"Ever closer union", un'unione sempre più stretta. Sono queste tre paroline, presenti in tutti i trattati comunitari fin dal '57, che spiegano il divorzio maturato tra la Gran Bretagna e l'Europa. Per gli europei il destino comune di una integrazione sempre più forte è la scelta esistenziale che giustifica il lungo viaggio cominciato sessant'anni fa. Per gli inglesi, che pure hanno sottoscritto il concetto in tutti i Trattati, non è mai stato veramente così. Per quasi mezzo secolo hanno cercato, con alterne fortune, di impedire la "ever closer union". In ultimo, con Cameron, hanno voluto negoziare una paradossale esenzione dalla clausola che è la ragion d'essere della Ue. Ma neppure questo è bastato a frenare l'onda populista e xenofoba del referendum, che nel 2016 ha riportato indietro le lancette della storia.
Ogni divorzio spinge inevitabilmente gli ex coniugi a interrogarsi su di sé…
Ogni divorzio spinge inevitabilmente gli ex coniugi a interrogarsi su di sé…
"Ever closer union", un'unione sempre più stretta. Sono queste tre paroline, presenti in tutti i trattati comunitari fin dal '57, che spiegano il divorzio maturato tra la Gran Bretagna e l'Europa. Per gli europei il destino comune di una integrazione sempre più forte è la scelta esistenziale che giustifica il lungo viaggio cominciato sessant'anni fa. Per gli inglesi, che pure hanno sottoscritto il concetto in tutti i Trattati, non è mai stato veramente così. Per quasi mezzo secolo hanno cercato, con alterne fortune, di impedire la "ever closer union". In ultimo, con Cameron, hanno voluto negoziare una paradossale esenzione dalla clausola che è la ragion d'essere della Ue. Ma neppure questo è bastato a frenare l'onda populista e xenofoba del referendum, che nel 2016 ha riportato indietro le lancette della storia.
Ogni divorzio spinge inevitabilmente gli ex coniugi a interrogarsi su di sé. Così, mentre oggi gli inglesi che hanno votato Brexit fanno incetta di prosecco ma con grande abnegazione brindano bevendo l'improbabile spumante "made in England", gli europei evitano le celebrazioni, ma hanno molte ragioni per chiedersi perché si sia arrivati a questa "profonda frattura", come l'ha definita Angela Merkel, e quale sia il senso dello stare ancora insieme.
Ieri il segretario americano Mike Pompeo ha definito la Ue una "tirannia", frase che meriterebbe il ritiro degli ambasciatori europei da Washington. Ma in realtà la Brexit dimostra che l'Europa non è una gabbia, né un super-stato nazionale. Chi vuole uscirne, è libero di farlo. Mentre gli indipendentisti catalani marciscono nelle prigioni spagnole per aver organizzato un referendum, mentre gli scozzesi non riescono ad ottenere da Boris Johnson il permesso per votare sulla permanenza nel Regno Unito, Cameron ha chiamato i britannici alle urne e tutti, in tutta Europa, hanno rispettato il responso elettorale.
Ma se essere europei non è, per fortuna, un obbligo, se ne deduce che deve essere necessariamente una scelta. La lezione della Brexit ci insegna che non si può stare in Europa senza condividerne i valori fondanti: prima di tutto quello della "ever closer union". E, come ha ben rilevato il presidente del Parlamento europeo David Sassoli, è proprio l'adesione ad un insieme di regole sempre più vasto e pervasivo, che vincolano i Paesi al rispetto delle norme democratiche, alla buona amministrazione, alla libera circolazione e alla solidarietà reciproca, il piatto che risulta assolutamente indigesto ai populisti e ai sovranisti.
I brexiteers inglesi non volevano gli immigrati polacchi. Il governo ungherese non vuole rifugiati islamici. Quello polacco non vuole i gay ma pretende di tenersi le centrali a carbone. L'Italia del governo gialloverde non voleva accogliere i naufraghi né ridurre il debito pubblico per restare nella moneta unica. Le regole imposta dalla "ever closer union" per consentire alla Ue di integrarsi restando un riferimento mondiale delle democrazie risultano intollerabili per l'estrema destra. Questa sogna di realizzare, per parafrasare Lenin e copiare Erdogan, l'autoritarismo in un solo Paese. E vede l'Europa come un ostacolo insormontabile alle proprie ambizioni.
Così negli ultimi anni la questione europea è diventata lo spartiacque su cui si giocano le campagne elettorali e si decidono i destini dei governi. È quanto accaduto per il referendum britannico del 2016 e, fortunatamente con un esito diverso, per le elezioni presidenziali francesi e per le politiche olandesi del 2017. In Italia il voto di fiducia dato da Conte alla Commissione europea di Ursula von der Leyen ha segnato la frattura con Salvini e l'estromissione della Lega dal governo. In Austria il Partito popolare ha ripudiato l'alleanza con l'estrema destra anti-Ue e si è messo in coalizione con i Verdi pro-europei. Il terremoto politico della questione europea attraversa anche i partiti e ha costretto il Ppe a sospendere l'ungherese Viktor Orbán dopo le sue violente campagne contro Bruxelles.
