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Milleproroghe, i vetri opachi delle istituzioni

Il freno alla trasparenza: secono un articolo del decreto, tutti i dirigenti, e quindi anche quelli apicali per i quali la Consulta aveva considerato giusta la normativa vigente, non dovranno più pubblicare redditi e situazione patrimoniale sul sito. Basta che li comunichino all'amministrazione
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Caro direttore, c'è una cattiva abitudine di cui ormai da anni (quasi) tutti i governi non riescono a fare a meno e cioè quello di emanare, a fine dicembre, un decreto legge con cui si posticipa l'entrata in vigore di alcune norme (ad esempio di una scadenza) o se ne proroga la vigenza (ad esempio di un beneficio).

Il cosiddetto Milleproroghe è di per sé una prassi anomala, sconosciuta infatti negli altri Paesi, perché la proroga di un termine dovrebbe essere un'eccezione giustificata da situazioni imprevedibili.

Quando diventa più o meno la regola rende meno credibili legge e legislatore, perché il cittadino si abitua all'idea che le scadenze siano ballerine.

A questo aspetto negativo se ne accompagna spesso un altro ancora più pericoloso: quello di agganciare alle proroghe norme che introducono modifiche legislative a volte anche rilevanti. Le nuove norme sono spesso contenute nelle "pieghe" del pro…
Caro direttore, c'è una cattiva abitudine di cui ormai da anni (quasi) tutti i governi non riescono a fare a meno e cioè quello di emanare, a fine dicembre, un decreto legge con cui si posticipa l'entrata in vigore di alcune norme (ad esempio di una scadenza) o se ne proroga la vigenza (ad esempio di un beneficio).

Il cosiddetto Milleproroghe è di per sé una prassi anomala, sconosciuta infatti negli altri Paesi, perché la proroga di un termine dovrebbe essere un'eccezione giustificata da situazioni imprevedibili.

Quando diventa più o meno la regola rende meno credibili legge e legislatore, perché il cittadino si abitua all'idea che le scadenze siano ballerine.

A questo aspetto negativo se ne accompagna spesso un altro ancora più pericoloso: quello di agganciare alle proroghe norme che introducono modifiche legislative a volte anche rilevanti. Le nuove norme sono spesso contenute nelle "pieghe" del provvedimento, occultate nei rimandi e rinvii ad altre disposizioni e vengono approvate, vista l'urgenza, senza nemmeno un dibattito parlamentare vero; un comportamento tante volte stigmatizzato dalla Corte Costituzionale.

Anche nel decreto Milleproroghe dell'antivigilia di Capodanno ce sono alcune; è risaltata agli occhi quella sulla nuova disciplina in materia di revoca delle concessioni autostradali ma pochi hanno fatto caso alla miniriforma in materia di trasparenza.

Per capire bene cosa bolle in pentola, bisogna fare un passo indietro fino al testo originario del decreto trasparenza del 2013 che, nell'ambito della normativa anticorruzione, aveva obbligato a pubblicare sui siti istituzionali, rendendo quindi quelle informazioni fruibili da tutti (open data), notizie riguardanti coloro che esercitano funzioni di indirizzo politico (sindaci, assessori, presidenti di regione), e cioè il curriculum ma soprattutto stipendi, redditi e situazione patrimoniale.

Obblighi minori invece erano imposti ai dirigenti di qualunque ordine e grado. Con una norma del 2016 si era prevista l'equiparazione di tutti i dirigenti ai politici, sul presupposto che sono essi ad avere spesso le chiavi della macchina amministrativa e a gestire le attività anche economicamente più significative.

La normativa era stata molto contestata; ne era nato un lungo contenzioso che aveva portato la questione dinanzi la Corte Costituzionale.

Con la sentenza numero 20 del 21 febbraio 2019, la Consulta, in modo saggio ed equilibrato, ha parzialmente dichiarato l'incostituzionalità della norma del 2016, relativamente però ai soli dirigenti che non svolgono ruoli di primo piano, sul presupposto che i rischi di corruzione, che giustificano una più ampia pubblicità, vanno ricollegati alle concrete attività svolte; nella sentenza con chiarezza si stabilisce che per le dirigenze di vertice nulla cambia e si rimette, invece, al legislatore la graduazione degli obblighi per tutti gli altri dirigenti.

Malgrado la rilevanza della questione, per 10 mesi governo e Parlamento sono rimasti immobili, ritenendola, invece, il 30 dicembre tanto urgente da meritare "l'onore" del Milleproroghe. Il comma 7 dell'articolo 1 del decreto, però, non si limita ad una proroga, ma attribuisce una delega al governo per intervenire sull'intera materia con un regolamento. A parte la discutibile scelta di declassare la materia a livello regolamentare, sono i criteri dettati dal decreto al governo (e quindi dal governo a sé stesso!) che lasciano a dir poco perplessi.

Accanto all'indicazione di dover graduare gli obblighi per i dirigenti e accanto alla previsione di deroghe per i dirigenti delle forze di polizia (deroga questa assolutamente sacrosanta, anche se di fatto rilasciata "in bianco" al governo) si introduce, con la lettera b) una novità apparentemente solo tecnica.

Tutti i dirigenti, e quindi anche quelli apicali per i quali la Consulta aveva considerato giusta la normativa vigente, non dovranno più pubblicare redditi e situazione patrimoniale sul sito, bastando che li comunichino all'amministrazione.

In tal modo chi vorrà conoscerli sarà costretto a utilizzare l'accesso civico e quindi a recarsi presso l'amministrazione per averne notizia, con tutto quello che ciò comporta e con i rischi di trovarsi anche dinanzi a dinieghi strumentali. Un massiccio, quindi, messo sulla strada della faticosa trasparenza che il nostro Paese con grande ritardo stava percorrendo e un precedente pericoloso, perché in futuro anche sindaci, assessori et cetera potranno provare a chiedere lo stesso trattamento, in nome del presunto diritto alla privacy. La casa dell'amministrazione rischia, a differenza dei proclami giornalieri che si fanno, di avere da domani sempre più vetri opachi ed oscurati.

Raffaele Cantone è magistrato, saggista e accademico, già presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione