Il Partito democratico era nato per essere un partito di grandi numeri. Vocazione maggioritaria, si chiamava ai tempi della fondazione. Creare le condizioni per governare in solitudine, o quasi, rappresentando almeno un terzo dell'elettorato. Il Pd attuale, precipitato al 18 per cento dall'ultimo Renzi e risalito poco più su nelle prove recenti, è molto lontano dall'obiettivo. Oggi la domanda cruciale è piantata nel deserto di questa distanza: i dem coltivano ancora l'ambizione di tornare a quei livelli di consenso o ritengono che questo Pd non abbia più la forza per riuscirci e debba dunque trovare altre soluzioni?
A favore della prima tesi depone l'idea di Nicola Zingaretti di trasformare il prossimo congresso in una occasione di rifondazione della missione e dell'identità del partito, allargandola a quelle forze della società civile e delle istituzioni, dalle Sardine alla rete dei sindaci, che oggi non riconoscono n…
A favore della prima tesi depone l'idea di Nicola Zingaretti di trasformare il prossimo congresso in una occasione di rifondazione della missione e dell'identità del partito, allargandola a quelle forze della società civile e delle istituzioni, dalle Sardine alla rete dei sindaci, che oggi non riconoscono n…
Il Partito democratico era nato per essere un partito di grandi numeri. Vocazione maggioritaria, si chiamava ai tempi della fondazione. Creare le condizioni per governare in solitudine, o quasi, rappresentando almeno un terzo dell'elettorato. Il Pd attuale, precipitato al 18 per cento dall'ultimo Renzi e risalito poco più su nelle prove recenti, è molto lontano dall'obiettivo. Oggi la domanda cruciale è piantata nel deserto di questa distanza: i dem coltivano ancora l'ambizione di tornare a quei livelli di consenso o ritengono che questo Pd non abbia più la forza per riuscirci e debba dunque trovare altre soluzioni?
A favore della prima tesi depone l'idea di Nicola Zingaretti di trasformare il prossimo congresso in una occasione di rifondazione della missione e dell'identità del partito, allargandola a quelle forze della società civile e delle istituzioni, dalle Sardine alla rete dei sindaci, che oggi non riconoscono nel Pd una casa agibile. A favore della seconda tesi, però, c'è l'insistenza con la quale si cerca di trasformare l'intesa con il M5S, così estemporanea da dare vita al governo più accidentale della storia repubblicana, in una stabile e duratura coalizione politica. Una insistenza surreale, peraltro, dato il no che i vertici M5S continuano a opporre alle offerte di alleanza.
Come i bravi di Manzoni, i teorici del matrimonio a tutti i costi spiegano che il no dei grillini conta poco o nulla. Che senza di loro il Pd si condannerebbe al minoritarismo. Dicono ancora che il M5S è una forza in trasformazione, che la leadership dell'ostile Luigi Di Maio è in via di superamento, che viceversa quella dell'empatico Giuseppe Conte è in ascesa e che Beppe Grillo benedice il tutto. Dunque - ti spiegano - gettare oggi il seme, seppur in condizioni ostili, può comunque far fiorire domani un nuovo centrosinistra giallo-rosso. Ecco perché, tornando alla domanda di prima, gli ottimisti concludono che non c'è contraddizione tra l'idea di provare ad allargare il Pd e quella di vincolarlo allo sposalizio con il M5S: la speranza è di prendersi un pezzo del loro elettorato (e magari della loro classe dirigente) e di appoggiarsi a ciò che resta del Movimento per contendere alla destra l'egemonia sul Paese. Infine, la ciliegia del ragionamento dei forzati del matrimonio è il realismo: che altro si può fare per arginare l'arrivo dei barbari? Ogni altra strada regala il Paese a Salvini.
Quest'ultimo è sicuramente un argomento in grado di scuotere molte coscienze. Ma il richiamo al realismo, come se chi dubita della strategia giallo-rossa fosse un avventuriero idealista, merita appunto qualche richiamo alla realtà. Quest'ultima dice che il M5S, nonostante i suoi contorcimenti e giravolte, continua a difendere l'impianto di tutte le leggi approvate in era giallo-verde, su tutti i decreti Salvini. I grillini continuano a sbandierare la propria immagine di forza anti-sistema, ormai grottesca ora che da due anni hanno facoltà di governare il Paese (dovere da cui spesso si astengono proprio per non entrare in cortocircuito con la propria immagine). La visione che il M5S continua a esprimere su giustizia, politica industriale, istituzioni e fisco non entrerebbe neanche nell'anticamera di una qualunque forza progressista occidentale. Meno distanze ci sono sul lavoro, ma sebbene Di Maio appaia un leader declinante, è più facile sia sostituito da una versione più belluina e "bruna", come Alessandro Di Battista, piuttosto che da un grillino di tendenze socialdemocratiche. Il velleitarismo di molte posizioni M5S, lo stesso che fa pensare ad alcuni dirigenti dem di poterle orientare come burattinai, fin qui ha prodotto l'opposto: sì al semplice taglio del numero dei parlamentari, la riforma complessiva si vedrà. Sì all'abolizione della prescrizione, la riforma del processo seguirà. Sì alla sostanziale conferma dei decreti Salvini, una nuova legge sull'immigrazione, forse, più avanti.
