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Il potere di narrare

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Il primo ricordo è un articolo sulla prima pagina di Repubblica, 15 aprile 1982, l'inizio del processo alle Brigate rosse. Quelle prime righe da imparare a memoria: "Sghignazzano. Capi e gregari di questa banda di macellai chiamata Brigate rosse entrano nelle gabbie e sghignazzano. Gettano un'occhiata distratta ai parenti delle loro vittime, alle madri, alle mogli, ai figli degli uomini che hanno ucciso o fatto uccidere, e sghignazzano... Tanto sangue, tanto dolore, tante pagine di giornale scritte e riscritte e poi riscritte un'altra volta, per poi finire qui, tutti quanti, morti e vivi, a farci ridere in faccia da questa banda di disperati...".

E poi, tanti anni dopo, la confusione allegra della sua stanza, in via Po, nella redazione dell'Espresso. Pile di libri, una vecchia copertina su Cossiga ("Fuori controllo"), appunti, biglietti. Gli strumenti del mestiere: un quaderno con gli anelli e la penna, la macchina da scrivere, le cartelline…
Il primo ricordo è un articolo sulla prima pagina di Repubblica, 15 aprile 1982, l'inizio del processo alle Brigate rosse. Quelle prime righe da imparare a memoria: "Sghignazzano. Capi e gregari di questa banda di macellai chiamata Brigate rosse entrano nelle gabbie e sghignazzano. Gettano un'occhiata distratta ai parenti delle loro vittime, alle madri, alle mogli, ai figli degli uomini che hanno ucciso o fatto uccidere, e sghignazzano... Tanto sangue, tanto dolore, tante pagine di giornale scritte e riscritte e poi riscritte un'altra volta, per poi finire qui, tutti quanti, morti e vivi, a farci ridere in faccia da questa banda di disperati...".

E poi, tanti anni dopo, la confusione allegra della sua stanza, in via Po, nella redazione dell'Espresso. Pile di libri, una vecchia copertina su Cossiga ("Fuori controllo"), appunti, biglietti. Gli strumenti del mestiere: un quaderno con gli anelli e la penna, la macchina da scrivere, le cartelline dell'archivio sconfinato. Il ticchettìo a mitraglia, quando il mercoledì mattina scriveva il suo Bestiario. Una mattina tutto taceva. Mi affacciai e lo vidi di fronte al computer. Voleva imparare, era felice come un bambino. Aveva scritto soltanto: "Mi chiamo Giampaolo Pansa, sono figlio di Ernesto, operaio del telegrafo, e di Giovanna, modista".

In decenni di lavoro c'è stato l'attacco più famoso e moderno del giornalismo italiano, "scrivo da un paese che non esiste più", imitato da tutti. Lo aveva composto da giovane cronista spedito dalla Stampa in mezzo al fango e ai morti di Longarone, il 10 ottobre 1963. "Pestavo sui tasti dell'Olivetti senza badare alla distanza siderale tra le parole che allineavo sul foglio e l'inferno dal quale ero tornato", ricordava. "L'essere stato laggiù mi conferiva il potere di narrare".

E poi la scena della politica, inquadrata con il binocolo dalla tribuna stampa quando i palchi dei congressi erano lontani e gli schermi per ingrandire i volti ancora piccoli. I soprannomi: Forlani il Coniglio Mannaro, Bertinotti il Parolaio Rosso, Dalemoni, i giornalisti dimezzati, la Balena bianca, Re Enrico... Lo scavo nelle tragedie della guerra e del periodo post-Liberazione, i tradimenti, le violenze, le sevizie dei vincitori sui fascisti sconfitti avevano scatenato polemiche e risentimenti (e montagne di copie vendute).


"Eravamo ingenui. Ingenui e prigionieri di un mito e di un sogno. Il mito dei freschi inchiostri all'alba. Il sogno di cominciare "il mestiere" dentro un grande giornale". I freschi inchiostri all'alba sono scomparsi, sono un paese che non esiste più. Resta il giornalismo, il potere di narrare. Sulla copertina di "Romanzo di un ingenuo", uscito nel 2000, aveva messo una sua foto in bianco e nero da adolescente: l'impermeabile annodato, il basco in testa, i pantaloni con il risvolto. Io lo ricordo così.

Un maestro riluttante e ruvido, di umanità solare. La risata contagiosa. L'amore per Adele, il dolore per il figlio Alessandro. Gli occhi buoni e spalancati, brillanti di intelligenza, avidi di capire. Un eterno ragazzo che non ha mai smesso di guardare e di raccontare la realtà con stupore.