Governo, secondo tempo di una crisi infinita
Stefano Folli , di STEFANO FOLLIIl Conte-2 si è retto su un equilibrio anomalo che ora si è incrinato. Per un motivo o per l'altro, tutti gli attori dello psicodramma sono in bilico
È stato Romano Prodi a dire una volta che nelle elezioni anticipate "ci si casca". Ossia nel nostro ordinamento non sono il prodotto di una scelta ponderata, bensì il frutto di una serie di circostanze, alcune non volute. Ora trapela nel modo più autorevole che questa volta l'ipotesi del voto anticipato non è sul tavolo per ragioni tecniche: il 29 marzo si svolgerà infatti il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari e dopo si dovrà metter mano alla ridefinizione dei collegi elettorali. A maggior ragione se il Parlamento riuscisse - ipotesi abbastanza improbabile - ad approvare nelle prossime settimane la riforma proporzionale con la soglia al 5 per cento.
Forse è la prima volta che una crisi di governo, benché in apparenza "congelata", si scontra con la dichiarata impossibilità istituzionale di sciogliere le Camere. Il che da un lato apre la strada ai giochi politici più spregiu…
Forse è la prima volta che una crisi di governo, benché in apparenza "congelata", si scontra con la dichiarata impossibilità istituzionale di sciogliere le Camere. Il che da un lato apre la strada ai giochi politici più spregiu…
È stato Romano Prodi a dire una volta che nelle elezioni anticipate "ci si casca". Ossia nel nostro ordinamento non sono il prodotto di una scelta ponderata, bensì il frutto di una serie di circostanze, alcune non volute. Ora trapela nel modo più autorevole che questa volta l'ipotesi del voto anticipato non è sul tavolo per ragioni tecniche: il 29 marzo si svolgerà infatti il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari e dopo si dovrà metter mano alla ridefinizione dei collegi elettorali. A maggior ragione se il Parlamento riuscisse - ipotesi abbastanza improbabile - ad approvare nelle prossime settimane la riforma proporzionale con la soglia al 5 per cento.
Forse è la prima volta che una crisi di governo, benché in apparenza "congelata", si scontra con la dichiarata impossibilità istituzionale di sciogliere le Camere. Il che da un lato apre la strada ai giochi politici più spregiudicati, come abbiamo visto negli ultimi giorni; e dall'altro ingessa il sistema impedendo il naturale sbocco elettorale, ossia la medicina democratica nello stallo. Con tutti i rischi connessi. Che di stallo si tratti, non c'è dubbio. Renzi ha di fatto indebolito Palazzo Chigi al limite della sfiducia, ha riguadagnato credito presso l'opinione pubblica che rifiuta il giustizialismo dei Cinque Stelle e si tiene il colpo in canna per provocare la caduta di Conte alla prima occasione favorevole.
Si dice che nel frattempo tenterà di raccogliere il massimo al tavolo delle nomine a cui il governo si appresta (forse la sola attività che non sia dominata dall'inerzia). Se fosse così, nessuno si stupirebbe. Ma non si può ridurre a questo lo scontro all'interno della maggioranza. Quello a cui assistiamo è il secondo tempo della crisi dell'estate scorsa. Il Conte-2 si è retto su un equilibrio anomalo che ora si è incrinato. Pd-M5S-LeU costituiscono un asse solido però minoritario nel Paese e quindi insufficiente. Italia Viva indica invece una prospettiva centrista priva di massa critica: Renzi non ha alleati in grado di permettergli un salto di qualità e i sondaggi fotografano la sua debolezza. Conte, a sua volta, teme di essere giunto al termine della sua avventura e tradisce nervosismo. Non ha torto perché l'idea di sostituire i renziani con un gruppetto di "responsabili" in arrivo da Forza Italia o dal gruppo misto è inconsistente e velleitaria.
