Il senso, come al solito, lo coglie la vignetta di Altan di alcuni giorni fa: "Ci apriamo?", chiede il militante sempre un po' disorientato. E l'altro, ancora più esitante: "Orario continuato?". Dalla Bolognina di trentuno anni fa, per la sinistra è sempre "ora di aprirsi". L'ha ribadito ieri anche Bersani, su Repubblica, condividendo la "svolta" annunciata da Zingaretti: "È l'ora di una cosa nuova". Ma quante ore andate perse, in questa transizione infinita? E quante "Cose rosse", sognate e poi buttate via da quando Occhetto ammainò per sempre la bandiera comunista, celebrando con altri trent'anni di ritardo la Bad Godesberg tricolore? Di nuovo, si tratta di "cambiare per non morire". Il segretario del Pd indica una rotta: dopo le regionali, congresso per dare vita a "un nuovo soggetto politico". Non "un nuovo partito, ma un partito nuovo". Aperto …
Il senso, come al solito, lo coglie la vignetta di Altan di alcuni giorni fa: "Ci apriamo?", chiede il militante sempre un po' disorientato. E l'altro, ancora più esitante: "Orario continuato?". Dalla Bolognina di trentuno anni fa, per la sinistra è sempre "ora di aprirsi". L'ha ribadito ieri anche Bersani, su Repubblica, condividendo la "svolta" annunciata da Zingaretti: "È l'ora di una cosa nuova". Ma quante ore andate perse, in questa transizione infinita? E quante "Cose rosse", sognate e poi buttate via da quando Occhetto ammainò per sempre la bandiera comunista, celebrando con altri trent'anni di ritardo la Bad Godesberg tricolore? Di nuovo, si tratta di "cambiare per non morire". Il segretario del Pd indica una rotta: dopo le regionali, congresso per dare vita a "un nuovo soggetto politico". Non "un nuovo partito, ma un partito nuovo". Aperto "alle persone" e a tutto quello che di nuovo si sta muovendo nella società italiana. Non solo ai fuoriusciti della diaspora di questi ultimi anni, ma soprattutto ai movimenti, alle sardine, alla rete dei sindaci, alla galassia ambientalista, e poi al mondo civico, cattolico, e al volontariato.
C'è tanta vita, fuori dai palazzi romani. E se al Nazareno finalmente qualcuno se n'è accorto, aprendo porte e finestre e osservando quello che avviene nelle piazze, è solo un bene. Dal premier Conte a Dario Franceschini, da Beppe Sala a Mattia Santori. La quantità e la qualità delle reazioni che la proposta ha innescato è la prova migliore di quanto ci sia bisogno, a sinistra, di costruire una vera casa comune per i progressisti di tutte le provenienze. Ma perché l'ennesima "rivoluzione copernicana" non fallisca, stavolta, bisogna spazzare via tutte le ambiguità.
La prima ambiguità riguarda il partito. Se l'obiettivo è davvero quello di costruire una forza di sinistra riformista e di governo, larga e plurale, capace di ricomporre la frattura sentimentale con la sua gente ma al tempo stesso di ampliare i suoi confini ai mondi più lontani della rappresentanza sociale e ambientale. Se l'intenzione è quella non solo di "accogliere", ma addirittura di "fondersi" con i nuovi soggetti che innervano il tessuto sociale e civico e incarnano "l'altra Italia", responsabile ma radicalmente alternativa a quella della destra sfascista e sovranista.
Se questo è il sentiero da percorrere, allora Zingaretti deve avere il coraggio di dire con chiarezza una cosa: dopo 6 sconfitte elettorali consecutive e quasi 6 milioni di voti persi negli ultimi dodici anni, il Pd è ormai come la Rivoluzione d'ottobre ai tempi dello strappo di Berlinguer: ha perso la sua spinta propulsiva. Dunque va sciolto, la vecchia "ditta" va chiusa e ne va aperta un'altra, diversa nel nome e nei nomi, nel programma e nell'organigramma.
