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(reuters)

Jeff Bezos hackerato, il miliardario fragile

Il fondatore di Amazon è uno degli uomini più digitali al mondo, credevamo conoscesse ogni segreto di Internet, invece è stato spiato e ricattato con un semplice messaggio via WhatsApp
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Se è accaduto a Jeff Bezos, può capitare a tutti noi. Se il suo smartphone è stato hackerato con un semplice messaggio via WhatsApp, un video apparentemente innocuo, sul quale forse non è stato neanche necessario cliccare, è bastato riceverlo, anche noi corriamo lo stesso rischio. Se il suo iPhone, il mitico iPhone, quello che la polizia federale americana da anni invano chiede alla Apple di “aprire” per trovare i colpevoli di crimini efferati, è diventato di fatto una scatola aperta dove per mesi qualcuno poteva guardare tutto, tutti i messaggi mandati e ricevuti, tutte le telefonate, i siti visitati, vuol dire che anche il nostro iPhone ha la stessa identica vulnerabilità. Con buona pace degli annunci periodici sulla sicurezza assoluta di certi apparecchi. Ecco qual è la sicurezza assoluta, ecco dove sta l’invulnerabilità.

Jeff Bezos non è un utente della rete qualsiasi e non perché da qu…
Se è accaduto a Jeff Bezos, può capitare a tutti noi. Se il suo smartphone è stato hackerato con un semplice messaggio via WhatsApp, un video apparentemente innocuo, sul quale forse non è stato neanche necessario cliccare, è bastato riceverlo, anche noi corriamo lo stesso rischio. Se il suo iPhone, il mitico iPhone, quello che la polizia federale americana da anni invano chiede alla Apple di “aprire” per trovare i colpevoli di crimini efferati, è diventato di fatto una scatola aperta dove per mesi qualcuno poteva guardare tutto, tutti i messaggi mandati e ricevuti, tutte le telefonate, i siti visitati, vuol dire che anche il nostro iPhone ha la stessa identica vulnerabilità. Con buona pace degli annunci periodici sulla sicurezza assoluta di certi apparecchi. Ecco qual è la sicurezza assoluta, ecco dove sta l’invulnerabilità.

Jeff Bezos non è un utente della rete qualsiasi e non perché da qualche mese figura in testa alla classifica delle persone più ricche del mondo. Qui la questione non sono i soldi. Bezos non è un finanziere come Warren Buffett (terzo posto in classifica), non è un imprenditore della moda come Bernard Arnauld (quarto); e nemmeno è un uomo di personal computer e sistemi operativi come Bill Gates (secondo posto) che nel 1994 disse «non vedo un grande potenziale per Internet». Bezos è un autentico nativo digitale, ma nel senso che il digitale è nato con lui. Fonda Amazon nel 1994, quattro anni prima di Google, dieci prima di Facebook; ha praticamente inventato il concetto di ecommerce diventando il negozio virtuale più grande del mondo; ed è stato fra i primi a capire il cloud computing e costruirci un business planetario. «Bezos è il vero re di internet» come affermò nel 2011 il magazine della Silicon Valley Wired, avvertendoci che «ha in mano il web in molti più modi di quelli che possiamo immaginare». Ma mentre lui aveva in mano il web, qualcuno per mesi, a partire dal 1° maggio 2018, ha avuto in mano la sua vita e i suoi segreti.

L’aspetto più sorprendente e preoccupante di questa brutta storia che sembra portare dritto fino alla drammatica esecuzione del giornalista del Washington Post Jamal Khashoggi in una sede diplomatica dell’Arabia Saudita a Istanbul nell’ottobre 2018, l’aspetto più sorprendente e preoccupante è la sensazione di estrema fragilità della nostra vita digitale. È come se improvvisamente avessimo capito quanta parte della nostra vita privata accumuliamo ogni istante e custodiamo per sempre negli smartphone che ci portiamo sempre dietro come se fossero degli assistenti personali quando invece basta un nulla nel trasformarli in spioni.

E qui, ed è questa la novità, non è neanche il caso di tirare in ballo la mancanza di competenze digitali, l’ignoranza dei meccanismi della rete per cui alcuni, troppi, ancora scelgono come password combinazioni tipo 1,2,3,4,5,6. Qui l’ignoranza non c’entra nulla, anzi. L’uomo che è stato hackerato, spiato e poi ricattato teoricamente è uno dei più digitali del mondo: credevamo conoscesse ogni segreto di Internet, le potenzialità della rete, ma anche la sua vulnerabilità. Credevamo che avrebbe preso ogni precauzione per evitare di essere hackerato. Credevamo che magari era uno di quelli che ha telefonini usa e getta a prova di intercettazione. Credevamo che non sarebbe finito in trappola come chiunque di noi può finire quando riceviamo una email che sembra arrivare dalla nostra banca o da un amico che è improvvisamente rimasto senza soldi in qualche posto sperduto del mondo, e tu ci clicchi e installi un virus. Credevamo che Bezos si sarebbe difeso meglio e invece si è fidato della rete come facciamo tutti noi. Usava un iPhone, faceva back up dei dati su iTunes, e non cancellava nulla, come facciamo noi. Ma non si può dire che Bezos non sia competente, questo proprio no. Eppure questa competenza non gli è bastata a difendersi da un’intrusione pesantissima nella sua vita privata; un attacco che ha provato a condizionare quello che un giornalista scriveva sull’Arabia Saudita sul quotidiano che aveva acquistato; che di fatto ha fatto saltare il suo matrimonio; e che ha disintegrato la nostra comoda illusione di una sicurezza digitale assoluta.