Prescrizione, quell'incomprensibile no di Renzi
di GIANLUIGI PELLEGRINOLa correzione concordata da Pd e Leu con i Cinque Stelle è rilevantissima, perché limita la norma ai soli condannati in ben due gradi di giudizio
Chi può volere che un condannato in primo e in secondo grado, per corruzione, violenza o altri odiosi delitti possa invece farla franca per prescrizione? Perché ormai solo a questo è circoscritta la cosiddetta riforma Bonafede, dopo le intense modifiche chieste e ottenute dal Partito democratico e da Liberi e uguali. Si limita il superamento della prescrizione che il Guardasigilli voleva generalizzato, a chi sia giudicato colpevole in entrambi i gradi di merito da giudici e collegi, di prima istanza e di appello in nome della repubblica italiana.
Risulta allora davvero difficile, almeno stando al merito della cose, comprendere oggi la posizione di Matteo Renzi e del suo partito. Se agitavano argomenti pure condivisibili contro le originarie intenzioni del ministro grillino (abolizione della prescrizione per tutti sin dalla decisione di primo grado), ora francamente non si riesce a capire come possano replicarle, quelle critiche, nei confronti di una norma complet…
Risulta allora davvero difficile, almeno stando al merito della cose, comprendere oggi la posizione di Matteo Renzi e del suo partito. Se agitavano argomenti pure condivisibili contro le originarie intenzioni del ministro grillino (abolizione della prescrizione per tutti sin dalla decisione di primo grado), ora francamente non si riesce a capire come possano replicarle, quelle critiche, nei confronti di una norma complet…
Chi può volere che un condannato in primo e in secondo grado, per corruzione, violenza o altri odiosi delitti possa invece farla franca per prescrizione? Perché ormai solo a questo è circoscritta la cosiddetta riforma Bonafede, dopo le intense modifiche chieste e ottenute dal Partito democratico e da Liberi e uguali. Si limita il superamento della prescrizione che il Guardasigilli voleva generalizzato, a chi sia giudicato colpevole in entrambi i gradi di merito da giudici e collegi, di prima istanza e di appello in nome della repubblica italiana.
Risulta allora davvero difficile, almeno stando al merito della cose, comprendere oggi la posizione di Matteo Renzi e del suo partito. Se agitavano argomenti pure condivisibili contro le originarie intenzioni del ministro grillino (abolizione della prescrizione per tutti sin dalla decisione di primo grado), ora francamente non si riesce a capire come possano replicarle, quelle critiche, nei confronti di una norma completamente diversa, che all’evidenza Bonafede ha dovuto a buon viso accettare.
Peraltro oggi, dal primo gennaio, per una pastrocchio all’italiana che approvava una norma dirompente con la scusa del suo contestuale rinvio in vista di una mega riforma ovviamente mai arrivata, è proprio l’abolizione generalizzata della prescrizione ad essere legge dello Stato. Sicché il "no" di Renzi alla modifica che Zingaretti e Leu sono riusciti a concordare con i Cinque Stelle, risulta ulteriormente incomprensibile, visto che la sua bocciatura lascerebbe in vigore l’originario capriccio pentastellato foriero di rilevanti danni al sistema come da più parti denunciato e di effetti paradossali di impunità, come abbiamo segnalato su queste pagine.
Perché un processo del tutto senza prescrizione, nella situazione italiana di intasamento dei tribunali, porta dritto all’infinito spiaggiarsi di sentenze mai definitive e quindi di pene mai esecutive e di parti civili mai risarcite. Un nuova via all’impunità, appunto. Così la correzione ora concordata è rilevantissima, perché limita il superamento della prescrizione ai soli condannati in ben due gradi di giudizio, da giudici monocratici e collegiali, tribunali e corti di appello. Da qui il condivisibile esito di ciò che resta della riforma Bonafede che a ben vedere nemmeno più tale dovrebbe chiamarsi venendo notevolmente e meritoriamente cambiata.