Senza la Brexit, e senza il tormento dei milioni di britannici che si sentono privati della loro seconda patria, come ha testimoniato bene su Repubblica Timothy Garton Ash, il dibattito sulla scelta europea che si è avviato in tutti i 27 Paesi che rimangono non sarebbe stato altrettanto chiaro e risolutivo. Chi vuole uscire, può farlo. Chi vuole rimanere, deve impegnarsi a condividere il progetto di una unione sempre più stretta rinunciando alle allucinazioni del populismo sovranista. Siamo tutti avvertiti: le scelte politiche che si fanno a livello nazionale partono inevitabilmente dalla scelta pro o contro l'Europa.
Ogni divorzio spinge inevitabilmente gli ex coniugi a interrogarsi su di sé. Così, mentre oggi gli inglesi che hanno votato Brexit fanno incetta di prosecco ma con grande abnegazione brindano bevendo l'improbabile spumante "made in England", gli europei evitano le celebrazioni, ma hanno molte ragioni per chiedersi perché si sia arrivati a questa "profonda frattura", come l'ha definita Angela Merkel, e quale sia il senso dello stare ancora insieme.
Ieri il segretario americano Mike Pompeo ha definito la Ue una "tirannia", frase che meriterebbe il ritiro degli ambasciatori europei da Washington. Ma in realtà la Brexit dimostra che l'Europa non è una gabbia, né un super-stato nazionale. Chi vuole uscirne, è libero di farlo. Mentre gli indipendentisti catalani marciscono nelle prigioni spagnole per aver organizzato un referendum, mentre gli scozzesi non riescono ad ottenere da Boris Johnson il permesso per votare sulla permanenza nel Regno Unito, Cameron ha chiamato i britannici alle urne e tutti, in tutta Europa, hanno rispettato il responso elettorale.
Ma se essere europei non è, per fortuna, un obbligo, se ne deduce che deve essere necessariamente una scelta. La lezione della Brexit ci insegna che non si può stare in Europa senza condividerne i valori fondanti: prima di tutto quello della "ever closer union". E, come ha ben rilevato il presidente del Parlamento europeo David Sassoli, è proprio l'adesione ad un insieme di regole sempre più vasto e pervasivo, che vincolano i Paesi al rispetto delle norme democratiche, alla buona amministrazione, alla libera circolazione e alla solidarietà reciproca, il piatto che risulta assolutamente indigesto ai populisti e ai sovranisti.
I brexiteers inglesi non volevano gli immigrati polacchi. Il governo ungherese non vuole rifugiati islamici. Quello polacco non vuole i gay ma pretende di tenersi le centrali a carbone. L'Italia del governo gialloverde non voleva accogliere i naufraghi né ridurre il debito pubblico per restare nella moneta unica. Le regole imposta dalla "ever closer union" per consentire alla Ue di integrarsi restando un riferimento mondiale delle democrazie risultano intollerabili per l'estrema destra. Questa sogna di realizzare, per parafrasare Lenin e copiare Erdogan, l'autoritarismo in un solo Paese. E vede l'Europa come un ostacolo insormontabile alle proprie ambizioni.
Così negli ultimi anni la questione europea è diventata lo spartiacque su cui si giocano le campagne elettorali e si decidono i destini dei governi. È quanto accaduto per il referendum britannico del 2016 e, fortunatamente con un esito diverso, per le elezioni presidenziali francesi e per le politiche olandesi del 2017. In Italia il voto di fiducia dato da Conte alla Commissione europea di Ursula von der Leyen ha segnato la frattura con Salvini e l'estromissione della Lega dal governo. In Austria il Partito popolare ha ripudiato l'alleanza con l'estrema destra anti-Ue e si è messo in coalizione con i Verdi pro-europei. Il terremoto politico della questione europea attraversa anche i partiti e ha costretto il Ppe a sospendere l'ungherese Viktor Orbán dopo le sue violente campagne contro Bruxelles.
Senza la Brexit, e senza il tormento dei milioni di britannici che si sentono privati della loro seconda patria, come ha testimoniato bene su Repubblica Timothy Garton Ash, il dibattito sulla scelta europea che si è avviato in tutti i 27 Paesi che rimangono non sarebbe stato altrettanto chiaro e risolutivo. Chi vuole uscire, può farlo. Chi vuole rimanere, deve impegnarsi a condividere il progetto di una unione sempre più stretta rinunciando alle allucinazioni del populismo sovranista. Siamo tutti avvertiti: le scelte politiche che si fanno a livello nazionale partono inevitabilmente dalla scelta pro o contro l'Europa.