Cresciuto anche qui da noi, in tempi meno torridi per migranti grandi e piccoli, Kobe era stato un bambino italiano dai 6 ai 13 anni, seguendo i traslochi di papà Joe che giocava a basket da professionista, anche se non bene come lui: un tiratore micidiale, spesso però più egoista che vincente. Rieti e Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia, quelle tappe di vita italiana scandirono per il bimbo Kobe gli anni delle elementari e delle medie, ovviamente del minibasket (non spiccando ancora come immancabile fenomeno), e lo dotarono di una lingua da usare pure dopo: l'ultimo domicilio conosciuto faceva poi sì che, anziché in Arno, fosse risciacquata in Enza, inclinando su sonore cadenze padane. Quando a meno di 22 anni Bryant vinse il primo titolo Nba, nell'estate 2000, uno sponsor lo fece felice portandogli in America le scarpe di Paolo Maldini. Al cronista che poté chiacchierarci a lungo, ovviamente in italiano, confidò che il Mi…
Cresciuto anche qui da noi, in tempi meno torridi per migranti grandi e piccoli, Kobe era stato un bambino italiano dai 6 ai 13 anni, seguendo i traslochi di papà Joe che giocava a basket da professionista, anche se non bene come lui: un tiratore micidiale, spesso però più egoista che vincente. Rieti e Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia, quelle tappe di vita italiana scandirono per il bimbo Kobe gli anni delle elementari e delle medie, ovviamente del minibasket (non spiccando ancora come immancabile fenomeno), e lo dotarono di una lingua da usare pure dopo: l'ultimo domicilio conosciuto faceva poi sì che, anziché in Arno, fosse risciacquata in Enza, inclinando su sonore cadenze padane. Quando a meno di 22 anni Bryant vinse il primo titolo Nba, nell'estate 2000, uno sponsor lo fece felice portandogli in America le scarpe di Paolo Maldini. Al cronista che poté chiacchierarci a lungo, ovviamente in italiano, confidò che il Milan l'aveva conquistato subito, in quegli anni 80 e 90 da squadra padrona. In Italia tornava spesso, in vacanza, e ci tornò pure per ritirare una maglia azzurra, la numero 24. Non ci avrebbe mai giocato, ai Giochi era già andato (a vincere) con gli Stati Uniti, ma fu il suo modo per dar una mano a Ettore Messina, che era il ct d'allora, una pacca sulla spalla al compagno di un pezzo di strada insieme, "persona di grande intelligenza del quale sarò a disposizione per qualunque cosa di cui abbia bisogno". S'erano incrociati a Los Angeles, alla prima esperienza Nba di Messina (2011-12): il coach chiamato nello staff dei Lakers, l'asso tuttora leader della squadra. "Rapporti eccellenti, forse aiutava il fatto che con me parlava italiano, e lo facevamo spesso. Pensai pure che, sapendo lui di basket europeo, non fossi proprio un nessuno. Fu cordiale dal primo ciao. Ne fui contento, e anche onorato". Che Kobe facesse gola in Italia era noto. Portarcelo a giocare, lui che non lesinava dimostrazioni d'affetto per una patria così formativa della sua infanzia, era il sogno segreto di tanti. Quella stessa estate del 2011 la Virtus Bologna andò oltre. Ferma la Nba per la serrata dei proprietari, l'Europa poteva essere un utile rodaggio, e così il patron Claudio Sabatini partì alla carica, con una pressione tenace e riguardosa. Decidesse lui. Una, due, quattro partite. Tutto, purché venisse. L'offerta cadde. Oggi ne resterà solo un rimpianto in più.