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(agf)

Voto in Emilia Romagna, non rischia uno soltanto

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In bilico oltre al premier Conte anche Matteo Salvini: se la sua candidata presidente Lucia Bergonzoni non dovesse passare, lui sarà vittima della sau tattica
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Quanto rischia il governo per il voto in Emilia Romagna? Molto, è ovvio: nonostante le rassicurazioni di Giuseppe Conte e dei partiti della maggioranza, il patto giallo-rosso è troppo malfermo per non subire gli effetti del responso elettorale se non sarà favorevole al candidato governatore del Pd Stefano Bonaccini. Attenzione, però, a non dimenticare che rischia anche Matteo Salvini. Ha scelto di politicizzare il voto emiliano al punto da far sparire la candidata presidente Lucia Borgonzoni, che si è limitata a tallonarlo nelle piazze, nemmeno sempre, e imitarlo nel postare sui social foto di spuntini e siparietti quotidiani. Se Borgonzoni passa, il leader della Lega userà il verdetto per delegittimare il governo e avvicinare il ritorno al voto nazionale, il traguardo sfumato tra beffe e giravolte lo scorso agosto. Ma se non passa, Salvini sarà vittima della sua stessa tattica. Dovrà prendere atto della risposta alla domanda che…
Quanto rischia il governo per il voto in Emilia Romagna? Molto, è ovvio: nonostante le rassicurazioni di Giuseppe Conte e dei partiti della maggioranza, il patto giallo-rosso è troppo malfermo per non subire gli effetti del responso elettorale se non sarà favorevole al candidato governatore del Pd Stefano Bonaccini. Attenzione, però, a non dimenticare che rischia anche Matteo Salvini. Ha scelto di politicizzare il voto emiliano al punto da far sparire la candidata presidente Lucia Borgonzoni, che si è limitata a tallonarlo nelle piazze, nemmeno sempre, e imitarlo nel postare sui social foto di spuntini e siparietti quotidiani. Se Borgonzoni passa, il leader della Lega userà il verdetto per delegittimare il governo e avvicinare il ritorno al voto nazionale, il traguardo sfumato tra beffe e giravolte lo scorso agosto. Ma se non passa, Salvini sarà vittima della sua stessa tattica. Dovrà prendere atto della risposta alla domanda che ha voluto incongruamente porre agli elettori emiliano-romagnoli: volete mandare a casa il governo? In quel caso, per l’ex ministro dell’Interno la traversata del deserto iniziata dopo l’insediamento del Conte bis si farà più lunga e difficile.

Si vota anche in Calabria, ma il risultato — più prevedibile, meno simbolico — non andrà molto oltre i confini della Regione. La partita nazionale si gioca a Bologna, Modena, Ravenna, Rimini, negli altri capoluoghi e giù fino agli ultimi e sperduti comuni dell’Appennino e della pianura padana che hanno in mano le leve per cambiare direzione al corso degli eventi. Un dato di fatto, anche se non bisognerebbe mai stancarsi di dire che tutto ciò non è normale. Da anni l’Italia è ostaggio di una campagna elettorale permanente che paralizza tutto per settimane o mesi ogni volta che arriva una tornata elettorale, europea o locale non conta. Il sistema è talmente fragile che ogni voto diventa un referendum sul governo o sui leader, e il circolo vizioso è alimentato da una classe politica che, in larga parte, si muove su una logica di una spregiudicata pirateria del consenso. Razziare voti per gonfiare leadership sempre più volatili. Non conta più nulla il merito delle singole consultazioni, e dunque i programmi proposti ai cittadini, ma solo la volontà di sfruttare l’occasione per dare una spallata agli avversari e destabilizzarli (per chi è all’opposizione) e il tentativo di blindarsi dall’assalto (per chi è in maggioranza). Nel frattempo le leggi languono in Parlamento, gli enti pubblici aspettano invano nomine e direttive, le giunte si ibernano. Ed è così tutti gli anni, tre mesi all’anno (almeno). Un Paese malato. E la cura sembra lontana.

Le promesse a ciclo continuo dei partiti si intrecciano all’inazione dei governi, generando frustrazione e disaffezione. È qui una delle sorgenti principali che negli anni ha prodotto fiotti di astensionismo o, peggio, di qualunquismo e populismo. Un pegno pagato soprattutto dalla sinistra, come sa bene lo stesso Bonaccini, che nel 2015 fu sì eletto governatore ma con una affluenza al voto del 36 per cento in una Regione abituata fino a pochi anni prima a non scendere mai sotto l’80 per cento. Un allarme che all’epoca fu deliberatamente e scioccamente ignorato dal Pd. Il tasso di partecipazione stavolta non può che risalire. A chi gioverà? Favorirà il recupero della sinistra, che in Emilia Romagna ha una solida tradizione, o porterà alle urne chi vuole cambiare? Salvini ha puntato tutto sulla seconda ipotesi. Ma nel gioco d’azzardo ha già perso una volta. Non è solo Conte che deve temere per le schede che gli elettori infileranno nell’urna oggi.