Per un motivo o per l'altro tutti gli attori dello psicodramma sono in bilico. Renzi sta scuotendo l'albero del governo (e continuerà a farlo) perché il suo piccolo partito non è in grado di reggere due anni di stasi. Ha bisogno di un diverso assetto che penalizzi i 5S e garantisca a lui un ruolo riconoscibile per coltivare il disegno centrista.
Il paradosso è che le elezioni subito - se fossero possibili al di là degli alibi tecnici - sarebbero per Italia Viva uno sbocco preferibile allo stagno. Anche il Pd potrebbe avere convenienza ad anticipare il voto, ma invece sceglierà lo status quo fin quando sarà possibile. Di certo la destra si sta a sua volta attrezzando, convinta che la legislatura non sarà lunga. L'intervista al Corriere di Giorgetti sull'Europa sarà pure l'ennesimo tentativo della Lega di mostrarsi moderata, ma è soprattutto la prova che qualcosa sta cambiando in quel mondo. L'ascesa di Giorgia Meloni preoccupa Salvini e in ogni caso governare l'Italia richiederà un approccio del tutto diverso da quello propagandistico e massimalista tipico dell'opposizione.
Forse è la prima volta che una crisi di governo, benché in apparenza "congelata", si scontra con la dichiarata impossibilità istituzionale di sciogliere le Camere. Il che da un lato apre la strada ai giochi politici più spregiudicati, come abbiamo visto negli ultimi giorni; e dall'altro ingessa il sistema impedendo il naturale sbocco elettorale, ossia la medicina democratica nello stallo. Con tutti i rischi connessi. Che di stallo si tratti, non c'è dubbio. Renzi ha di fatto indebolito Palazzo Chigi al limite della sfiducia, ha riguadagnato credito presso l'opinione pubblica che rifiuta il giustizialismo dei Cinque Stelle e si tiene il colpo in canna per provocare la caduta di Conte alla prima occasione favorevole.
Si dice che nel frattempo tenterà di raccogliere il massimo al tavolo delle nomine a cui il governo si appresta (forse la sola attività che non sia dominata dall'inerzia). Se fosse così, nessuno si stupirebbe. Ma non si può ridurre a questo lo scontro all'interno della maggioranza. Quello a cui assistiamo è il secondo tempo della crisi dell'estate scorsa. Il Conte-2 si è retto su un equilibrio anomalo che ora si è incrinato. Pd-M5S-LeU costituiscono un asse solido però minoritario nel Paese e quindi insufficiente. Italia Viva indica invece una prospettiva centrista priva di massa critica: Renzi non ha alleati in grado di permettergli un salto di qualità e i sondaggi fotografano la sua debolezza. Conte, a sua volta, teme di essere giunto al termine della sua avventura e tradisce nervosismo. Non ha torto perché l'idea di sostituire i renziani con un gruppetto di "responsabili" in arrivo da Forza Italia o dal gruppo misto è inconsistente e velleitaria.
Per un motivo o per l'altro tutti gli attori dello psicodramma sono in bilico. Renzi sta scuotendo l'albero del governo (e continuerà a farlo) perché il suo piccolo partito non è in grado di reggere due anni di stasi. Ha bisogno di un diverso assetto che penalizzi i 5S e garantisca a lui un ruolo riconoscibile per coltivare il disegno centrista.
Il paradosso è che le elezioni subito - se fossero possibili al di là degli alibi tecnici - sarebbero per Italia Viva uno sbocco preferibile allo stagno. Anche il Pd potrebbe avere convenienza ad anticipare il voto, ma invece sceglierà lo status quo fin quando sarà possibile. Di certo la destra si sta a sua volta attrezzando, convinta che la legislatura non sarà lunga. L'intervista al Corriere di Giorgetti sull'Europa sarà pure l'ennesimo tentativo della Lega di mostrarsi moderata, ma è soprattutto la prova che qualcosa sta cambiando in quel mondo. L'ascesa di Giorgia Meloni preoccupa Salvini e in ogni caso governare l'Italia richiederà un approccio del tutto diverso da quello propagandistico e massimalista tipico dell'opposizione.