Cosa vuole l’America da Giorgia Meloni
Stefano Folli , di STEFANO FOLLIFino a che punto gli Usa di Trump sono disposti a puntare sulla giovane leader di FdI per plasmare quell'alleanza di centrodestra che potrebbe domani governare l'Italia, ma di cui non si fidano ancora del tutto?
L'aspetto che rende significativo il viaggio di Giorgia Meloni negli Stati Uniti è che non sembra trattarsi di una visita di mera cortesia. Una di quelle photo opportunities a cui i politici italiani sono molto affezionati, nella prima come nella seconda Repubblica.
S'intende, l'opportunità di una foto ricordo da tenere sulla scrivania non mancherà nemmeno stavolta. Ma si avverte nell'aria che c'è qualcosa di più. Qualcosa che era mancato, ad esempio, nell'analogo viaggio di Matteo Salvini nel giugno dell'anno scorso, poco prima che si aprisse la crisi balneare del governo Conte 1.
Allora si ebbe la netta sensazione che la visita del capo leghista fosse in sostanza fallita. Salvini voleva accreditarsi presso l'alleato americano - e questo era del tutto legittimo - in vista della sua ascesa alla guida dell'esecutivo post-elettorale. Viceversa di lì a poco si sarebbe ritrovato all'opposizione. Aveva sbag…
S'intende, l'opportunità di una foto ricordo da tenere sulla scrivania non mancherà nemmeno stavolta. Ma si avverte nell'aria che c'è qualcosa di più. Qualcosa che era mancato, ad esempio, nell'analogo viaggio di Matteo Salvini nel giugno dell'anno scorso, poco prima che si aprisse la crisi balneare del governo Conte 1.
Allora si ebbe la netta sensazione che la visita del capo leghista fosse in sostanza fallita. Salvini voleva accreditarsi presso l'alleato americano - e questo era del tutto legittimo - in vista della sua ascesa alla guida dell'esecutivo post-elettorale. Viceversa di lì a poco si sarebbe ritrovato all'opposizione. Aveva sbag…
L'aspetto che rende significativo il viaggio di Giorgia Meloni negli Stati Uniti è che non sembra trattarsi di una visita di mera cortesia. Una di quelle photo opportunities a cui i politici italiani sono molto affezionati, nella prima come nella seconda Repubblica.
S'intende, l'opportunità di una foto ricordo da tenere sulla scrivania non mancherà nemmeno stavolta. Ma si avverte nell'aria che c'è qualcosa di più. Qualcosa che era mancato, ad esempio, nell'analogo viaggio di Matteo Salvini nel giugno dell'anno scorso, poco prima che si aprisse la crisi balneare del governo Conte 1.
Allora si ebbe la netta sensazione che la visita del capo leghista fosse in sostanza fallita. Salvini voleva accreditarsi presso l'alleato americano - e questo era del tutto legittimo - in vista della sua ascesa alla guida dell'esecutivo post-elettorale. Viceversa di lì a poco si sarebbe ritrovato all'opposizione. Aveva sbagliato i tempi e i modi, si disse. Ma forse c'era dell'altro. Il Salvini americano non aveva fatto breccia negli interlocutori di Washington.
Forse perché non avevano dimenticato i contatti oscuri, o comunque mai spiegati, tra gli emissari del capo leghista e la Russia di Putin. L'establishment americano, chiunque sia il presidente, è sempre diffidente verso chi intrattiene rapporti obliqui con Mosca. È la ragione per cui un'esponente dell'estrema destra francese come Marine Le Pen non è mai stata apprezzata in America, nemmeno dai circoli più ostili alla mentalità "liberal".
In altri termini, dopo il viaggio che doveva consacrarlo sull'asse Italia-Usa, Salvini si è trovato più isolato di prima. Nulla che non possa essere risolto con un po' di saggezza e capacità di rivedere i propri errori, ma ci vuole tempo.
E anche qualche circostanza favorevole. Viceversa Giorgia Meloni non presenta i punti deboli del partner leghista, anzi può servire a correggerne gli strappi. Non solo: mentre la Lega sembra giunta al massimo della sua espansione elettorale, almeno in questa fase - e anzi dà segni di parziale regresso - Fratelli d'Italia vive la sua stagione di grazia. Oggi a destra è senz'altro il partito più alla moda, in grado di raccogliere i consensi in uscita da Forza Italia e probabilmente della frangia più irrequieta e delusa dei Cinque Stelle.
