L’instabilità a Berlino e quella a Roma
Stefano Folli , di STEFANO FOLLITra Italia e Germania le circostanze hanno creato l'illusione di una simmetria in grado di provocare esiti negativi per entrambe. Sono i dati della produzione industriale in drammatica caduta a creare la suggestione di una deriva parallela che coinvolge le due nazioni. Tuttavia si tratta di realtà non paragonabili
Tra Roma e Berlino le circostanze hanno creato l'illusione di una simmetria in grado di provocare esiti negativi per entrambe le capitali. Sono i dati della produzione industriale in drammatica caduta a creare la suggestione di una deriva parallela che coinvolge le due nazioni. Tuttavia si tratta di realtà non paragonabili: negli ultimi dieci-dodici anni la forbice tra Germania e Italia non ha fatto che aumentare a tutto vantaggio della prima. E la stagnazione italiana tendente alla recessione non è colpa del governo in carica oggi: è il prodotto di anni di scelte poco lungimiranti, senza che ci sia nessuno che possa chiamarsi fuori rivendicando una sorta di "età dell'oro" mai esistita in concreto, almeno negli ultimi quattro lustri.
Non sono dunque gli indici economici sotto zero a rendere la Germania simile all'Italia: ci vuole ben altro. Esiste però una nuova debolezza politica a Berlino che non dipende in modo diretto dalla…
Non sono dunque gli indici economici sotto zero a rendere la Germania simile all'Italia: ci vuole ben altro. Esiste però una nuova debolezza politica a Berlino che non dipende in modo diretto dalla…
Tra Roma e Berlino le circostanze hanno creato l'illusione di una simmetria in grado di provocare esiti negativi per entrambe le capitali. Sono i dati della produzione industriale in drammatica caduta a creare la suggestione di una deriva parallela che coinvolge le due nazioni. Tuttavia si tratta di realtà non paragonabili: negli ultimi dieci-dodici anni la forbice tra Germania e Italia non ha fatto che aumentare a tutto vantaggio della prima. E la stagnazione italiana tendente alla recessione non è colpa del governo in carica oggi: è il prodotto di anni di scelte poco lungimiranti, senza che ci sia nessuno che possa chiamarsi fuori rivendicando una sorta di "età dell'oro" mai esistita in concreto, almeno negli ultimi quattro lustri.
Non sono dunque gli indici economici sotto zero a rendere la Germania simile all'Italia: ci vuole ben altro. Esiste però una nuova debolezza politica a Berlino che non dipende in modo diretto dalla gelata produttiva, ma che in una certa misura è incoraggiata da quei dati pessimi, in grado di accentuare il malessere sociale in forme imprevedibili. Come ha scritto Tonia Mastrobuoni, Angela Merkel non è riuscita a imporre la sua "delfina", Annegret Kramp-K., secondo un tipico scenario del potere: prima si esita a plasmare un successore fidato e quando alla fine ci si decide, non si ha più abbastanza forza per imporlo e difenderlo.
La Cdu oggi è minacciata a destra da Afd (si è visto in Turingia, causa immediata della crisi del partito) e a sinistra dai Verdi in veloce ascesa. Angela Merkel è sempre stata avversaria del "populismo", individuando nell'estrema destra di Afd una minaccia mortale per i cristiano-democratici. Peraltro la cancelliera rischia oggi di essere defenestrata da candidati più a destra di lei, persino disponibili in qualche caso ad allacciare un dialogo con le frange più radicali. Sarebbe un passo senza precedenti, indizio che la non remota uscita di scena della cancelliera è destinata a trasformare o almeno a condizionare gli assetti politici tedeschi. Come accadrebbe anche nell'ipotesi opposta: una Cdu che lascia il campo ai Verdi, nuovo partito degli innovatori e talvolta dei conservatori (nel segno dell'ecologia), già oggi capaci di contendere l'elettorato di sinistra si socialdemocratici.
