Il campo in cui gioca il Pd
Piero Ignazi , di PIERO IGNAZIIl modello spiegato da Zingaretti richiede una diversa concezione della vita interna, mettendo fine alla fiera delle vanità
È un momento propizio per rilanciare il Pd. Però il partito deve evitare di buttare la palla fuoricampo, di incorrere in passi falsi. Sarebbe disastroso ripetere gli errori compiuti alla sua nascita quando, nello statuto, venne scritto che il partito era composto da "iscritti ed elettori", cioè da tutti e nessuno. Da quella impostazione antipartitica sono nate tante sciagure, come la scorribanda renziana in territori non più presidiati da una precisa cultura politica e da una organizzazione degna di questo nome.
Un partito è una parte che rappresenta interessi particolari con una propensione generale; e si attrezza a questo scopo adottando gli strumenti che il tempo gli fornisce, e delimitando il proprio territorio rispetto agli altri competitori. L'individuazione di un proprio spazio e di precisi riferimenti sociali e valoriali non comporta il "rinchiudersi" in un territorio perché, al contrario, ogni partito tende a c…
Un partito è una parte che rappresenta interessi particolari con una propensione generale; e si attrezza a questo scopo adottando gli strumenti che il tempo gli fornisce, e delimitando il proprio territorio rispetto agli altri competitori. L'individuazione di un proprio spazio e di precisi riferimenti sociali e valoriali non comporta il "rinchiudersi" in un territorio perché, al contrario, ogni partito tende a c…
È un momento propizio per rilanciare il Pd. Però il partito deve evitare di buttare la palla fuoricampo, di incorrere in passi falsi. Sarebbe disastroso ripetere gli errori compiuti alla sua nascita quando, nello statuto, venne scritto che il partito era composto da "iscritti ed elettori", cioè da tutti e nessuno. Da quella impostazione antipartitica sono nate tante sciagure, come la scorribanda renziana in territori non più presidiati da una precisa cultura politica e da una organizzazione degna di questo nome.
Un partito è una parte che rappresenta interessi particolari con una propensione generale; e si attrezza a questo scopo adottando gli strumenti che il tempo gli fornisce, e delimitando il proprio territorio rispetto agli altri competitori. L'individuazione di un proprio spazio e di precisi riferimenti sociali e valoriali non comporta il "rinchiudersi" in un territorio perché, al contrario, ogni partito tende a conquistarne altri, di spazi.
Non c'è contraddizione tra il progetto di apertura e di un "campo largo" proposto da Nicola Zingaretti e una solida strutturazione. Alcuni paventano invece il rischio che al rafforzamento identitario e organizzativo corrisponda un arroccamento. In realtà, solo le piccole sette rivoluzionarie - che ormai appartengono a un passato lontano - invocano la purezza ideologica per selezionare gli ingressi nel partito ed epurare i dissidenti. Un partito democratico e moderno si muove in un'altra direzione, quella della inclusione.
Ciò non significa - non dovrebbe, quanto meno - indeterminatezza, vaghezza, o liquidità. Raccogliere l'adesione o il sostegno di molti soggetti diversi fa la forza di un partito, a patto di incanalarli e gestirli. La sfida è tutta qui: nel coniugare apertura e inclusione con solidità organizzativa e ideologica. Se una formazione politica sa cosa vuole e come fare, allora non corre il rischio di essere "attraversata" da chi non si identifica con le sue finalità. Il problema del Pd non è di diventare un campo largo ma di sapere quali sono i limiti del campo, e quale gioco si pratica in quel campo. Ad esempio, vuole diventare il portabandiera della lotta alla disuguaglianza, come emerso dalla tre giorni organizzata a Bologna, lo scorso novembre, o vuole rimanere invischiato dalle ricette neoliberiste che, con sprezzo del ridicolo, ancora molti richiamano?
Questo è uno dei dilemmi che il Pd deve risolvere prima di andare "oltre". Per questo, per rimettere in circolo idee e definire programmi, incontri come quello di Bologna dovrebbero ripetersi a cadenza regolare. Così si realizza l'apertura a contributi esterni, non inserendo qualche new entry nell'organigramma.
