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Il vigile che timbrava in mutande a Sanremo 

Il vigile che timbrava in mutande. Ma la bilancia non pende mai dalla parte della collettività

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Una vicenda «oggetto di un’attenzione mediatica sproporzionata»: sono le parole del sindaco di Sanremo Alberto Biancheri dopo l’assoluzione del vigile sorpreso dalle telecamere a timbrare il cartellino in mutande. Mentre l’avvocato puntava il dito contro «il clima mediatico che ha reso difficile spiegare» l’accaduto. Come dire che una parte di responsabilità per la disavventura occorsa al vigile è dei mezzi d’informazione che l’hanno messo alla berlina ingigantendo la cosa. Vedremo dalle motivazioni se anche i giudici che hanno assolto l’imputato dall’accusa di truffa allo Stato erano dello stesso avviso. Ma nel rispetto che merita ogni sentenza, e al di là di questo caso specifico, non si può non prendere atto che la bilancia finisce per pendere sempre dalla stessa parte. Sono state cambiate perfino le leggi, assicurando che con quelle riforme sarebbe stata archiviata non soltanto l&rs…
Una vicenda «oggetto di un’attenzione mediatica sproporzionata»: sono le parole del sindaco di Sanremo Alberto Biancheri dopo l’assoluzione del vigile sorpreso dalle telecamere a timbrare il cartellino in mutande. Mentre l’avvocato puntava il dito contro «il clima mediatico che ha reso difficile spiegare» l’accaduto. Come dire che una parte di responsabilità per la disavventura occorsa al vigile è dei mezzi d’informazione che l’hanno messo alla berlina ingigantendo la cosa. Vedremo dalle motivazioni se anche i giudici che hanno assolto l’imputato dall’accusa di truffa allo Stato erano dello stesso avviso. Ma nel rispetto che merita ogni sentenza, e al di là di questo caso specifico, non si può non prendere atto che la bilancia finisce per pendere sempre dalla stessa parte. Sono state cambiate perfino le leggi, assicurando che con quelle riforme sarebbe stata archiviata non soltanto l’epoca degli abusi, ma anche quella dell’impunità per chi li commette.

Poi però, quando si arriva al dunque, nonostante l’orientamento della giustizia del lavoro sia pure in questi anni un po’ cambiato, ecco la pacca sulla spalla: avevamo scherzato. Per onestà va detto che non succede solo nel pubblico. E comunque guai se chi è stato licenziato non potesse fare ricorso o affrontare un equo giudizio per difendersi da accuse che ritiene ingiuste. È lo stato di diritto, e teniamocelo stretto. C’è solo da chiedersi perché lo stato di diritto in certi casi non riesca mai a tutelare fino in fondo anche la collettività, che di certi abusi o comportamenti scorretti, fino a prova contraria, è l’unica vittima. E lasciamo stare l’attenzione mediatica, che c’entra come i cavoli a merenda: ce ne fosse stata di più in passato, forse non saremmo arrivati a questo punto.