fare acquisti o (perché no a questo punto?) guardare film e serie tv, controllare la posta elettronica o accedere ai social (un bel cortocircuito con la proposta Marattin). Si poteva davvero pensare che un’idea del genere non scatenasse un putiferio?
Qui non si tratta neanche di dire quanto l’ipotesi della ministra Pisano sia ragionevole o praticabile, se salvaguardi la sicurezza dei nostri dati sensibili o la metta a repentaglio, se sia l’annuncio del Grande Fratello prossimo venturo o al contrario sia il primo passo per una vera cittadinanza digitale con il suo corollario di diritti e doveri, libertà e tutele. Ed è poco utile anche sottolineare l’ovvio paradosso per cui quelli che insorgono all’idea del controllo statale sono (o, per meglio dire, siamo) gli stessi che affidano valanghe di dati sensibili (geolocalizzazione, chat, e-mail, ricerche online, relazioni, gusti) avendo nella maggior parte dei casi un’idea vaghissima dell’uso che ne viene fatto. Anzi, per estremizzare il paradosso, il nostro ottimismo rispetto alla corretta gestione delle nostre faccende online da parte dei vari Facebook, Google e Amazon si basa proprio sulla fiducia nel controllo esercitato dagli enti preposti, ovvero in ultima analisi quello stesso Stato che ci spaventa nella proposta Pisano.
Ma appunto: la materia è talmente vasta, complessa e sensibile che una sola cosa è assolutamente chiara, ovvero che non ci si può permettere di affrontarla con un inciso in un’intervista radiofonica. Casi spaventosi come Cambridge Analytica ci ricordano che quello dei diritti digitali è davvero il fronte su cui si sta già giocando la battaglia per definire cosa significheranno concetti novecenteschi come libertà e democrazia nei decenni a venire. Sono questioni che non si risolveranno nello spazio di un tweet, di un’intervista e neanche di un editoriale. Dichiarare con leggerezza, ipotizzando fughe in avanti da smentire poche ore dopo con altrettanta facilità, rischia solo di riportare continuamente al punto di partenza un dibattito cruciale su cui la politica e i governi sono già drammaticamente in ritardo di mezzi e di idee rispetto ai colossi privati che spadroneggiano sulla frontiera.
Nell’illustrare i vantaggi della gestione statale dello Spid (il Sistema Pubblico di Identità Digitale, già oggi indispensabile per entrare nei servizi online della pubblica amministrazione), la ministra si è spinta a ipotizzare l’uso di queste credenziali di Stato «per accedere anche ai servizi del privato, per esempio il conto in banca o per comprare su Amazon».
Un solo nome utente e una sola password, erogati e amministrati dallo Stato, per scaricare certificati, pagare le tasse, prenotare visite mediche, fare acquisti o (perché no a questo punto?) guardare film e serie tv, controllare la posta elettronica o accedere ai social (un bel cortocircuito con la proposta Marattin). Si poteva davvero pensare che un’idea del genere non scatenasse un putiferio?
Qui non si tratta neanche di dire quanto l’ipotesi della ministra Pisano sia ragionevole o praticabile, se salvaguardi la sicurezza dei nostri dati sensibili o la metta a repentaglio, se sia l’annuncio del Grande Fratello prossimo venturo o al contrario sia il primo passo per una vera cittadinanza digitale con il suo corollario di diritti e doveri, libertà e tutele. Ed è poco utile anche sottolineare l’ovvio paradosso per cui quelli che insorgono all’idea del controllo statale sono (o, per meglio dire, siamo) gli stessi che affidano valanghe di dati sensibili (geolocalizzazione, chat, e-mail, ricerche online, relazioni, gusti) avendo nella maggior parte dei casi un’idea vaghissima dell’uso che ne viene fatto. Anzi, per estremizzare il paradosso, il nostro ottimismo rispetto alla corretta gestione delle nostre faccende online da parte dei vari Facebook, Google e Amazon si basa proprio sulla fiducia nel controllo esercitato dagli enti preposti, ovvero in ultima analisi quello stesso Stato che ci spaventa nella proposta Pisano.
Ma appunto: la materia è talmente vasta, complessa e sensibile che una sola cosa è assolutamente chiara, ovvero che non ci si può permettere di affrontarla con un inciso in un’intervista radiofonica. Casi spaventosi come Cambridge Analytica ci ricordano che quello dei diritti digitali è davvero il fronte su cui si sta già giocando la battaglia per definire cosa significheranno concetti novecenteschi come libertà e democrazia nei decenni a venire. Sono questioni che non si risolveranno nello spazio di un tweet, di un’intervista e neanche di un editoriale. Dichiarare con leggerezza, ipotizzando fughe in avanti da smentire poche ore dopo con altrettanta facilità, rischia solo di riportare continuamente al punto di partenza un dibattito cruciale su cui la politica e i governi sono già drammaticamente in ritardo di mezzi e di idee rispetto ai colossi privati che spadroneggiano sulla frontiera.