E infine, un partito nuovo come chiede Zingaretti necessita anche di una diversa concezione della vita interna dove l'interazione tra le persone e le scelte collettive rimpiazzino la fiera delle vanità esaltata dalle primarie. Oggi sono scomparsi i momenti di confronto interni, ridotti a passerelle per lo streaming e i media.
Come si può discutere seriamente in direzioni nazionali che durano mezza giornata? Senza nemmeno un straccio di pubblicazione per fare circolare idee? Per quanto possa apparire retrò, sono i congressi, a ogni livello, i luoghi dove dibattere programmi e controllare gli organi dirigenti: appuntamenti "normali", a scadenza fissa, annuale, come nei partiti britannici, senza che si ammantino di una aura da evento epocale: e quanto più questi appuntamenti sono aperti a contributi esterni, tanto più viene fertilizzato il terreno politico-culturale. Un partito riesce a essere inclusivo solo se adotta regole precise e coinvolgenti per la propria vita interna, per discutere e decidere. Anche così si fronteggia il populismo antipartitico e la fascinazione del capo.
Un partito è una parte che rappresenta interessi particolari con una propensione generale; e si attrezza a questo scopo adottando gli strumenti che il tempo gli fornisce, e delimitando il proprio territorio rispetto agli altri competitori. L'individuazione di un proprio spazio e di precisi riferimenti sociali e valoriali non comporta il "rinchiudersi" in un territorio perché, al contrario, ogni partito tende a conquistarne altri, di spazi.
Non c'è contraddizione tra il progetto di apertura e di un "campo largo" proposto da Nicola Zingaretti e una solida strutturazione. Alcuni paventano invece il rischio che al rafforzamento identitario e organizzativo corrisponda un arroccamento. In realtà, solo le piccole sette rivoluzionarie - che ormai appartengono a un passato lontano - invocano la purezza ideologica per selezionare gli ingressi nel partito ed epurare i dissidenti. Un partito democratico e moderno si muove in un'altra direzione, quella della inclusione.
Ciò non significa - non dovrebbe, quanto meno - indeterminatezza, vaghezza, o liquidità. Raccogliere l'adesione o il sostegno di molti soggetti diversi fa la forza di un partito, a patto di incanalarli e gestirli. La sfida è tutta qui: nel coniugare apertura e inclusione con solidità organizzativa e ideologica. Se una formazione politica sa cosa vuole e come fare, allora non corre il rischio di essere "attraversata" da chi non si identifica con le sue finalità. Il problema del Pd non è di diventare un campo largo ma di sapere quali sono i limiti del campo, e quale gioco si pratica in quel campo. Ad esempio, vuole diventare il portabandiera della lotta alla disuguaglianza, come emerso dalla tre giorni organizzata a Bologna, lo scorso novembre, o vuole rimanere invischiato dalle ricette neoliberiste che, con sprezzo del ridicolo, ancora molti richiamano?
Questo è uno dei dilemmi che il Pd deve risolvere prima di andare "oltre". Per questo, per rimettere in circolo idee e definire programmi, incontri come quello di Bologna dovrebbero ripetersi a cadenza regolare. Così si realizza l'apertura a contributi esterni, non inserendo qualche new entry nell'organigramma.
E infine, un partito nuovo come chiede Zingaretti necessita anche di una diversa concezione della vita interna dove l'interazione tra le persone e le scelte collettive rimpiazzino la fiera delle vanità esaltata dalle primarie. Oggi sono scomparsi i momenti di confronto interni, ridotti a passerelle per lo streaming e i media.
Come si può discutere seriamente in direzioni nazionali che durano mezza giornata? Senza nemmeno un straccio di pubblicazione per fare circolare idee? Per quanto possa apparire retrò, sono i congressi, a ogni livello, i luoghi dove dibattere programmi e controllare gli organi dirigenti: appuntamenti "normali", a scadenza fissa, annuale, come nei partiti britannici, senza che si ammantino di una aura da evento epocale: e quanto più questi appuntamenti sono aperti a contributi esterni, tanto più viene fertilizzato il terreno politico-culturale. Un partito riesce a essere inclusivo solo se adotta regole precise e coinvolgenti per la propria vita interna, per discutere e decidere. Anche così si fronteggia il populismo antipartitico e la fascinazione del capo.