Zingaretti lo sa. Se non lo dice con la brutalità necessaria è perché paventa quello che in parte si è già verificato dopo il suo annuncio: la rivolta delle nomenklature, che temono di perdere poltrone e rendite di posizione accumulate in decenni di onorato servizio. Il nodo vero è questo, e lo indica con la solita lucidità Gianni Cuperlo. Se davvero vuoi rimettere radici nel tuo territorio e poi estendere il perimetro della tua rappresentanza a chi finora hai ignorato, devi fare quello che un ceto politico per definizione ha il terrore di fare: una "concreta cessione di potere". Devi disarmare la "santabarbara di un correntismo interno ormai patetico", ma tragicamente ostinato. Devi lasciare spazio e struttura a chi arriva da un "altrove" che finora hai escluso per spirito di conservazione, per miopia o per snobismo. È il monito di Romano Prodi, padre nobile dell'Ulivo: bisogna tornare al rapporto diretto con la gente e "finirla col partito che diventa un club a uso esclusivo di 10 persone che si parlano e si eleggono a vicenda".
Meglio di così non si può dire.
La seconda incognita riguarda il governo. Un "nuovo partito", se ha l'ambizione di rinascere sulle ceneri del Pd per andare più lontano, deve riproporsi in prospettiva il recupero di una "vocazione maggioritaria". Questo non vuol dire, qui ed ora, rinunciare a una coalizione necessaria a impedire il ritorno nella stanza dei bottoni di un pericoloso e sgangherato "Papeete al cubo", cioè Salvini-Meloni-Berlusconi. Ma non significa neanche rinunciare a esigere dall'alleato del momento una netta discontinuità rispetto al passato. Bersani ha ragione quando suggerisce al velleitario "Piccolo Centro" di Italia Viva e di Azione il simbolo di un Narciso che si specchia, ma Renzi non ha torto quando osserva che troppo spesso il Pd fa la ruota di scorta dei Cinque Stelle. Dai decreti sicurezza allo ius culturae, dalla giustizia al taglio dei parlamentari, da Quota 100 al reddito di cittadinanza. Su queste e altre nefandezze, condivise a suo tempo con la Lega, la resistenza di Di Maio è comprensibile. La "desistenza" di Zingaretti lo è molto meno. È vero che l'implosione del Movimento (a dispetto dei vaneggiamenti del suo capo politico sulla ridicola "Terza Via") sta invece propiziando il ritorno a uno schema bipolare. Ma gli elettori delusi e in uscita dal grillismo non si recuperano con "l'indistinto democratico", e meno che mai con il cedimento a una "egemonia culturale" inesistente perché mai esistita.
La sinistra arretra ovunque. Sparisce in Gran Bretagna e in Francia, tiene in Spagna e in Portogallo.
Per un miracolo della Storia, e nonostante le enormi difficoltà, resta ancora centrale in Italia. Per questo le regionali del 26 gennaio sono così importanti. L'Emilia-Romagna è da mezzo secolo la sala macchine del riformismo italiano. Se l'esito del voto lo consentisse, bisognerebbe ripartire da quel modello, vivificato dai movimenti, per ampliare orizzonti e confini. E non serve andare sempre "oltre" la sinistra, come qualcuno ripete da anni. Oltre la sinistra, oggi come ieri, c'è solo la destra.
C'è tanta vita, fuori dai palazzi romani. E se al Nazareno finalmente qualcuno se n'è accorto, aprendo porte e finestre e osservando quello che avviene nelle piazze, è solo un bene. Dal premier Conte a Dario Franceschini, da Beppe Sala a Mattia Santori. La quantità e la qualità delle reazioni che la proposta ha innescato è la prova migliore di quanto ci sia bisogno, a sinistra, di costruire una vera casa comune per i progressisti di tutte le provenienze. Ma perché l'ennesima "rivoluzione copernicana" non fallisca, stavolta, bisogna spazzare via tutte le ambiguità.
La prima ambiguità riguarda il partito. Se l'obiettivo è davvero quello di costruire una forza di sinistra riformista e di governo, larga e plurale, capace di ricomporre la frattura sentimentale con la sua gente ma al tempo stesso di ampliare i suoi confini ai mondi più lontani della rappresentanza sociale e ambientale. Se l'intenzione è quella non solo di "accogliere", ma addirittura di "fondersi" con i nuovi soggetti che innervano il tessuto sociale e civico e incarnano "l'altra Italia", responsabile ma radicalmente alternativa a quella della destra sfascista e sovranista.
