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(ansa)

Craxi, l’altra faccia del leader

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Il peso delle sue scelte politiche negli anni Ottanta: si modellò un Paese abituato a consumare oltre le proprie possibilità e a lasciare il conto da pagare ai figli
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È difficile discutere realmente di Bettino Craxi senza evocare aspetti più generali degli anni Ottanta: un decennio che non portò alla modernizzazione politica ma al crollo di partiti storici della Repubblica, dopo una crescita abnorme della lottizzazione e della corruzione da un lato, e del debito pubblico dall'altro. Sullo sfondo, l'incapacità della politica di governare le colossali trasformazioni e innovazioni del Paese, nel declino del mondo industriale e nella crisi delle ideologie.

Negli anni Sessanta, nel vivo del "miracolo economico", quel tentativo era stato almeno avviato, e sia pur con limiti e contraddizioni: nell'euforia collettiva degli anni ottanta quella capacità progettuale mancò. "La competizione elettorale", annotava Pietro Scoppola, "svuotata del suo significato politico proprio (...) si caratterizza sempre più sul terreno del voto di scambio". E si diffonde la pratica dell…
È difficile discutere realmente di Bettino Craxi senza evocare aspetti più generali degli anni Ottanta: un decennio che non portò alla modernizzazione politica ma al crollo di partiti storici della Repubblica, dopo una crescita abnorme della lottizzazione e della corruzione da un lato, e del debito pubblico dall'altro. Sullo sfondo, l'incapacità della politica di governare le colossali trasformazioni e innovazioni del Paese, nel declino del mondo industriale e nella crisi delle ideologie.

Negli anni Sessanta, nel vivo del "miracolo economico", quel tentativo era stato almeno avviato, e sia pur con limiti e contraddizioni: nell'euforia collettiva degli anni ottanta quella capacità progettuale mancò. "La competizione elettorale", annotava Pietro Scoppola, "svuotata del suo significato politico proprio (...) si caratterizza sempre più sul terreno del voto di scambio". E si diffonde la pratica delle tangenti come metodo, come distorsione continua del mercato e della politica.

Dal canto suo il Censis sottolineava il rapporto fra la tendenza ad "usare il pubblico come strumento di interessi privati", la "ossidazione e corrosione delle istituzioni" e l'affermarsi di culture intrise di egoismi sociali. Crebbe in quello scenario la spinta dei partiti ad occupare ogni spazio possibile nella cornice del "pentapartito", asse e prigione istituzionale del decennio: una formula nata per ribadire la conventio ad excludendum nei confronti del Pci e caratterizzata da una forte rissosità interna. Con buona pace della "governabilità", bandiera craxiana. E anche un'altra sua bandiera, la Grande Riforma, rimase pura declamazione e fu sepolta nel 1991, quando invitò a disertare un referendum sulla preferenza unica che aveva assunto un significato più generale.

L'occupazione partitica delle istituzioni si intrecciò all'uso delle politiche pubbliche per mantenere il consenso e per questa via, appunto, il debito dello Stato aumentò a dismisura: era inferiore al 60% del Pil nel 1980 e superò il 120% nei primi anni Novanta. Prese corpo allora il macigno che grava ancora su di noi e si modellò così un Paese abituato a consumare oltre le proprie possibilità e a lasciare il conto da pagare ai figli. Di quel decennio Craxi fu protagonista e in esso va inscritta anche l'azione dei suoi governi, dal 1983 al 1987. Non mancarono aspetti positivi, e fra essi il drastico calo di un'inflazione che era giunta al 20%. Vi contribuirono il favorevole trend internazionale e la diminuzione del prezzo del petrolio, ma proprio in un Forum su queste pagine Craxi ammise un limite: non aver utilizzato "quegli anni di vacche grasse per ridurre davvero il deficit dello Stato".

A differenza che in altri Paesi, ha annotato Eugenio Scalfari, "da noi prevalsero le cicale, lo sperpero, l'arricchimento privato e l'impoverimento pubblico". Al calo dell'inflazione contribuì anche una scelta coraggiosa di Craxi, che lo vide poi vincente nel referendum promosso dal Pci: il taglio della scala mobile dei lavoratori dipendenti, resa abnorme dalla modifica del 1975. Scelta non accompagnata da un coerente rigore fiscale verso il lavoro autonomo e con contemporanei cedimenti alle pressioni corporative provenienti dal pubblico impiego e da altri settori.

Su altre decisioni dei suoi governi i dubbi non mancano. Si pensi alla "crisi di Sigonella", dopo il forzato approdo in quella base del commando palestinese che aveva sequestrato la Achille Lauro e assassinato un ebreo americano anziano e disabile: si apprezzi la rivendicata sovranità italiana ma non si dimentichi il discutibile salvacondotto concesso al "mediatore" ma in realtà regista dell'operazione, Abu Abbas. Si ricordi poi il decreto "ad personam" che nel 1984 legalizzò l'illegalità delle reti Fininvest, o la legalizzazione delle illegalità edilizie con il condono del 1985. Si pensi anche alla mutazione del Psi, nel primo delinearsi della politica-spettacolo e del partito personale: lo annotava Norberto Bobbio nel 1984, commentando quel congresso veronese in cui Craxi fu confermato segretario per acclamazione ("la più radicale antitesi dell'elezione democratica") e il Comitato centrale sostituito da una pletorica Assemblea nazionale: una mutazione che porterà lontano. E si ricordino, naturalmente, le condanne da cui fuggì.