Ed allora davvero Renzi vuol fare una battaglia per garantire invece la prescrizione anche ai condannati in doppio grado? L’indubbia abilità dell’ex premier è quella di sfuggire da valutazioni specifiche aggiornate sul nuovo testo; continuando a ripetere il mantra che si giustificava contro l’originaria riforma, puntando sul grande pubblico che non conosce le pur profonde differenze con l’approdo oggi ottenuto. Il tutto aiutato dal polverone alimentato dalla opposta gran cassa del “populismo giudiziario” (secondo l’icastica definizione di Luigi Manconi) che rende facile a Renzi, come a Maria Elena Boschi l’altro giorno in tv, prevalere a mani basse contro il rituale cliché giustizialista.
E così rischiano davvero di restare troppo in ombra le ragioni equilibrate di un razionale riformismo che, per una volta con successo, informa il risultato della paziente opera di Zingaretti che ha indotto Bonafede a modificare radicalmente la sua “creatura”, limitando gli effetti dell’abolizione della prescrizione ai soli condannati in duplice grado. Un minimo sindacale insieme opportuno e doveroso, cui nessuno dovrebbe opporsi. Se non per secondi fini, a questo punto nemmeno dissimulati. Né dissimulabili.
Risulta allora davvero difficile, almeno stando al merito della cose, comprendere oggi la posizione di Matteo Renzi e del suo partito. Se agitavano argomenti pure condivisibili contro le originarie intenzioni del ministro grillino (abolizione della prescrizione per tutti sin dalla decisione di primo grado), ora francamente non si riesce a capire come possano replicarle, quelle critiche, nei confronti di una norma completamente diversa, che all’evidenza Bonafede ha dovuto a buon viso accettare.
Peraltro oggi, dal primo gennaio, per una pastrocchio all’italiana che approvava una norma dirompente con la scusa del suo contestuale rinvio in vista di una mega riforma ovviamente mai arrivata, è proprio l’abolizione generalizzata della prescrizione ad essere legge dello Stato. Sicché il "no" di Renzi alla modifica che Zingaretti e Leu sono riusciti a concordare con i Cinque Stelle, risulta ulteriormente incomprensibile, visto che la sua bocciatura lascerebbe in vigore l’originario capriccio pentastellato foriero di rilevanti danni al sistema come da più parti denunciato e di effetti paradossali di impunità, come abbiamo segnalato su queste pagine.
Perché un processo del tutto senza prescrizione, nella situazione italiana di intasamento dei tribunali, porta dritto all’infinito spiaggiarsi di sentenze mai definitive e quindi di pene mai esecutive e di parti civili mai risarcite. Un nuova via all’impunità, appunto. Così la correzione ora concordata è rilevantissima, perché limita il superamento della prescrizione ai soli condannati in ben due gradi di giudizio, da giudici monocratici e collegiali, tribunali e corti di appello. Da qui il condivisibile esito di ciò che resta della riforma Bonafede che a ben vedere nemmeno più tale dovrebbe chiamarsi venendo notevolmente e meritoriamente cambiata.
Ed allora davvero Renzi vuol fare una battaglia per garantire invece la prescrizione anche ai condannati in doppio grado? L’indubbia abilità dell’ex premier è quella di sfuggire da valutazioni specifiche aggiornate sul nuovo testo; continuando a ripetere il mantra che si giustificava contro l’originaria riforma, puntando sul grande pubblico che non conosce le pur profonde differenze con l’approdo oggi ottenuto. Il tutto aiutato dal polverone alimentato dalla opposta gran cassa del “populismo giudiziario” (secondo l’icastica definizione di Luigi Manconi) che rende facile a Renzi, come a Maria Elena Boschi l’altro giorno in tv, prevalere a mani basse contro il rituale cliché giustizialista.
E così rischiano davvero di restare troppo in ombra le ragioni equilibrate di un razionale riformismo che, per una volta con successo, informa il risultato della paziente opera di Zingaretti che ha indotto Bonafede a modificare radicalmente la sua “creatura”, limitando gli effetti dell’abolizione della prescrizione ai soli condannati in duplice grado. Un minimo sindacale insieme opportuno e doveroso, cui nessuno dovrebbe opporsi. Se non per secondi fini, a questo punto nemmeno dissimulati. Né dissimulabili.