Se questo è il sentiero da percorrere, allora Zingaretti deve avere il coraggio di dire con chiarezza una cosa: dopo 6 sconfitte elettorali consecutive e quasi 6 milioni di voti persi negli ultimi dodici anni, il Pd è ormai come la Rivoluzione d'ottobre ai tempi dello strappo di Berlinguer: ha perso la sua spinta propulsiva. Dunque va sciolto, la vecchia "ditta" va chiusa e ne va aperta un'altra, diversa nel nome e nei nomi, nel programma e nell'organigramma.
Zingaretti lo sa. Se non lo dice con la brutalità necessaria è perché paventa quello che in parte si è già verificato dopo il suo annuncio: la rivolta delle nomenklature, che temono di perdere poltrone e rendite di posizione accumulate in decenni di onorato servizio. Il nodo vero è questo, e lo indica con la solita lucidità Gianni Cuperlo. Se davvero vuoi rimettere radici nel tuo territorio e poi estendere il perimetro della tua rappresentanza a chi finora hai ignorato, devi fare quello che un ceto politico per definizione ha il terrore di fare: una "concreta cessione di potere". Devi disarmare la "santabarbara di un correntismo interno ormai patetico", ma tragicamente ostinato. Devi lasciare spazio e struttura a chi arriva da un "altrove" che finora hai escluso per spirito di conservazione, per miopia o per snobismo. È il monito di Romano Prodi, padre nobile dell'Ulivo: bisogna tornare al rapporto diretto con la gente e "finirla col partito che diventa un club a uso esclusivo di 10 persone che si parlano e si eleggono a vicenda".
Meglio di così non si può dire.
La seconda incognita riguarda il governo. Un "nuovo partito", se ha l'ambizione di rinascere sulle ceneri del Pd per andare più lontano, deve riproporsi in prospettiva il recupero di una "vocazione maggioritaria". Questo non vuol dire, qui ed ora, rinunciare a una coalizione necessaria a impedire il ritorno nella stanza dei bottoni di un pericoloso e sgangherato "Papeete al cubo", cioè Salvini-Meloni-Berlusconi. Ma non significa neanche rinunciare a esigere dall'alleato del momento una netta discontinuità rispetto al passato. Bersani ha ragione quando suggerisce al velleitario "Piccolo Centro" di Italia Viva e di Azione il simbolo di un Narciso che si specchia, ma Renzi non ha torto quando osserva che troppo spesso il Pd fa la ruota di scorta dei Cinque Stelle. Dai decreti sicurezza allo ius culturae, dalla giustizia al taglio dei parlamentari, da Quota 100 al reddito di cittadinanza. Su queste e altre nefandezze, condivise a suo tempo con la Lega, la resistenza di Di Maio è comprensibile. La "desistenza" di Zingaretti lo è molto meno. È vero che l'implosione del Movimento (a dispetto dei vaneggiamenti del suo capo politico sulla ridicola "Terza Via") sta invece propiziando il ritorno a uno schema bipolare. Ma gli elettori delusi e in uscita dal grillismo non si recuperano con "l'indistinto democratico", e meno che mai con il cedimento a una "egemonia culturale" inesistente perché mai esistita.
La sinistra arretra ovunque. Sparisce in Gran Bretagna e in Francia, tiene in Spagna e in Portogallo.
Per un miracolo della Storia, e nonostante le enormi difficoltà, resta ancora centrale in Italia. Per questo le regionali del 26 gennaio sono così importanti. L'Emilia-Romagna è da mezzo secolo la sala macchine del riformismo italiano. Se l'esito del voto lo consentisse, bisognerebbe ripartire da quel modello, vivificato dai movimenti, per ampliare orizzonti e confini. E non serve andare sempre "oltre" la sinistra, come qualcuno ripete da anni. Oltre la sinistra, oggi come ieri, c'è solo la destra.