Giorgia Meloni può piacere agli ambienti del Dipartimento di Stato per il suo essere anti-comunista ma atlantica, senza ambiguità filo-Putin. Del resto, nel suo "sovranismo" la leader di FdI i migliori rapporti li ha con l'ungherese Orbán: uomo di destra senza dubbio, ma capo di un Paese che si trova a suo agio nella Nato.
Anzi, più nella Nato che nell'Unione europea. La domanda allora è: fino a che punto gli Stati Uniti sono disposti a puntare sulla giovane politica di FdI per plasmare quell'alleanza di centrodestra che potrebbe domani governare l'Italia, ma di cui non si fidano ancora del tutto? Molti indizi lasciano pensare che la scommessa sia già stata fatta, nel presupposto naturalmente che Trump vinca le elezioni di novembre.
È la premessa di tutto per la destra italiana. Compreso il riequilibrio delle relazioni tra Salvini e la Meloni, tema di cui molto si parla e che sarà inevitabile, pur con il rischio di lacerazioni distruttive. In ogni caso l'obiettivo a breve per la leader di FdI, molto prima di pensare a Palazzo Chigi, dovrà essere individuare o formare una classe dirigente.
S'intende, l'opportunità di una foto ricordo da tenere sulla scrivania non mancherà nemmeno stavolta. Ma si avverte nell'aria che c'è qualcosa di più. Qualcosa che era mancato, ad esempio, nell'analogo viaggio di Matteo Salvini nel giugno dell'anno scorso, poco prima che si aprisse la crisi balneare del governo Conte 1.
Allora si ebbe la netta sensazione che la visita del capo leghista fosse in sostanza fallita. Salvini voleva accreditarsi presso l'alleato americano - e questo era del tutto legittimo - in vista della sua ascesa alla guida dell'esecutivo post-elettorale. Viceversa di lì a poco si sarebbe ritrovato all'opposizione. Aveva sbagliato i tempi e i modi, si disse. Ma forse c'era dell'altro. Il Salvini americano non aveva fatto breccia negli interlocutori di Washington.
Forse perché non avevano dimenticato i contatti oscuri, o comunque mai spiegati, tra gli emissari del capo leghista e la Russia di Putin. L'establishment americano, chiunque sia il presidente, è sempre diffidente verso chi intrattiene rapporti obliqui con Mosca. È la ragione per cui un'esponente dell'estrema destra francese come Marine Le Pen non è mai stata apprezzata in America, nemmeno dai circoli più ostili alla mentalità "liberal".
In altri termini, dopo il viaggio che doveva consacrarlo sull'asse Italia-Usa, Salvini si è trovato più isolato di prima. Nulla che non possa essere risolto con un po' di saggezza e capacità di rivedere i propri errori, ma ci vuole tempo.
E anche qualche circostanza favorevole. Viceversa Giorgia Meloni non presenta i punti deboli del partner leghista, anzi può servire a correggerne gli strappi. Non solo: mentre la Lega sembra giunta al massimo della sua espansione elettorale, almeno in questa fase - e anzi dà segni di parziale regresso - Fratelli d'Italia vive la sua stagione di grazia. Oggi a destra è senz'altro il partito più alla moda, in grado di raccogliere i consensi in uscita da Forza Italia e probabilmente della frangia più irrequieta e delusa dei Cinque Stelle.
Giorgia Meloni può piacere agli ambienti del Dipartimento di Stato per il suo essere anti-comunista ma atlantica, senza ambiguità filo-Putin. Del resto, nel suo "sovranismo" la leader di FdI i migliori rapporti li ha con l'ungherese Orbán: uomo di destra senza dubbio, ma capo di un Paese che si trova a suo agio nella Nato.
Anzi, più nella Nato che nell'Unione europea. La domanda allora è: fino a che punto gli Stati Uniti sono disposti a puntare sulla giovane politica di FdI per plasmare quell'alleanza di centrodestra che potrebbe domani governare l'Italia, ma di cui non si fidano ancora del tutto? Molti indizi lasciano pensare che la scommessa sia già stata fatta, nel presupposto naturalmente che Trump vinca le elezioni di novembre.
È la premessa di tutto per la destra italiana. Compreso il riequilibrio delle relazioni tra Salvini e la Meloni, tema di cui molto si parla e che sarà inevitabile, pur con il rischio di lacerazioni distruttive. In ogni caso l'obiettivo a breve per la leader di FdI, molto prima di pensare a Palazzo Chigi, dovrà essere individuare o formare una classe dirigente.