La cronaca conferma che la crisi in Iraq e la guerra in Libia non hanno scosso più di tanto la nostra politica. Anzi, qualcuno ne ha approfittato per rifugiarsi in un ulteriore e confortevole provincialismo, quasi un guscio protettivo, e si ritiene offeso che Washington non ci abbia avvertito con il dovuto anticipo dell'intenzione di uccidere il generale iraniano. Il che rivela una certa ignoranza dei meccanismi che regolano l'uso della forza militare in un raid improvviso. Il fatto poi che il segretario di Stato abbia preso contatto, subito dopo l'operazione, con i governi di Germania, Francia e Gran Bretagna e non con quello italiano, dipende dal fatto che si tratta dei firmatari - con Russia e Cina - dell'accordo sul nucleare con l'Iran del 2015. Ciò non toglie che si avverta nell'aria la scarsa considerazione in cui è tenuto non tanto il nostro ministro degli Esteri, pur inconsistente, bensì l'intero esecutivo. Di qui l'e…
La cronaca conferma che la crisi in Iraq e la guerra in Libia non hanno scosso più di tanto la nostra politica. Anzi, qualcuno ne ha approfittato per rifugiarsi in un ulteriore e confortevole provincialismo, quasi un guscio protettivo, e si ritiene offeso che Washington non ci abbia avvertito con il dovuto anticipo dell'intenzione di uccidere il generale iraniano. Il che rivela una certa ignoranza dei meccanismi che regolano l'uso della forza militare in un raid improvviso. Il fatto poi che il segretario di Stato abbia preso contatto, subito dopo l'operazione, con i governi di Germania, Francia e Gran Bretagna e non con quello italiano, dipende dal fatto che si tratta dei firmatari - con Russia e Cina - dell'accordo sul nucleare con l'Iran del 2015. Ciò non toglie che si avverta nell'aria la scarsa considerazione in cui è tenuto non tanto il nostro ministro degli Esteri, pur inconsistente, bensì l'intero esecutivo. Di qui l'estrema e giustificata cautela con cui il premier Conte, nell'intervista di oggi a Repubblica, affronta l'affare iracheno: facendo attenzione a non usare una parola di troppo e comunque evitando di seguire i consigli di chi vorrebbe il ritiro immediato e unilaterale della nostra missione militare.
È vero infatti che l'Italia ha sul campo in Iraq circa un migliaio di militari con varie funzioni: non un impegno da poco e infatti in passato, anche di recente, il nostro governo è stato ringraziato dall'amministrazione americana. Ringraziato, ma non giudicato meritevole di un cambio di "status", di una promozione al livello degli alleati che sono, sì, criticati da Pompeo e tuttavia restano i punti di riferimento in Europa (appunto Londra, Berlino e Parigi). L'Italia, a quanto pare, appartiene oggi al livello dei "volenterosi", paesi utili quando forniscono reparti ben addestrati e istruttori, ma privi di sufficiente spessore politico per essere interlocutori di primo piano. In altri tempi la situazione era differente: si pensi alla missione in Iraq del 2003 (con la tragedia di Nassiriya); all'Unifil in Libano, che peraltro ancora continua, e prima ancora alla spedizione Angioni degli anni Ottanta a Beirut. All'invio dei soldati in luoghi pericolosi corrispondeva un profilo politico internazionale adeguato. E si capisce, dal momento che lo strumento militare - sempre in chiave di rinforzo della pace - era subordinato a precise scelte di politica estera. Quello che sembra mancare oggi.
Questo spiega perché la linea italiana, in questi primi giorni del 2020, sia quella di chinarsi come il giunco che vede arrivare la tempesta. Sulla bocca di molti anche il richiamo all'Europa assente, pur necessario, sembra un manierismo per nascondere l'imbarazzo. Per cui non sorprende che sia la questione irachena sia il dramma della Libia - dove sono in arrivo le truppe turche - suscitino un così modesto e approssimativo dibattito politico. Certo, domani è prevista una riunione a Tripoli dei ministri degli Esteri dell'Unione, ma quasi non se ne parla e anzi ci si domanda che senso ha. Del resto, il primo a essere con la testa altrove è Di Maio, che si occupa delle beghe interne ai 5S e anche - va detto - di mettere a punto con Zingaretti una legge proporzionale in grado di garantire la sopravvivenza nei prossimi anni al ceto politico di quello che fu un movimento anti-sistema.
È vero infatti che l'Italia ha sul campo in Iraq circa un migliaio di militari con varie funzioni: non un impegno da poco e infatti in passato, anche di recente, il nostro governo è stato ringraziato dall'amministrazione americana. Ringraziato, ma non giudicato meritevole di un cambio di "status", di una promozione al livello degli alleati che sono, sì, criticati da Pompeo e tuttavia restano i punti di riferimento in Europa (appunto Londra, Berlino e Parigi). L'Italia, a quanto pare, appartiene oggi al livello dei "volenterosi", paesi utili quando forniscono reparti ben addestrati e istruttori, ma privi di sufficiente spessore politico per essere interlocutori di primo piano. In altri tempi la situazione era differente: si pensi alla missione in Iraq del 2003 (con la tragedia di Nassiriya); all'Unifil in Libano, che peraltro ancora continua, e prima ancora alla spedizione Angioni degli anni Ottanta a Beirut. All'invio dei soldati in luoghi pericolosi corrispondeva un profilo politico internazionale adeguato. E si capisce, dal momento che lo strumento militare - sempre in chiave di rinforzo della pace - era subordinato a precise scelte di politica estera. Quello che sembra mancare oggi.
Questo spiega perché la linea italiana, in questi primi giorni del 2020, sia quella di chinarsi come il giunco che vede arrivare la tempesta. Sulla bocca di molti anche il richiamo all'Europa assente, pur necessario, sembra un manierismo per nascondere l'imbarazzo. Per cui non sorprende che sia la questione irachena sia il dramma della Libia - dove sono in arrivo le truppe turche - suscitino un così modesto e approssimativo dibattito politico. Certo, domani è prevista una riunione a Tripoli dei ministri degli Esteri dell'Unione, ma quasi non se ne parla e anzi ci si domanda che senso ha. Del resto, il primo a essere con la testa altrove è Di Maio, che si occupa delle beghe interne ai 5S e anche - va detto - di mettere a punto con Zingaretti una legge proporzionale in grado di garantire la sopravvivenza nei prossimi anni al ceto politico di quello che fu un movimento anti-sistema.