Milleproroghe, mille regali
Sergio Rizzo , di SERGIO RIZZO
La ricerca dell'autore si perde ormai nella notte dei tempi. Anche perché chi battezzò Milleproroghe il decreto legge che in fretta e furia il governo di Giuliano Amato approvò una sera di fine dicembre di 27 anni fa mentre la Prima Repubblica cadeva a pezzi, certo non immaginava che sarebbe sopravvissuto anche alla seconda. Per incamminarsi imperterrito, magari, verso la terza.
L'anno 1992 era agli sgoccioli, imperversava la bufera su Tangentopoli con centinaia di politici già indagati e l'Italia correva sul filo della crisi finanziaria. Le scadenze previste da leggi e altri provvedimenti si ammucchiavano sulle porte sbarrate dei ministeri. Così tante che "Mille" sembrava perfino riduttivo, e non c'era altra strada che prorogarle per decreto. Una, due, tre volte. Si arrivò a reiterare il primo decreto ben tredici volte. E da allora, caduto il tabù, non è passato praticamente anno senza il suo Millepror…
L'anno 1992 era agli sgoccioli, imperversava la bufera su Tangentopoli con centinaia di politici già indagati e l'Italia correva sul filo della crisi finanziaria. Le scadenze previste da leggi e altri provvedimenti si ammucchiavano sulle porte sbarrate dei ministeri. Così tante che "Mille" sembrava perfino riduttivo, e non c'era altra strada che prorogarle per decreto. Una, due, tre volte. Si arrivò a reiterare il primo decreto ben tredici volte. E da allora, caduto il tabù, non è passato praticamente anno senza il suo Millepror…
La ricerca dell'autore si perde ormai nella notte dei tempi. Anche perché chi battezzò Milleproroghe il decreto legge che in fretta e furia il governo di Giuliano Amato approvò una sera di fine dicembre di 27 anni fa mentre la Prima Repubblica cadeva a pezzi, certo non immaginava che sarebbe sopravvissuto anche alla seconda. Per incamminarsi imperterrito, magari, verso la terza.
L'anno 1992 era agli sgoccioli, imperversava la bufera su Tangentopoli con centinaia di politici già indagati e l'Italia correva sul filo della crisi finanziaria. Le scadenze previste da leggi e altri provvedimenti si ammucchiavano sulle porte sbarrate dei ministeri. Così tante che "Mille" sembrava perfino riduttivo, e non c'era altra strada che prorogarle per decreto. Una, due, tre volte. Si arrivò a reiterare il primo decreto ben tredici volte. E da allora, caduto il tabù, non è passato praticamente anno senza il suo Milleproroghe.
Sintomo di una patologia degenerativa del sistema politico che doveva preoccupare. Perché denuncia l'incapacità dello Stato di rispettare le scadenze che esso stesso si dà per legge: al punto da essere costretto a proroghe infinite.
La cosa, al contrario, non preoccupò più di tanto. Anzi. Si fece ben presto strada l'idea di sfruttare quella incapacità nel rispettare gli impegni, e il conseguente obbligo di metterci una toppa con decreto legge, ma per un obiettivo completamente diverso.
Ossia, agganciare alla locomotiva che comunque sarebbe dovuta per forza arrivare a destinazione, vagoni e vagoncini carichi di merci presentate come deperibili ma spesso già maleodoranti. Ecco allora rientrare dalla finestra del Milleproroghe emendamenti cacciati dalla porta della Finanziaria appena approvata, insieme a piccoli favori per certe lobby, qualche aggiustatina agli appalti, o un salvataggio in extremis di un finanziamento sfumato. O magari di qualche specie animale, come accadde nel 1994 per l'autocertificazione del possesso di tre specie di testuggini: hermanni, graeca e marginata.
Memorabile fu poi, con tripudio degli amanti dei cavalli (e delle scommesse) il salvataggio dell'Unione incremento razze equine nel 2003, con un finanziamento di 150 milioni. Ma ancor più indimenticabile quel Milleproroghe ratificato mentre il terzo governo Berlusconi esalava gli ultimi respiri, che faceva correre i 200 milioni annui di rimborsi elettorali anche per le legislature sciolte anticipatamente: con il risultato che i partiti ebbero doppia razione dal 2008 al 2011. Il tutto mentre si moltiplicavano i componenti dei consigli delle fondazioni lirico-sinfoniche. E arrivavano pure i soldi per il completamento dei lavori al santuario dedicato a Padre Pio a Pietrelcina.
Ci fu chi con la scusa della "proroga" cercò di far passare una sanatoria per i contributi figurativi a favore dei politici eletti per far maturare loro la pensione oltre al normale vitalizio. Sventata in extremis nel Milleproroghe 2008. Chi patrocinò l'assunzione di 887 agenti della polizia penitenziaria. E poi giù, norme su Equitalia, proroghe delle certificazioni per i vaccini, salvagenti per i dipendenti delle Province, l'aumento dei canoni per le frequenze televisive, un piccolo beneficio fiscale per i lavoratori autonomi, una infornata di personale all'Agenzia del farmaco, la resurrezione dei giudici di pace sepolti da i tagli di bilancio, i soldi per il Teatro Eliseo...
