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Un giovane studente con mascherina a Colombo, nello Sri Lanka, il 30 gennaio 2020 (ansa)

Il totem della mascherina

In tutto il mondo e anche nelle città italiane le mascherine protettive sono praticamente irreperibili. A Milano, in piena Chinatowm, non se ne trovano più
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È dal 1919, con l’esplosione dell’influenza cosiddetta “spagnola”, che hanno iniziato a diffondersi le mascherine protettive, cosa che in Giappone, come racconta Laura Spinney in 1918. L’influenza spagnola. La pandemia che cambiò il mondo (Marsilio), segnò l’inizio della pratica di indossarle comunemente per proteggersi dai germi. Già all’epoca tra gli ufficiali sanitari però esistevano molte perplessità circa la loro effettiva capacità di diminuire il contagio e quindi la trasmissione dell’influenza, così come parve immediatamente chiaro che, nonostante non si conoscessero ancora bene le cause e i modi della diffusione della febbre mortale, era ben poco utile usare il disinfettante.

Coronavirus. In via Paolo Sarpi, la "Chinatown" milanese: "Clienti calati del 50%, residenti in mascherina"

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È dal 1919, con l’esplosione dell’influenza cosiddetta “spagnola”, che hanno iniziato a diffondersi le mascherine protettive, cosa che in Giappone, come racconta Laura Spinney in 1918. L’influenza spagnola. La pandemia che cambiò il mondo (Marsilio), segnò l’inizio della pratica di indossarle comunemente per proteggersi dai germi. Già all’epoca tra gli ufficiali sanitari però esistevano molte perplessità circa la loro effettiva capacità di diminuire il contagio e quindi la trasmissione dell’influenza, così come parve immediatamente chiaro che, nonostante non si conoscessero ancora bene le cause e i modi della diffusione della febbre mortale, era ben poco utile usare il disinfettante.

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Tra le prime misure sanitarie vi fu quella d’inondare di candeggina le stazioni della metropolitana e i teatri di Parigi. Ora nelle città italiane le mascherine protettive sono praticamente irreperibili. A Milano, in piena Chinatowm, non se ne trovano più, mentre molti cinesi che passeggiano per la via le indossano, cosa che accade anche nei mesi invernali senza le epidemie in corso. Le mascherine in vendita nel web hanno prezzi che vanno dai 3,49 euro sino ai 9,90 e sono ancora reperibili, sebbene in vari siti sia già comparsa la dicitura: “In via di esaurimento”.

Un impiegato sposta scatole che contengono mascherine di fronte a una farmacia a Seoul, in Corea del Sud, il 29 gennaio 2020 (afp)

Esistono almeno quattro tipi di questo oggetto-simbolo della pandemia scoppiata in Cina. La prima è la cosiddetta “mascherina igienica”, che è quella che si usa in luoghi di lavoro dove si trattano alimenti o componenti elettroniche, che non offre alcuna vera protezione, dal momento che le goccioline di saliva passano comunque attraverso il tessuto posto davanti alla bocca e al naso. Poi c’è la “mascherina chirurgica”, utilizzata negli ospedali per impedire al personale medico e paramedico di contaminare l’ambiente. Si tratta di un oggetto che ha una maggior tenuta riguardo la filtrazione batterica, ma non impedisce la penetrazione di polveri e aerosol; di certo riduce il contagio se indossata da chi è malato, perché diminuisce il numero di microorganismi presenti nell’ambiente e difende da schizzi di liquidi infetti. Questa è la mascherina più diffusa e anche la meno costosa.

Esiste 
poi una mascherina predisposta per i contagiati e i malati, e anche per chi li cura; è più costosa e difficile da trovare in commercio, se non ordinandola espressamente; si utilizza in cliniche e ospedali. Infine vi è il “respiratore”: una maschera dotata di filtri, più grande delle altre, un vero e proprio apparato da mettere davanti a bocca e naso, che è particolarmente efficace; tuttavia offre poco confort e non è agevole da portare, perché deve aderire perfettamente al viso. Come spiega con dovizia di dettagli Laura Spinney, la mascherina è diventata un oggetto consueto nella società di massa dal momento che le pandemie dopo la “spagnola” sono una realtà probabile e possibile dell’epoca moderna; per quanto era vero che già nel Seicento medici e monatti usavano maschere o altri strumenti per filtrare l’aria che respiravano in presenza dei miasmi.

La “spagnola” uccise nel periodo compreso tra il marzo del 1918 e il marzo del 1920 tra cinquanta e cento milioni di persone, il 2,5% o il 5% dell’intera popolazione mondiale (dati certi non vi sono). La mascherina del 1918 ha avuto un analogo nella guerra che la precede di pochi anni: la maschera antigas. Il 22 aprile 1915 i tedeschi sparsero i gas di cloro a Ypres e questo fu il primo attacco del genere, che utilizzava l’aria come strumenti di guerra, come ha rimarcato Peter Sloterdijk in un libro molto interessante, Terrore nell’aria (Meltemi), dove racconta il debutto dell’atmoterrorismo. Alla fine del conflitto mondiale ci furono 85.000 vittime del gas, mentre furono intossicati 1.176.500 di combattenti. Entrambi gli strumenti per proteggersi dal pericolo invisibile presente nell’aria hanno di fatto inaugurato la “mobilitazione totale” della modernità come la definisce Erns Junger.