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Lavoro, le ricette fallite

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Il sistema italiano crea perlopiù occupazione povera e precaria, marginale rispetto alla trasformazione digitale in atto. Anche per questo i giovani talenti vanno all'estero
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Ha fallito il Jobs Act, ha fallito il decreto Dignità, hanno fallito il reddito di cittadinanza come primo strumento di politiche attive del lavoro con il debutto dei navigator e Quota 100 come leva per spingere il ricambio generazionale nelle fabbriche e negli uffici. La si potrebbe mettere anche così di fronte alla doccia scozzese arrivata dall'Istat che, dopo aver raccolto negli ultimi mesi una serie di dati positivi dalla trincea del lavoro, ha segnalato la frenata di dicembre con una caduta dell'occupazione (-75 mila persone) rispetto a novembre, un lieve aumento (poco importante, tuttavia) dei disoccupati, la continua discesa del lavoro autonomo e una crescita delle persone inattive nel mercato del lavoro, cioè coloro che non hanno un'occupazione né la cercano e dunque si pongono fuori dal mercato stesso.

Ma la questione è più complessa, tanto più che vale sempre l'avvertenza degli economisti del lavoro: i dati co…
Ha fallito il Jobs Act, ha fallito il decreto Dignità, hanno fallito il reddito di cittadinanza come primo strumento di politiche attive del lavoro con il debutto dei navigator e Quota 100 come leva per spingere il ricambio generazionale nelle fabbriche e negli uffici. La si potrebbe mettere anche così di fronte alla doccia scozzese arrivata dall'Istat che, dopo aver raccolto negli ultimi mesi una serie di dati positivi dalla trincea del lavoro, ha segnalato la frenata di dicembre con una caduta dell'occupazione (-75 mila persone) rispetto a novembre, un lieve aumento (poco importante, tuttavia) dei disoccupati, la continua discesa del lavoro autonomo e una crescita delle persone inattive nel mercato del lavoro, cioè coloro che non hanno un'occupazione né la cercano e dunque si pongono fuori dal mercato stesso.

Ma la questione è più complessa, tanto più che vale sempre l'avvertenza degli economisti del lavoro: i dati congiunturali, relativi ai cambiamenti mese su mese, quasi mai sono significativi perché risentono di fattori stagionali, economici, sociali e pure climatici. Quel che conta sono le tendenze di fondo. E il 2019 si è chiuso per il mercato del lavoro con più ombre che luci, nonostante sia stato raggiunto il record del tasso di occupazione, a un passo dal 60 per cento ma ben distante dalla media europea che sfiora il 69 per cento. Peggio di noi solo la Grecia.

C'è un fattore che prevale su tutti e che riguarda l'andamento asimmetrico del Pil rispetto a quello del lavoro. È la nostra anomalia anche se i dati potrebbero (se confermati) segnare l'avvio di un avvicinamento - più o meno veloce - tra le due dinamiche.

L'anno scorso l'economia italiana è cresciuta intorno allo 0,1-0,2 per cento, significativamente di meno dell'occupazione che ha marcato un incremento dello 0,6 per cento pari a un aumento di 136 mila occupati.

Vuol dire che chi lavora, lavora meno ore, non contribuisce alla crescita della produttività (ferma da più di vent'anni) e guadagna poco. Una spirale negativa che spiega molto della nostra "stagnazione secolare", la coda avvelenata della doppia recessione che abbiamo vissuto. Perché il sistema italiano crea perlopiù lavoro povero, precario, più nei servizi a basso valore aggiunto che nella manifattura innovativa, e quindi marginale in rapporto alla grande trasformazione digitale in atto. Anche per questo i nostri giovani talenti se ne vanno all'estero, non più con la valigia di cartone ma con le conoscenze nella testa. La nuova emigrazione è anche una fuga dal lavoro di bassa qualità.

L'Italia detiene (questa volta insieme alla Grecia) il record del lavoro a tempo parziale, ma di quello involontario, cioè subìto da chi è in cerca di un'occupazione: non trovo il lavoro a tempo pieno che vorrei, accetto di lavorare part time, poche ore per poco salario. Interessa gli uomini ma soprattutto le donne e i giovani. Due donne su tre che lavorano in Italia a tempo parziale non l'hanno scelto, contro una o due su dieci nei Paesi dell'Europa centro-settentrionale dove il part time serve per conciliare vita e lavoro e garantire le carriere di chi lavora indipendentemente dal sesso. Non per nascondere, da una parte, le inefficienze di un mercato del lavoro che paga la bulimia normativa di una classe politica che ha propagandato le leggi come determinanti per creare occupazione, salvo scoprire - statistiche alla mano - che qualcosa non aveva funzionato e che, allora, le risorse andavano indirizzate sullo sviluppo e la formazione delle persone; e, dall'altra, sempre più l'assenza (con le dovute eccezioni) di una classe imprenditoriale capace di investire, rischiare, far crescere di dimensioni le proprie aziende per trainare il nuovo lavoro.

La ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo, ha dichiarato che deve capire cosa sta succedendo nel mercato del lavoro. "Se è il caso - ha aggiunto - interveniamo". Verrebbe da dire: "No, grazie".