Dice tutto, l'elenco sterminato dei vagoni e dei vagoncini agganciati alla locomotiva: non c'è legge che meglio del Milleproroghe faccia capire l'aria che tira nel Palazzo. Capita così che nel 2015 spunti un regaluccio ai concessionari autostradali per consentire loro di ottenere qualche anno di proroga delle concessioni senza gara.
E tre anni dopo succede che saltino fuori nello stesso decreto delle proroghe infinite le misure per tagliare le unghie ai medesimi concessionari. Non senza una incursione sul Gestore dei servizi energetici, una società pubblica attraverso cui passano fra l'altro i miliardi degli incentivi alle energie rinnovabili, di cui sarebbe previsto il commissariamento. Appena un anno fa il governo Conte uno aveva nominato i vertici, dopo mesi di stallo. Come cambia in fretta il vento...
L'anno 1992 era agli sgoccioli, imperversava la bufera su Tangentopoli con centinaia di politici già indagati e l'Italia correva sul filo della crisi finanziaria. Le scadenze previste da leggi e altri provvedimenti si ammucchiavano sulle porte sbarrate dei ministeri. Così tante che "Mille" sembrava perfino riduttivo, e non c'era altra strada che prorogarle per decreto. Una, due, tre volte. Si arrivò a reiterare il primo decreto ben tredici volte. E da allora, caduto il tabù, non è passato praticamente anno senza il suo Milleproroghe.
Sintomo di una patologia degenerativa del sistema politico che doveva preoccupare. Perché denuncia l'incapacità dello Stato di rispettare le scadenze che esso stesso si dà per legge: al punto da essere costretto a proroghe infinite.
La cosa, al contrario, non preoccupò più di tanto. Anzi. Si fece ben presto strada l'idea di sfruttare quella incapacità nel rispettare gli impegni, e il conseguente obbligo di metterci una toppa con decreto legge, ma per un obiettivo completamente diverso.
Ossia, agganciare alla locomotiva che comunque sarebbe dovuta per forza arrivare a destinazione, vagoni e vagoncini carichi di merci presentate come deperibili ma spesso già maleodoranti. Ecco allora rientrare dalla finestra del Milleproroghe emendamenti cacciati dalla porta della Finanziaria appena approvata, insieme a piccoli favori per certe lobby, qualche aggiustatina agli appalti, o un salvataggio in extremis di un finanziamento sfumato. O magari di qualche specie animale, come accadde nel 1994 per l'autocertificazione del possesso di tre specie di testuggini: hermanni, graeca e marginata.
Memorabile fu poi, con tripudio degli amanti dei cavalli (e delle scommesse) il salvataggio dell'Unione incremento razze equine nel 2003, con un finanziamento di 150 milioni. Ma ancor più indimenticabile quel Milleproroghe ratificato mentre il terzo governo Berlusconi esalava gli ultimi respiri, che faceva correre i 200 milioni annui di rimborsi elettorali anche per le legislature sciolte anticipatamente: con il risultato che i partiti ebbero doppia razione dal 2008 al 2011. Il tutto mentre si moltiplicavano i componenti dei consigli delle fondazioni lirico-sinfoniche. E arrivavano pure i soldi per il completamento dei lavori al santuario dedicato a Padre Pio a Pietrelcina.
Ci fu chi con la scusa della "proroga" cercò di far passare una sanatoria per i contributi figurativi a favore dei politici eletti per far maturare loro la pensione oltre al normale vitalizio. Sventata in extremis nel Milleproroghe 2008. Chi patrocinò l'assunzione di 887 agenti della polizia penitenziaria. E poi giù, norme su Equitalia, proroghe delle certificazioni per i vaccini, salvagenti per i dipendenti delle Province, l'aumento dei canoni per le frequenze televisive, un piccolo beneficio fiscale per i lavoratori autonomi, una infornata di personale all'Agenzia del farmaco, la resurrezione dei giudici di pace sepolti da i tagli di bilancio, i soldi per il Teatro Eliseo...
Dice tutto, l'elenco sterminato dei vagoni e dei vagoncini agganciati alla locomotiva: non c'è legge che meglio del Milleproroghe faccia capire l'aria che tira nel Palazzo. Capita così che nel 2015 spunti un regaluccio ai concessionari autostradali per consentire loro di ottenere qualche anno di proroga delle concessioni senza gara.
E tre anni dopo succede che saltino fuori nello stesso decreto delle proroghe infinite le misure per tagliare le unghie ai medesimi concessionari. Non senza una incursione sul Gestore dei servizi energetici, una società pubblica attraverso cui passano fra l'altro i miliardi degli incentivi alle energie rinnovabili, di cui sarebbe previsto il commissariamento. Appena un anno fa il governo Conte uno aveva nominato i vertici, dopo mesi di stallo. Come cambia in fretta il vento...