Cina, la febbre nel cuore
Federico Rampini , di FEDERICO RAMPINIIl virus mette in crisi il colosso mondiale: e i timori non riguardano solo la nostra salute e la nostra sicurezza. Perché i mercati finanziari tremano per la possibilità che l’epidemia abbia conseguenze economiche
Quaranta milioni di cinesi bloccati da divieti di viaggio: è quanto l'intera popolazione del Canada in quarantena. Un cordone sanitario d'emergenza si stringe attorno al capoluogo Wuhan (11 milioni di abitanti) e la provincia dello Hubei. Focolaio dell'epidemia del coronavirus è il cuore della Cina, una zona industriale sul fiume Yangtze. Ma lontano da lì il governo già chiude al pubblico pezzi di Grande Muraglia e la Disneyland di Shanghai: mosse draconiane allargano i divieti per frenare il turismo che agevola il contagio, proprio nel Capodanno cinese quando centinaia di milioni sono in viaggio. L'escalation nelle misure di contenimento è scattata tardi, ma adesso il governo di Pechino agisce con severità. Già due vittime dell'epidemia sono morte fuori dal perimetro del focolaio, e due casi di contagio sono arrivati fino agli Stati Uniti, sempre cittadini cinesi in provenienza da Wuhan. In un mondo dove viaggiare &…
Quaranta milioni di cinesi bloccati da divieti di viaggio: è quanto l'intera popolazione del Canada in quarantena. Un cordone sanitario d'emergenza si stringe attorno al capoluogo Wuhan (11 milioni di abitanti) e la provincia dello Hubei. Focolaio dell'epidemia del coronavirus è il cuore della Cina, una zona industriale sul fiume Yangtze. Ma lontano da lì il governo già chiude al pubblico pezzi di Grande Muraglia e la Disneyland di Shanghai: mosse draconiane allargano i divieti per frenare il turismo che agevola il contagio, proprio nel Capodanno cinese quando centinaia di milioni sono in viaggio. L'escalation nelle misure di contenimento è scattata tardi, ma adesso il governo di Pechino agisce con severità. Già due vittime dell'epidemia sono morte fuori dal perimetro del focolaio, e due casi di contagio sono arrivati fino agli Stati Uniti, sempre cittadini cinesi in provenienza da Wuhan. In un mondo dove viaggiare è diventato facile - e i cinesi sono protagonisti del più grande boom nella storia del turismo internazionale - non sappiamo quanti portatori del coronavirus siano già in mezzo a noi.
I timori non riguardano solo la nostra salute e la nostra sicurezza. I mercati finanziari tremano per la possibilità che l'epidemia abbia conseguenze economiche rilevanti. La Cina sta già infliggendosi dei danni - obbligatori ma sostanziali - con la frenata del turismo e quindi dei consumi. Essendo ormai la prima economia mondiale a parità con quella americana, tutti ne risentiremo se la locomotiva cinese si ferma. I danni che si temevano dalla guerra dei dazi - e che sono stati molto inferiori alle previsioni - arriveranno da una crisi sanitaria che nessuno poteva immaginare?
Evitiamo la tentazione di vedere sempre un'Apocalisse dietro l'angolo. I timori attuali però sono fondati su un precedente: a causa dell'epidemia della Sars, nel 2003 la Cina entrò in recessione, sia pure brevemente. Fu l'ultima volta che il mondo conobbe una crisi economica cinese. Allora come oggi, il governo di Pechino (leader era Hu Jintao) all'inizio tentò di insabbiare le notizie, fece perdere tempo prezioso per circoscrivere il focolaio e bloccare il contagio. Al colpevole silenzio iniziale subentrò il panico, gli aeroporti di tutto il mondo dovettero adottare controlli eccezionali, il traffico globale venne ridotto. (La Repubblica fu costretta a rinviare all'anno successivo l'apertura del nostro primo ufficio di corrispondenza).
Quali differenze tra la Sars e il coronavirus, per l'impatto globale? Siamo solo agli inizi di questa epidemia, le vittime accertate per fortuna sono ancora poche: 26 fino a ieri contro gli oltre 700 morti della Sars. E a nessuno deve sfuggire la sproporzione con i milioni di morti per malaria che non fanno notizia, ogni anno, perché l'ecatombe colpisce paesi molto più poveri (e il contagio non avviene da uomo a uomo). Ma il punto è proprio questo: la centralità della Cina nell'economia globale, il suo ruolo di traino per la crescita di molte altre aree, Europa inclusa.
Rispetto al 2003, la Cina è divenuta molto più ricca, quindi più rilevante. Nel 2003 il suo Pil era solo il quarto dietro Usa, Giappone e Germania. La modernizzazione ha dei vantaggi, per esempio il miglioramento delle cure mediche. Ha però altri effetti di segno opposto: la straordinaria avanzata delle ferrovie ad alta velocità, la costruzione di nuovi aeroporti, in 17 anni hanno moltiplicato la mobilità dei cinesi e con questa viaggiano anche i virus. Inoltre la Cina è diventata la terra di mezzo miliardo di consumatori benestanti, oggi il 60% del suo Pil viene dai consumi interni: proprio quelli che saranno le prime vittime delle drastiche misure contro il turismo durante il Capodanno lunare. Il resto del mondo oggi dipende molto più dai consumi e dal turismo cinese, in confronto a 17 anni fa.
