ROMA - Strano paese il nostro: tutti pensano alle pensioni, ma nessuno alla previdenza. In Italia non si fa altro che parlare di pensioni. Anche negli anni più bui della Grande Recessione, con la disoccupazione ai nuovi massimi, balzata tra i giovani oltre il 40%, gli italiani navigavano su internet muniti della parola chiave “pensione” cercata fino a dieci volte di più che il termine “disoccupazione”. In ogni bar della penisola, anche nei luoghi più sperduti, non si fa altro che contare i giorni che mancano alla pensione, che sia la prima della vita o solo quella del primo del mese venturo, dato che ormai le pensioni, a differenza dei salari, vengono tutte pagate in anticipo, all’inizio di ogni mese.
Pensione e previdenza vengono spesso usate come sinonimi, ma vogliono dire due cose ben distinte. La pensione è una rendita vitalizia frutto della previdenza, il darsi da fare fin da quando si inizia a lavorare per assicurar…
Pensione e previdenza vengono spesso usate come sinonimi, ma vogliono dire due cose ben distinte. La pensione è una rendita vitalizia frutto della previdenza, il darsi da fare fin da quando si inizia a lavorare per assicurar…
ROMA - Strano paese il nostro: tutti pensano alle pensioni, ma nessuno alla previdenza. In Italia non si fa altro che parlare di pensioni. Anche negli anni più bui della Grande Recessione, con la disoccupazione ai nuovi massimi, balzata tra i giovani oltre il 40%, gli italiani navigavano su internet muniti della parola chiave “pensione” cercata fino a dieci volte di più che il termine “disoccupazione”. In ogni bar della penisola, anche nei luoghi più sperduti, non si fa altro che contare i giorni che mancano alla pensione, che sia la prima della vita o solo quella del primo del mese venturo, dato che ormai le pensioni, a differenza dei salari, vengono tutte pagate in anticipo, all’inizio di ogni mese.
Pensione e previdenza vengono spesso usate come sinonimi, ma vogliono dire due cose ben distinte. La pensione è una rendita vitalizia frutto della previdenza, il darsi da fare fin da quando si inizia a lavorare per assicurarsi un reddito adeguato, una pensione proporzionata ai propri standard di vita, quando si smetterà di lavorare. Previdenza è un tutt’uno con risparmio, differimento nel tempo di consumi, investimento nel proprio futuro. Le persone tendono a essere poco previdenti, a procrastinare i risparmi e a anticipare il più possibile il pensionamento. Per questo esistono i sistemi pensionistici pubblici. Servono a imporci lungimiranza, a tutelarci contro la nostra stessa miopia. Non ci piace versare i contributi previdenziali ogni mese, ma in fin dei conti siamo contenti che qualcuno ci obblighi a pensare alla nostra vecchiaia, come un buon capofamiglia.
Nell’era del populismo siamo passati dalla previdenza pubblica all’imprevidenza istituzionale. Si moltiplicano gli attentati al patto tra generazioni su cui si reggono le nostre pensioni. La storia del nostro debito pubblico ci insegna che quando la vita si allunga anche la vita lavorativa deve adeguarsi. Per decenni abbiamo fatto il contrario: si viveva più a lungo e la vita lavorativa si accorciava. Risultato: siamo arrivati a un passo dalla bancarotta, a un punto di non ritorno in cui lo Stato non sarebbe stato più in grado di pagare le pensioni. Poi per fortuna abbiamo corretto la rotta. Adesso questa lezione della storia viene dimenticata, si persevera diabolicamente nell’assecondare la miopia dei più. Si moltiplicano, tra le file della nuova e vecchia maggioranza, le richieste di abolire il legame automatico, proprio del nostro riformato sistema pensionistico, fra longevità ed età normale di pensionamento.
C’è chi propone di abolire completamente questa indicizzazione e chi di permettere che, invece dell’età, contino gli anni di lavoro, cui si aggiungerebbero ovviamente gli anni di contributi figurativi, magari versati da qualcun altro (ad esempio l’Inps è oggi tenuto ad accreditare contributi figurativi ai parlamentari che ne facciano richiesta durante il loro mandato). Questa anzianità contributiva dovrebbe secondo alcuni valere non solo nel determinare l’ammontare, la misura, della propria pensione, ma anche quando se ne avrà diritto. Ma la ragione per cui bisogna legare i requisiti di età (e non l’anzianità contributiva) alla speranza di vita è molto semplice: se si vive più a lungo, si percepirà la pensione più a lungo. Quindi per evitare che il sistema diventi insostenibile, bisogna guardare all’anagrafe e non all’anzianità contributiva.
