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La manifestazione di Libera a Foggia con Don Ciotti   

Quel popolo che sfida i boss

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I ventimila che ieri pomeriggio hanno attraversato Foggia contro la più feroce, resiliente e impermeabile delle mafie - "la Quarta Mafia" - parlano all'intero Paese, prima ancora che ad una città e alla sua martoriata provincia, la seconda più grande d'Italia per estensione. Alla sua coscienza, alle sue istituzioni, alle sue classi dirigenti, alle sue amnesie.

Raccontano di una guerra di liberazione che non solo è cominciata, ma che può essere vinta. Di un territorio e della sua gente che, prima ancora che rompere le catene della paura (oltre 360 omicidi negli ultimi trent'anni, l'80 per cento dei quali irrisolti e una media di 8 imprenditori su 10 regolarmente vittima di estorsioni), ha scelto di compiere il più intollerabile dei gesti per le mafie. Ribellarsi - per citare don Luigi Ciotti, che con la sua "Libera" e altre 300 associazioni si è fatto promotore della mobilitazione - ai "neutrali&…
I ventimila che ieri pomeriggio hanno attraversato Foggia contro la più feroce, resiliente e impermeabile delle mafie - "la Quarta Mafia" - parlano all'intero Paese, prima ancora che ad una città e alla sua martoriata provincia, la seconda più grande d'Italia per estensione. Alla sua coscienza, alle sue istituzioni, alle sue classi dirigenti, alle sue amnesie.

Raccontano di una guerra di liberazione che non solo è cominciata, ma che può essere vinta. Di un territorio e della sua gente che, prima ancora che rompere le catene della paura (oltre 360 omicidi negli ultimi trent'anni, l'80 per cento dei quali irrisolti e una media di 8 imprenditori su 10 regolarmente vittima di estorsioni), ha scelto di compiere il più intollerabile dei gesti per le mafie. Ribellarsi - per citare don Luigi Ciotti, che con la sua "Libera" e altre 300 associazioni si è fatto promotore della mobilitazione - ai "neutrali" e ai "mormoranti". Alla zona grigia di rassegnazione, senso comune, inconfessabile convenienza, delega permanente, che di ogni mafia è insieme il precursore e l'humus. Culturale e sociale. Prima ancora che economico e politico.

Non siamo abituati, purtroppo e con qualche buona ragione, a vedere lo Stato nella sua dimensione, innanzitutto fisica, di comunità. Bene, ieri pomeriggio, a Foggia, è successo. Sindaci, un ministro della Repubblica, il Governatore della Regione, il Prefetto della città, accompagnati dall'endorsement del Presidente del Consiglio, hanno sfilato insieme a studenti, imprenditori, commercianti, uomini e donne di chiesa, impiegati, senza alcuna ritualità che non fosse quella civile e repubblicana della presenza. In una conta virtuosa che doveva dimostrare e ha dimostrato che quella terra è, non fosse altro numericamente, di chi la abita e la vive nella legalità e non dei mortiferi parassiti che ne succhiano la linfa. È un'eccellente notizia. Che dovrebbe far riflettere chi, a cominciare dall'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini, frequenta il foggiano solo in tempi di comizi elettorali o come set di qualche selfie estivo sul mare blu del Gargano. Di chi declina parole come "sicurezza" e "diritti" con il cinismo dei piazzisti e, per dire, non ha mai trovato il tempo di una presenza a San Marco in Lamis dove, il 9 agosto del 2017, la mafia fece strage e lo Stato decise di cominciare a riprendersi la sovranità che aveva perduto.

Ora, il coraggio, la forza dei ventimila di Foggia ne chiede altrettanto al resto del Paese. Alla comunità tutta. Alla politica, innanzitutto. Ma anche all'impresa. All'informazione. Alle cosiddette reti sociali. Non afferrare la mano che è stata tesa ieri non in segno di disperazione, ma di voglia e impegno nel riprendersi una terra e il suo futuro sarebbe imperdonabile. Pensare che la "Quarta Mafia" possa essere sconfitta solo attraverso la via "militare" e dunque con il solo lavoro, pure straordinario, che in questi due anni hanno fatto magistratura e forze dell'ordine, sarebbe l'ennesimo atto di delega. Di fuga. Perché significherebbe riconsegnare un pezzo del Paese alla sua condizione di buco nero sulla carta geografica. Di avamposto di una guerra combattuta da altri. Su cui affacciarsi per dire Hic sunt leones.

Naturalmente, afferrare la mano tesa da Foggia, comporta delle responsabilità e un prezzo. Perché, per citare ancora don Luigi Ciotti, "ci vuole coraggio ad avere più coraggio". E basterebbe a ricordarlo la sequenza di fuoco e sangue in città di questi primi sette giorni dell'anno (un omicidio e 4 attentati dinamitardi). La "Quarta mafia" è espressione ferina di una ferocia primitiva, senza progetto. E quel che ha divorato in questi anni - tessuto produttivo, amministrazioni locali - non lo renderà senza micidiali colpi di coda. Per farlo, sarà necessario scegliere dove e con chi stare. Quali mani stringere. A quali capitali attingere. A chi chiedere che i diritti di ciascuno vengano rispettati. Come del resto ancora qualche mese fa il nuovo prefetto di Foggia, Raffaele Grassi, ebbe a ricordare agli imprenditori della locale Confindustria.

Da ieri sappiamo da che parte hanno scelto di stare 20 mila foggiani. Vogliamo pensare che da oggi, ogni giorno, a loro se ne aggiungeranno di nuovi. E che avranno buone ragioni per farlo. A cominciare da quella di non essere più soli e di cominciare a vedere in quelle terre i segni di una buona politica. Quella che si declina in "politiche sociali" e "giustizia sociale". Le sole che alla mafia tolgono l'aria.