Sardine, l'arte del congedo
Luigi Manconi , di LUIGI MANCONI
Gli storici e critici del grande teatro elisabettiano ricorrono, per valutare l'eccellenza di attori e attrici, a quel criterio essenziale rappresentato dalla capacità di uscire di scena. In senso proprio: la misura, cioè, con cui raggiungono le quinte, una volta conclusa la propria parte. Eppure, uscire di scena con eleganza e discrezione è un'impresa ardua: difficilissima nello spettacolo e nello sport, rarissima in politica.
Ora, posso sbagliarmi, ma il post con cui, qualche minuto dopo la mezzanotte di ieri, 6000 Sardine hanno commentato il risultato del voto in Emilia Romagna e parlato del loro futuro è un piccolo capolavoro dell'intelligenza del commiato e dell'arte del congedo. Provvisorio, certo, ma perfetto. E la ragione di questo temporaneo distacco costituisce una interessante lezione politica.
La politica, sembrano dire le Sardine, richiede esperienza e competenza, sapere tecnico e capacità di governo (è per quest…
Ora, posso sbagliarmi, ma il post con cui, qualche minuto dopo la mezzanotte di ieri, 6000 Sardine hanno commentato il risultato del voto in Emilia Romagna e parlato del loro futuro è un piccolo capolavoro dell'intelligenza del commiato e dell'arte del congedo. Provvisorio, certo, ma perfetto. E la ragione di questo temporaneo distacco costituisce una interessante lezione politica.
La politica, sembrano dire le Sardine, richiede esperienza e competenza, sapere tecnico e capacità di governo (è per quest…
Gli storici e critici del grande teatro elisabettiano ricorrono, per valutare l'eccellenza di attori e attrici, a quel criterio essenziale rappresentato dalla capacità di uscire di scena. In senso proprio: la misura, cioè, con cui raggiungono le quinte, una volta conclusa la propria parte. Eppure, uscire di scena con eleganza e discrezione è un'impresa ardua: difficilissima nello spettacolo e nello sport, rarissima in politica.
Ora, posso sbagliarmi, ma il post con cui, qualche minuto dopo la mezzanotte di ieri, 6000 Sardine hanno commentato il risultato del voto in Emilia Romagna e parlato del loro futuro è un piccolo capolavoro dell'intelligenza del commiato e dell'arte del congedo. Provvisorio, certo, ma perfetto. E la ragione di questo temporaneo distacco costituisce una interessante lezione politica.
La politica, sembrano dire le Sardine, richiede esperienza e competenza, sapere tecnico e capacità di governo (è per questo che la scelta a favore di Stefano Bonaccini era inevitabile), all'interno di un quadro di valori condivisi. Quanti si dedicano a questo tipo di politica non rappresentano sempre la "casta", come vorrebbe la trivialità di un diffuso senso comune: tra loro vi sono gruppi dirigenti, leader e militanti, che impegnano la propria esistenza nell'attività pubblica e ciò non è di per sé segno di corruzione, lo diventa solo quando si trasforma in un potere separato e sordo, che si autoriproduce. Ma quella politica, necessaria e rispettabile - chiamiamola amministrativa - non è tutta la politica. In ogni caso, pure se onesta, non è sufficiente e finisce per produrre uno scarto insuperabile tra rappresentanti e rappresentati. Anche perché, dicono le Sardine, ha una dimensione fatalmente artificiale e, per ciò stesso, distinta e distante dalla "realtà". E, invece, le Sardine credono in una politica che può convivere con la vita vera, fatta di "noi stessi, elettori e cittadini, parenti e amici". E quindi, dopo il voto, "è tempo di tornare a prendere contatto con la realtà e ristabilire le priorità, innanzitutto personali".
Queste frasi sono di notevole interesse. Non è in alcun modo l'apologia di un nuovo reflusso, e, nemmeno, la ripulsa della politica come professione. È, piuttosto, l'idea di una politica più larga e più mobile, che interpella tutti e trova spazio per tutti: né dentro le strutture di partito né contro di esse.
È una politica altra, che possiamo chiamare dei corpi e che si integra nella vita quotidiana, come passione e orientamento ideale. Un sentimento e un agire collettivo che vengono alla luce solo quando le circostanze lo esigono e solo quando è davvero indispensabile. Una politica come bene strettamente necessario, che, a differenza di molte altre esperienze del passato, non è destinata a produrre leader autoritari o soi disant carismatici, élite chiuse, apparati settari, discipline e scissioni. È stato questo il mesto destino di movimenti quali, tra gli altri, La Rete, i Girotondi, il Popolo Viola, i 5 Stelle.
Ecco, speriamo che questo non debba accadere anche alle Sardine. Se così non fosse, saremmo in presenza di una novità importante nell'avvizzito e rattrappito panorama italiano. Alcuni segnali fanno ben sperare. Innanzitutto, il linguaggio.