La longevità che conta, inoltre, non è quella che si può prevedere alla nascita, ma quella prevedibile una volta raggiunta l’età normale di pensionamento. Perché si fanno molti errori nel prevedere il futuro e perché chi arriva a quell’età ha una speranza di vita più lunga della media delle persone della sua classe di età alla nascita: 65 anni fa si prevedeva che si sarebbe vissuti mediamente fino a 70 anni; oggi si prevede che chi è arrivato a 65 anni vivrà mediamente altri 20 anni. Stupisce che chi ha proposto di prendere come riferimento la speranza di vita alla nascita abbia suggerito al contempo di permettere ai minatori di andare in pensione prima perché vivono di meno. A parte il fatto che norme per lavori usuranti (e anche gravosi) esistono già e che è non è dato sapere alla nascita quale mestiere farà l’individuo, è proprio perché il dato medio può nascondere tassi di mortalità molto diversi tra individui che non ha senso prendere la speranza di vita alla nascita: è una popolazione che non rappresenta la demografia chi sta andando in pensione.
Previdenza pubblica significa garantire equità nel patto tra generazioni su cui si reggono le nostre pensioni. Nell’era del populismo si intende sostituire la lotta di classe con la lotta fra le classi di età. Salvini ha schierato la classe 1959, beneficiaria di Quota 100, contro la classe 1960, tagliata fuori dalla misura bandiera del “suo” governo, ha messo gli uomini con le loro lunghe carriere contro le donne che hanno molte interruzioni di carriera e che avevano come un’unica via d’uscita l’opzione donna, assai meno vantaggiosa di Quota 100. Ora si vogliono introdurre nuove quote, nuovi regimi particolari, a beneficio di qualche coorte. Ci si dimentica che questo continuo creare delle eccezioni mina alle basi il sistema pensionistico perché corrompe la solidarietà tra generazioni di cui il sistema si nutre per assicurare il pagamento delle prestazioni. Come dare torto ai giovani che, lasciando il nostro Paese, decidono di smettere di pagare le pensioni a chi li ha preceduti, sapendo che verranno trattati molto peggio di loro?
È interesse perciò dei pensionati italiani garantire equità fra chi va oggi in pensione e le generazioni future. Questo non vuol dire impedire di andare in pensione prima di avere raggiunto l’età normale di pensionamento. Al contrario, col passaggio al contributivo sarà possibile andare in pensione fino a tre anni prima (oggi sarebbero 64 anni), ma accettando, se si fa questa scelta, di avere una pensione più bassa perché il montante accumulato durante la propria carriera lavorativa dovrà essere spalmato su un numero maggiore di anni. Bene allora che chi volesse oggi andare in pensione prima dell’età normale di pensionamento, si veda applicata all’intera prestazione (non solo alla quota contributiva) gli aggiustamenti che servono ad evitare che sia trattato meglio di chi andrà in pensione a 67 anni.
Nel concedere maggiore libertà di scelta su quando andare in pensione, utile porre come condizione anche il fatto di avere raggiunto livelli minimi delle prestazioni. È una condizione che tutela i lavoratori: permettere a qualcuno con basso potere contrattuale di andare in pensione prima significa esporlo alle pressioni del suo datore di lavoro che, spingendolo a ritirarsi, potrà condannare quel dipendente al rischio di indigenza per il resto della propria vita oppure a gravare di lì in poi sul sistema dell’assistenza. Questo esempio mette in luce la natura strumentale della proposta di separare la spesa per pensioni dalla spesa per assistenza riservata a chi è andato in pensione. Si vuole dimostrare che la spesa pensionistica è più bassa di quanto appaia. Ma se si spende molto in assistenza per chi ha più di 65 anni è anche perché a troppi è stato concesso di andare in pensione troppo presto. Ovvio che le pensioni pagate ai trentenni fossero basse anno per anno (e molto generose quando cumulate per 40-50 anni). Oggi che non hanno altri redditi, molti baby pensionati gravano sull’assistenza. Ma cos’è quel trattamento assistenziale se non un complemento, una parte integrante, della loro pensione? Non è un caso che a livello di Eurostat si raccolgano statistiche sulla spesa per vecchiaia evitando di tracciare distinguo fra prestazioni assicurative e assistenziali.