Come, su queste basi, il Pd possa convincere gli elettori di essere il motore di un nuovo riformismo non è facile vedere. E ancora più difficile è capire come possa sperare di unire in un unico afflato le piazze delle Sardine, fondate sulla rivendicazione del ritorno alla fisicità dell'impegno e sul rifiuto dell'anti-politica come metodo di governo e di doping del consenso, con chi continua a idolatrare come democrazia diretta il vitello digitale di Rousseau.
Davvero si può far finta di nulla? Davvero, dietro l'obiettivo condivisibile di costruire un fronte largo, si può provare a imbarcare tutto e tutti? La chiamata alle armi "contro la destra" rischia di apparire surreale se l'alleato principale rivendica ideologicamente di non volerla combattere, questa guerra. Lo scenario di un Pd ridimensionato, che però resta competitivo grazie all'intesa con un M5S magari ridotto al rango di partito vassallo, non è realismo politico. È fumisteria, astrazione politologica, freddo esperimento di laboratorio. Di quelli che poi, di solito, si concludono con la sua esplosione.
A favore della prima tesi depone l'idea di Nicola Zingaretti di trasformare il prossimo congresso in una occasione di rifondazione della missione e dell'identità del partito, allargandola a quelle forze della società civile e delle istituzioni, dalle Sardine alla rete dei sindaci, che oggi non riconoscono nel Pd una casa agibile. A favore della seconda tesi, però, c'è l'insistenza con la quale si cerca di trasformare l'intesa con il M5S, così estemporanea da dare vita al governo più accidentale della storia repubblicana, in una stabile e duratura coalizione politica. Una insistenza surreale, peraltro, dato il no che i vertici M5S continuano a opporre alle offerte di alleanza.
Come i bravi di Manzoni, i teorici del matrimonio a tutti i costi spiegano che il no dei grillini conta poco o nulla. Che senza di loro il Pd si condannerebbe al minoritarismo. Dicono ancora che il M5S è una forza in trasformazione, che la leadership dell'ostile Luigi Di Maio è in via di superamento, che viceversa quella dell'empatico Giuseppe Conte è in ascesa e che Beppe Grillo benedice il tutto. Dunque - ti spiegano - gettare oggi il seme, seppur in condizioni ostili, può comunque far fiorire domani un nuovo centrosinistra giallo-rosso. Ecco perché, tornando alla domanda di prima, gli ottimisti concludono che non c'è contraddizione tra l'idea di provare ad allargare il Pd e quella di vincolarlo allo sposalizio con il M5S: la speranza è di prendersi un pezzo del loro elettorato (e magari della loro classe dirigente) e di appoggiarsi a ciò che resta del Movimento per contendere alla destra l'egemonia sul Paese. Infine, la ciliegia del ragionamento dei forzati del matrimonio è il realismo: che altro si può fare per arginare l'arrivo dei barbari? Ogni altra strada regala il Paese a Salvini.
Quest'ultimo è sicuramente un argomento in grado di scuotere molte coscienze. Ma il richiamo al realismo, come se chi dubita della strategia giallo-rossa fosse un avventuriero idealista, merita appunto qualche richiamo alla realtà. Quest'ultima dice che il M5S, nonostante i suoi contorcimenti e giravolte, continua a difendere l'impianto di tutte le leggi approvate in era giallo-verde, su tutti i decreti Salvini. I grillini continuano a sbandierare la propria immagine di forza anti-sistema, ormai grottesca ora che da due anni hanno facoltà di governare il Paese (dovere da cui spesso si astengono proprio per non entrare in cortocircuito con la propria immagine). La visione che il M5S continua a esprimere su giustizia, politica industriale, istituzioni e fisco non entrerebbe neanche nell'anticamera di una qualunque forza progressista occidentale. Meno distanze ci sono sul lavoro, ma sebbene Di Maio appaia un leader declinante, è più facile sia sostituito da una versione più belluina e "bruna", come Alessandro Di Battista, piuttosto che da un grillino di tendenze socialdemocratiche. Il velleitarismo di molte posizioni M5S, lo stesso che fa pensare ad alcuni dirigenti dem di poterle orientare come burattinai, fin qui ha prodotto l'opposto: sì al semplice taglio del numero dei parlamentari, la riforma complessiva si vedrà. Sì all'abolizione della prescrizione, la riforma del processo seguirà. Sì alla sostanziale conferma dei decreti Salvini, una nuova legge sull'immigrazione, forse, più avanti.
Come, su queste basi, il Pd possa convincere gli elettori di essere il motore di un nuovo riformismo non è facile vedere. E ancora più difficile è capire come possa sperare di unire in un unico afflato le piazze delle Sardine, fondate sulla rivendicazione del ritorno alla fisicità dell'impegno e sul rifiuto dell'anti-politica come metodo di governo e di doping del consenso, con chi continua a idolatrare come democrazia diretta il vitello digitale di Rousseau.
Davvero si può far finta di nulla? Davvero, dietro l'obiettivo condivisibile di costruire un fronte largo, si può provare a imbarcare tutto e tutti? La chiamata alle armi "contro la destra" rischia di apparire surreale se l'alleato principale rivendica ideologicamente di non volerla combattere, questa guerra. Lo scenario di un Pd ridimensionato, che però resta competitivo grazie all'intesa con un M5S magari ridotto al rango di partito vassallo, non è realismo politico. È fumisteria, astrazione politologica, freddo esperimento di laboratorio. Di quelli che poi, di solito, si concludono con la sua esplosione.