Dalla recessione del 2003 la Cina uscì velocemente perché alla paralisi da Sars reagì con gli strumenti del suo capitalismo dirigista di Stato: rilancio d'investimenti pubblici nell'edilizia e grandi opere infrastrutturali, credito bancario agevolato, aiuti statali alle aziende. Quel precedente fa riflettere anche sugli effetti politici che potrebbe avere la crisi del coronavirus. Noi occidentali siamo giustamente sensibili ai punti deboli del regime di Xi Jinping. Le informazioni sul coronavirus non sarebbero uscite, senza il ruolo prezioso della stampa libera di Hong Kong che ha sfidato l'omertà del partito comunista di Wuhan. È il caso di dirlo, la libertà d'informazione nell'isola assediata di Hong Kong in questo caso avrà salvato vite umane. Ma non è questa la lezione che ne trarrà Xi. Con ogni probabilità cercherà di usare anche la crisi del coronavirus per rafforzare strumenti centrali di controllo. Se le misure di emergenza alla fine arresteranno il contagio, ne attribuirà il merito alla disciplina ottenuta con metodi autoritari. Più della sua propaganda decideranno i fatti. La sua credibilità in ultima istanza dipenderà dal costo economico di questa crisi.
I timori non riguardano solo la nostra salute e la nostra sicurezza. I mercati finanziari tremano per la possibilità che l'epidemia abbia conseguenze economiche rilevanti. La Cina sta già infliggendosi dei danni - obbligatori ma sostanziali - con la frenata del turismo e quindi dei consumi. Essendo ormai la prima economia mondiale a parità con quella americana, tutti ne risentiremo se la locomotiva cinese si ferma. I danni che si temevano dalla guerra dei dazi - e che sono stati molto inferiori alle previsioni - arriveranno da una crisi sanitaria che nessuno poteva immaginare?
Evitiamo la tentazione di vedere sempre un'Apocalisse dietro l'angolo. I timori attuali però sono fondati su un precedente: a causa dell'epidemia della Sars, nel 2003 la Cina entrò in recessione, sia pure brevemente. Fu l'ultima volta che il mondo conobbe una crisi economica cinese. Allora come oggi, il governo di Pechino (leader era Hu Jintao) all'inizio tentò di insabbiare le notizie, fece perdere tempo prezioso per circoscrivere il focolaio e bloccare il contagio. Al colpevole silenzio iniziale subentrò il panico, gli aeroporti di tutto il mondo dovettero adottare controlli eccezionali, il traffico globale venne ridotto. (La Repubblica fu costretta a rinviare all'anno successivo l'apertura del nostro primo ufficio di corrispondenza).
Quali differenze tra la Sars e il coronavirus, per l'impatto globale? Siamo solo agli inizi di questa epidemia, le vittime accertate per fortuna sono ancora poche: 26 fino a ieri contro gli oltre 700 morti della Sars. E a nessuno deve sfuggire la sproporzione con i milioni di morti per malaria che non fanno notizia, ogni anno, perché l'ecatombe colpisce paesi molto più poveri (e il contagio non avviene da uomo a uomo). Ma il punto è proprio questo: la centralità della Cina nell'economia globale, il suo ruolo di traino per la crescita di molte altre aree, Europa inclusa.
Rispetto al 2003, la Cina è divenuta molto più ricca, quindi più rilevante. Nel 2003 il suo Pil era solo il quarto dietro Usa, Giappone e Germania. La modernizzazione ha dei vantaggi, per esempio il miglioramento delle cure mediche. Ha però altri effetti di segno opposto: la straordinaria avanzata delle ferrovie ad alta velocità, la costruzione di nuovi aeroporti, in 17 anni hanno moltiplicato la mobilità dei cinesi e con questa viaggiano anche i virus. Inoltre la Cina è diventata la terra di mezzo miliardo di consumatori benestanti, oggi il 60% del suo Pil viene dai consumi interni: proprio quelli che saranno le prime vittime delle drastiche misure contro il turismo durante il Capodanno lunare. Il resto del mondo oggi dipende molto più dai consumi e dal turismo cinese, in confronto a 17 anni fa.
Dalla recessione del 2003 la Cina uscì velocemente perché alla paralisi da Sars reagì con gli strumenti del suo capitalismo dirigista di Stato: rilancio d'investimenti pubblici nell'edilizia e grandi opere infrastrutturali, credito bancario agevolato, aiuti statali alle aziende. Quel precedente fa riflettere anche sugli effetti politici che potrebbe avere la crisi del coronavirus. Noi occidentali siamo giustamente sensibili ai punti deboli del regime di Xi Jinping. Le informazioni sul coronavirus non sarebbero uscite, senza il ruolo prezioso della stampa libera di Hong Kong che ha sfidato l'omertà del partito comunista di Wuhan. È il caso di dirlo, la libertà d'informazione nell'isola assediata di Hong Kong in questo caso avrà salvato vite umane. Ma non è questa la lezione che ne trarrà Xi. Con ogni probabilità cercherà di usare anche la crisi del coronavirus per rafforzare strumenti centrali di controllo. Se le misure di emergenza alla fine arresteranno il contagio, ne attribuirà il merito alla disciplina ottenuta con metodi autoritari. Più della sua propaganda decideranno i fatti. La sua credibilità in ultima istanza dipenderà dal costo economico di questa crisi.