Previdenza pubblica significa incoraggiare tutti ad essere lungimiranti, informando oggi su quale potrà essere la loro pensione fra anche 40 anni. Da 12 mesi ormai non partono più buste arancioni che fornivano stime dei propri redditi pensionistici al termine della vita lavorativa, né si è allargata la platea di chi può simulare la propria pensione futura. Al posto della lungimiranza si istiga alla cortomiranza. Come giudicare altrimenti l’idea di mettere le mani sul secondo pilastro, sul risparmio previdenziale degli italiani istituendo un fondo pensione integrativo pubblico, cui destinare quote di TFR e versamenti volontari? Ha fatto capolino anche in documenti istituzionali, come la Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza. Servirebbe per investire nelle aziende italiane (la cosiddetta economia reale) e per rimpinguare le casse dell’Inps riducendo così il deficit pubblico. Ma quelli del TFR e quelli affidati volontariamente ai fondi integrativi sono soldi dei lavoratori che hanno chiesto che questi loro risparmi siano investiti nel modo migliore possibile per garantire loro un reddito adeguato quando andranno in pensione. Non devono avere altre finalità se non quella previdenziale. Bene che nessuno ci metta le mani, oltre che gli occhi, sopra.
Pensione e previdenza vengono spesso usate come sinonimi, ma vogliono dire due cose ben distinte. La pensione è una rendita vitalizia frutto della previdenza, il darsi da fare fin da quando si inizia a lavorare per assicurarsi un reddito adeguato, una pensione proporzionata ai propri standard di vita, quando si smetterà di lavorare. Previdenza è un tutt’uno con risparmio, differimento nel tempo di consumi, investimento nel proprio futuro. Le persone tendono a essere poco previdenti, a procrastinare i risparmi e a anticipare il più possibile il pensionamento. Per questo esistono i sistemi pensionistici pubblici. Servono a imporci lungimiranza, a tutelarci contro la nostra stessa miopia. Non ci piace versare i contributi previdenziali ogni mese, ma in fin dei conti siamo contenti che qualcuno ci obblighi a pensare alla nostra vecchiaia, come un buon capofamiglia.
Nell’era del populismo siamo passati dalla previdenza pubblica all’imprevidenza istituzionale. Si moltiplicano gli attentati al patto tra generazioni su cui si reggono le nostre pensioni. La storia del nostro debito pubblico ci insegna che quando la vita si allunga anche la vita lavorativa deve adeguarsi. Per decenni abbiamo fatto il contrario: si viveva più a lungo e la vita lavorativa si accorciava. Risultato: siamo arrivati a un passo dalla bancarotta, a un punto di non ritorno in cui lo Stato non sarebbe stato più in grado di pagare le pensioni. Poi per fortuna abbiamo corretto la rotta. Adesso questa lezione della storia viene dimenticata, si persevera diabolicamente nell’assecondare la miopia dei più. Si moltiplicano, tra le file della nuova e vecchia maggioranza, le richieste di abolire il legame automatico, proprio del nostro riformato sistema pensionistico, fra longevità ed età normale di pensionamento.
C’è chi propone di abolire completamente questa indicizzazione e chi di permettere che, invece dell’età, contino gli anni di lavoro, cui si aggiungerebbero ovviamente gli anni di contributi figurativi, magari versati da qualcun altro (ad esempio l’Inps è oggi tenuto ad accreditare contributi figurativi ai parlamentari che ne facciano richiesta durante il loro mandato). Questa anzianità contributiva dovrebbe secondo alcuni valere non solo nel determinare l’ammontare, la misura, della propria pensione, ma anche quando se ne avrà diritto. Ma la ragione per cui bisogna legare i requisiti di età (e non l’anzianità contributiva) alla speranza di vita è molto semplice: se si vive più a lungo, si percepirà la pensione più a lungo. Quindi per evitare che il sistema diventi insostenibile, bisogna guardare all’anagrafe e non all’anzianità contributiva.
La longevità che conta, inoltre, non è quella che si può prevedere alla nascita, ma quella prevedibile una volta raggiunta l’età normale di pensionamento. Perché si fanno molti errori nel prevedere il futuro e perché chi arriva a quell’età ha una speranza di vita più lunga della media delle persone della sua classe di età alla nascita: 65 anni fa si prevedeva che si sarebbe vissuti mediamente fino a 70 anni; oggi si prevede che chi è arrivato a 65 anni vivrà mediamente altri 20 anni. Stupisce che chi ha proposto di prendere come riferimento la speranza di vita alla nascita abbia suggerito al contempo di permettere ai minatori di andare in pensione prima perché vivono di meno. A parte il fatto che norme per lavori usuranti (e anche gravosi) esistono già e che è non è dato sapere alla nascita quale mestiere farà l’individuo, è proprio perché il dato medio può nascondere tassi di mortalità molto diversi tra individui che non ha senso prendere la speranza di vita alla nascita: è una popolazione che non rappresenta la demografia chi sta andando in pensione.