Le parole utilizzate non contengono, almeno in quel post della mezzanotte, una sbavatura, una caduta di stile, un errore di sintassi (o di sintassi politica). E colpisce l'assenza di qualunque lessico bellico. Il tono medio e dialogico non ha alcun accento trionfale, quasi si commentasse qualcosa che riguarda altri e di cui si è stati solo curiosi ma discreti osservatori. Poi, un certo olimpico distacco dalla sorte degli sconfitti, a malapena citati, e con termini che, nella loro mitezza, ne ridimensionano il ruolo e il pericolo temuto. Altra considerazione: le sintetiche righe del post non pongono, nemmeno alla lontana, richieste di partecipazione remunerata alla vittoria e ai suoi dividendi. Infine, l'impegno a sottrarsi ad apparizioni televisive e interviste ai giornali: tentazione che, sappiamo, ha fatto più vittime del colera. Il prossimo appuntamento non è per domani né per la prossima settimana. Il ritmo è pacato. Le Sardine si rivedranno a fine marzo in una località che non è esattamente à la page: Scampia, Napoli.
Ora, posso sbagliarmi, ma il post con cui, qualche minuto dopo la mezzanotte di ieri, 6000 Sardine hanno commentato il risultato del voto in Emilia Romagna e parlato del loro futuro è un piccolo capolavoro dell'intelligenza del commiato e dell'arte del congedo. Provvisorio, certo, ma perfetto. E la ragione di questo temporaneo distacco costituisce una interessante lezione politica.
La politica, sembrano dire le Sardine, richiede esperienza e competenza, sapere tecnico e capacità di governo (è per questo che la scelta a favore di Stefano Bonaccini era inevitabile), all'interno di un quadro di valori condivisi. Quanti si dedicano a questo tipo di politica non rappresentano sempre la "casta", come vorrebbe la trivialità di un diffuso senso comune: tra loro vi sono gruppi dirigenti, leader e militanti, che impegnano la propria esistenza nell'attività pubblica e ciò non è di per sé segno di corruzione, lo diventa solo quando si trasforma in un potere separato e sordo, che si autoriproduce. Ma quella politica, necessaria e rispettabile - chiamiamola amministrativa - non è tutta la politica. In ogni caso, pure se onesta, non è sufficiente e finisce per produrre uno scarto insuperabile tra rappresentanti e rappresentati. Anche perché, dicono le Sardine, ha una dimensione fatalmente artificiale e, per ciò stesso, distinta e distante dalla "realtà". E, invece, le Sardine credono in una politica che può convivere con la vita vera, fatta di "noi stessi, elettori e cittadini, parenti e amici". E quindi, dopo il voto, "è tempo di tornare a prendere contatto con la realtà e ristabilire le priorità, innanzitutto personali".
Queste frasi sono di notevole interesse. Non è in alcun modo l'apologia di un nuovo reflusso, e, nemmeno, la ripulsa della politica come professione. È, piuttosto, l'idea di una politica più larga e più mobile, che interpella tutti e trova spazio per tutti: né dentro le strutture di partito né contro di esse.
È una politica altra, che possiamo chiamare dei corpi e che si integra nella vita quotidiana, come passione e orientamento ideale. Un sentimento e un agire collettivo che vengono alla luce solo quando le circostanze lo esigono e solo quando è davvero indispensabile. Una politica come bene strettamente necessario, che, a differenza di molte altre esperienze del passato, non è destinata a produrre leader autoritari o soi disant carismatici, élite chiuse, apparati settari, discipline e scissioni. È stato questo il mesto destino di movimenti quali, tra gli altri, La Rete, i Girotondi, il Popolo Viola, i 5 Stelle.
Ecco, speriamo che questo non debba accadere anche alle Sardine. Se così non fosse, saremmo in presenza di una novità importante nell'avvizzito e rattrappito panorama italiano. Alcuni segnali fanno ben sperare. Innanzitutto, il linguaggio.
Le parole utilizzate non contengono, almeno in quel post della mezzanotte, una sbavatura, una caduta di stile, un errore di sintassi (o di sintassi politica). E colpisce l'assenza di qualunque lessico bellico. Il tono medio e dialogico non ha alcun accento trionfale, quasi si commentasse qualcosa che riguarda altri e di cui si è stati solo curiosi ma discreti osservatori. Poi, un certo olimpico distacco dalla sorte degli sconfitti, a malapena citati, e con termini che, nella loro mitezza, ne ridimensionano il ruolo e il pericolo temuto. Altra considerazione: le sintetiche righe del post non pongono, nemmeno alla lontana, richieste di partecipazione remunerata alla vittoria e ai suoi dividendi. Infine, l'impegno a sottrarsi ad apparizioni televisive e interviste ai giornali: tentazione che, sappiamo, ha fatto più vittime del colera. Il prossimo appuntamento non è per domani né per la prossima settimana. Il ritmo è pacato. Le Sardine si rivedranno a fine marzo in una località che non è esattamente à la page: Scampia, Napoli.