È il quadro di una Germania instabile e soprattutto non costruita più intorno al "centrismo" democristiano, bensì lacerata da una fuga verso le estreme. Per ora non siamo a questo e la "grande coalizione" regge, riassorbendo in qualche misura le tensioni. Ma per quanto? La domanda ovviamente interessa tutti coloro che ritengono Berlino essenziale al progetto europeo. Come in effetti è. A maggior ragione il destino tedesco si allaccia a quello italiano. La debolezza del nostro partner principale può essere insostenibile per un'Italia chiusa nel recinto del suo immobilismo e incapace di reagire ai colpi della malasorte, come le cifre del Pil dimostrano. L'equilibrio a Roma, a differenza che a Berlino, è fragile quantomeno dalle elezioni del 2018. E il tema dell'alleanza con i populisti è già stato risolto aprendo le porte ai 5S in alleanza con il Pd, peraltro dopo l'esperienza fallimentare del governo Lega-Carroccio. La Germania tenta con fatica di resistere all'assedio dei nuovi soggetti politici. Nella precaria Italia la miscela di vecchio e nuovo domina ormai il governo e l'opposizione.
Non sono dunque gli indici economici sotto zero a rendere la Germania simile all'Italia: ci vuole ben altro. Esiste però una nuova debolezza politica a Berlino che non dipende in modo diretto dalla gelata produttiva, ma che in una certa misura è incoraggiata da quei dati pessimi, in grado di accentuare il malessere sociale in forme imprevedibili. Come ha scritto Tonia Mastrobuoni, Angela Merkel non è riuscita a imporre la sua "delfina", Annegret Kramp-K., secondo un tipico scenario del potere: prima si esita a plasmare un successore fidato e quando alla fine ci si decide, non si ha più abbastanza forza per imporlo e difenderlo.
La Cdu oggi è minacciata a destra da Afd (si è visto in Turingia, causa immediata della crisi del partito) e a sinistra dai Verdi in veloce ascesa. Angela Merkel è sempre stata avversaria del "populismo", individuando nell'estrema destra di Afd una minaccia mortale per i cristiano-democratici. Peraltro la cancelliera rischia oggi di essere defenestrata da candidati più a destra di lei, persino disponibili in qualche caso ad allacciare un dialogo con le frange più radicali. Sarebbe un passo senza precedenti, indizio che la non remota uscita di scena della cancelliera è destinata a trasformare o almeno a condizionare gli assetti politici tedeschi. Come accadrebbe anche nell'ipotesi opposta: una Cdu che lascia il campo ai Verdi, nuovo partito degli innovatori e talvolta dei conservatori (nel segno dell'ecologia), già oggi capaci di contendere l'elettorato di sinistra si socialdemocratici.
È il quadro di una Germania instabile e soprattutto non costruita più intorno al "centrismo" democristiano, bensì lacerata da una fuga verso le estreme. Per ora non siamo a questo e la "grande coalizione" regge, riassorbendo in qualche misura le tensioni. Ma per quanto? La domanda ovviamente interessa tutti coloro che ritengono Berlino essenziale al progetto europeo. Come in effetti è. A maggior ragione il destino tedesco si allaccia a quello italiano. La debolezza del nostro partner principale può essere insostenibile per un'Italia chiusa nel recinto del suo immobilismo e incapace di reagire ai colpi della malasorte, come le cifre del Pil dimostrano. L'equilibrio a Roma, a differenza che a Berlino, è fragile quantomeno dalle elezioni del 2018. E il tema dell'alleanza con i populisti è già stato risolto aprendo le porte ai 5S in alleanza con il Pd, peraltro dopo l'esperienza fallimentare del governo Lega-Carroccio. La Germania tenta con fatica di resistere all'assedio dei nuovi soggetti politici. Nella precaria Italia la miscela di vecchio e nuovo domina ormai il governo e l'opposizione.