Previdenza pubblica significa garantire equità nel patto tra generazioni su cui si reggono le nostre pensioni. Nell’era del populismo si intende sostituire la lotta di classe con la lotta fra le classi di età. Salvini ha schierato la classe 1959, beneficiaria di Quota 100, contro la classe 1960, tagliata fuori dalla misura bandiera del “suo” governo, ha messo gli uomini con le loro lunghe carriere contro le donne che hanno molte interruzioni di carriera e che avevano come un’unica via d’uscita l’opzione donna, assai meno vantaggiosa di Quota 100. Ora si vogliono introdurre nuove quote, nuovi regimi particolari, a beneficio di qualche coorte. Ci si dimentica che questo continuo creare delle eccezioni mina alle basi il sistema pensionistico perché corrompe la solidarietà tra generazioni di cui il sistema si nutre per assicurare il pagamento delle prestazioni. Come dare torto ai giovani che, lasciando il nostro Paese, decidono di smettere di pagare le pensioni a chi li ha preceduti, sapendo che verranno trattati molto peggio di loro?
È interesse perciò dei pensionati italiani garantire equità fra chi va oggi in pensione e le generazioni future. Questo non vuol dire impedire di andare in pensione prima di avere raggiunto l’età normale di pensionamento. Al contrario, col passaggio al contributivo sarà possibile andare in pensione fino a tre anni prima (oggi sarebbero 64 anni), ma accettando, se si fa questa scelta, di avere una pensione più bassa perché il montante accumulato durante la propria carriera lavorativa dovrà essere spalmato su un numero maggiore di anni. Bene allora che chi volesse oggi andare in pensione prima dell’età normale di pensionamento, si veda applicata all’intera prestazione (non solo alla quota contributiva) gli aggiustamenti che servono ad evitare che sia trattato meglio di chi andrà in pensione a 67 anni.
Nel concedere maggiore libertà di scelta su quando andare in pensione, utile porre come condizione anche il fatto di avere raggiunto livelli minimi delle prestazioni. È una condizione che tutela i lavoratori: permettere a qualcuno con basso potere contrattuale di andare in pensione prima significa esporlo alle pressioni del suo datore di lavoro che, spingendolo a ritirarsi, potrà condannare quel dipendente al rischio di indigenza per il resto della propria vita oppure a gravare di lì in poi sul sistema dell’assistenza. Questo esempio mette in luce la natura strumentale della proposta di separare la spesa per pensioni dalla spesa per assistenza riservata a chi è andato in pensione. Si vuole dimostrare che la spesa pensionistica è più bassa di quanto appaia. Ma se si spende molto in assistenza per chi ha più di 65 anni è anche perché a troppi è stato concesso di andare in pensione troppo presto. Ovvio che le pensioni pagate ai trentenni fossero basse anno per anno (e molto generose quando cumulate per 40-50 anni). Oggi che non hanno altri redditi, molti baby pensionati gravano sull’assistenza. Ma cos’è quel trattamento assistenziale se non un complemento, una parte integrante, della loro pensione? Non è un caso che a livello di Eurostat si raccolgano statistiche sulla spesa per vecchiaia evitando di tracciare distinguo fra prestazioni assicurative e assistenziali.
Previdenza pubblica significa incoraggiare tutti ad essere lungimiranti, informando oggi su quale potrà essere la loro pensione fra anche 40 anni. Da 12 mesi ormai non partono più buste arancioni che fornivano stime dei propri redditi pensionistici al termine della vita lavorativa, né si è allargata la platea di chi può simulare la propria pensione futura. Al posto della lungimiranza si istiga alla cortomiranza. Come giudicare altrimenti l’idea di mettere le mani sul secondo pilastro, sul risparmio previdenziale degli italiani istituendo un fondo pensione integrativo pubblico, cui destinare quote di TFR e versamenti volontari? Ha fatto capolino anche in documenti istituzionali, come la Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza. Servirebbe per investire nelle aziende italiane (la cosiddetta economia reale) e per rimpinguare le casse dell’Inps riducendo così il deficit pubblico. Ma quelli del TFR e quelli affidati volontariamente ai fondi integrativi sono soldi dei lavoratori che hanno chiesto che questi loro risparmi siano investiti nel modo migliore possibile per garantire loro un reddito adeguato quando andranno in pensione. Non devono avere altre finalità se non quella previdenziale. Bene che nessuno ci metta le mani, oltre che gli occhi, sopra.