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(ansa)

Se Di Maio va in piazza

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Al Paese serve "un'etica della collaborazione". Per coniare il nuovo motto della fase due del governo Conte e Zingaretti, sabato scorso a ItaliaCamp, avevano rivisitato addirittura i testi sacri di Max Weber.

Poveri illusi. Passati appena quattro giorni, dalle rovine fumanti del Movimento Cinque Stelle resuscita Di Maio, e nei panni improbabili dell'angelo vendicatore chiama il suo popolo alla lotta. "Il 15 febbraio sarò in piazza con voi", tuona il redivivo ex capo politico, per combattere il "sistema che vuole cancellare le nostre leggi" e bloccare i suoi "osceni atti di restaurazione". Ma contro chi scende in piazza, Di Maio, visto che "il sistema" è lui medesimo, e la legge sulla prescrizione la sta discutendo il governo di cui lui stesso fa parte?

Di paradossi si nutre da sempre la politica italiana. Di partiti "di lotta e di governo" sono piene le meste cronache della Seconda Repubblica. Ma un mi…
Al Paese serve "un'etica della collaborazione". Per coniare il nuovo motto della fase due del governo Conte e Zingaretti, sabato scorso a ItaliaCamp, avevano rivisitato addirittura i testi sacri di Max Weber.

Poveri illusi. Passati appena quattro giorni, dalle rovine fumanti del Movimento Cinque Stelle resuscita Di Maio, e nei panni improbabili dell'angelo vendicatore chiama il suo popolo alla lotta. "Il 15 febbraio sarò in piazza con voi", tuona il redivivo ex capo politico, per combattere il "sistema che vuole cancellare le nostre leggi" e bloccare i suoi "osceni atti di restaurazione". Ma contro chi scende in piazza, Di Maio, visto che "il sistema" è lui medesimo, e la legge sulla prescrizione la sta discutendo il governo di cui lui stesso fa parte?

Di paradossi si nutre da sempre la politica italiana. Di partiti "di lotta e di governo" sono piene le meste cronache della Seconda Repubblica. Ma un ministro degli Esteri che usa il potere della massa contro il potere esecutivo non si era mai visto. È quasi un punto di non ritorno, nel generale disordine politico e istituzionale in cui il Paese sta lentamente scivolando. Per due ragioni essenziali. La prima ragione riguarda il destino del Movimento.

Lo smarrimento identitario, la perdita dell'innocenza nel passaggio dal Vaffa al Palazzo, l'egemonia regalata a Salvini durante l'anno e mezzo di governo giallo-verde, infine la lunga sequela di sconfitte elettorali subite dopo il trionfo del 4 marzo 2018: era ovvio che tutte queste ferite avrebbero lasciato un segno profondo, sul corpaccione inerte e informe del paziente pentastellato. Ma da questa crisi si poteva uscire in due modi. O compiere la mutazione definitiva, scegliendo di uscire dalla gabbia Rousseau, di dotarsi di una vera forma-partito, di trasformare il "casto connubio" col Pd in un'alleanza strategica e di riportare M5S dentro uno schema nuovamente bipolare. Oppure cedere al richiamo della foresta, scegliendo di sacrificare il governo sull'altare della lotta e di "tornare alle origini", come ora grida Paola Taverna, quando Grillo in piazza "ci lesse le parole guerriere, ci chiese di essere cittadini con gli elmetti" e di andare "in guerra contro la Casta".

Bruciati ormai troppi vascelli alle sue spalle, dopo la fuga indecorosa tre giorni prima della Waterloo pentastellata in Emilia Romagna, Di Maio ha scelto la seconda via. Cavalcando l'onda dei vitalizi (ripristinati al Senato con un blitz obiettivamente discutibile) e scalciando la lattina sulla prescrizione (trasformata nell'ultimo vessillo ideologico non negoziabile del Movimento).
Nella speranza di ricomporre la diaspora con i "duri e puri" guidati dal Dibba-Che-Guevara-de-noantri e di mettere in mora i "governisti" ispirati dal capo-comico di Bibbona. Una mossa estrema e quasi disperata. Serve a Di Maio per tentare di rigiocarsi la partita della leadership, in nome del recupero della missione primigenia e tecnicamente eversiva di un non-partito irriducibile a qualunque forma di cooptazione nel "sistema". Serve al Movimento stesso, svincolato da qualunque logica di coalizione, per provare a riconquistare le piazze occupate nel frattempo dalle Sardine e a recuperare almeno in parte i 6 milioni di elettori arrabbiati e perduti in un solo anno e mezzo vissuto dissennatamente.

La seconda ragione riguarda il governo. La portata destabilizzante della svolta movimentista di Di Maio è chiara a tutti. Impatta su una maggioranza già stremata, tra la stoica resilienza di Zingaretti e la guerriglia permanente di Renzi. Dalla riforma dell'Irpef alla giustizia, dai decreti sicurezza allo ius culturae, dalla concessione di Autostrade all'Ilva, da Alitalia alle nomine. I dossier ammuffiscono sul tavoli di Palazzo Chigi. Conte, che continua a parlare tanto senza dire mai nulla, non fa pesare il suo ruolo di premier e come ha scritto Carlo Verdelli si limita a "cronoprogrammare" agende e vertici in attesa di un futuro migliore che a questo punto forse non arriverà mai. Il Pd, che dopo la vittoria di Bonaccini aveva immaginato uno "spostamento dell'asse politico del governo", non riesce a far valere la sua funzione di pilastro del sistema e dell'alternativa alle destre. Ora si aggiunge il Di Maio risorto, che spara sul Quartier Generale. Più che "etica della collaborazione", questa è "pratica della dissoluzione".