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Né guerra né pace per Conte logorato

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Scriveva Raymond Aron all'inizio degli anni Sessanta che nel nostro tempo "la grande guerra e la vera pace muoiono insieme". Se il famoso intellettuale francese avesse potuto vedere il governo Conte 2, avrebbe avuto un perfetto riscontro alla sua tesi.

Intorno alla maggioranza giallo-rossa non è esplosa una "grande guerra" capace di frantumare ogni equilibrio senza cura delle conseguenze; e nemmeno è tornata una "vera pace", suscettibile di garantire una vita tranquilla all'esecutivo nei prossimi due anni. Né l'una né l'altra: solo una petulante guerriglia in grado di logorare un governo già debole e tenuto insieme unicamente dal timore del dopo.

Nessuno, a ben vedere, dice tutta la verità. Nessuno peraltro mente in modo integrale. Come per la guerra e la pace di Aron, anche in questo caso si resta a metà.

La crisi non dichiarata, bensì ingessata, produce un grappolo di verit&agrav…
Scriveva Raymond Aron all'inizio degli anni Sessanta che nel nostro tempo "la grande guerra e la vera pace muoiono insieme". Se il famoso intellettuale francese avesse potuto vedere il governo Conte 2, avrebbe avuto un perfetto riscontro alla sua tesi.

Intorno alla maggioranza giallo-rossa non è esplosa una "grande guerra" capace di frantumare ogni equilibrio senza cura delle conseguenze; e nemmeno è tornata una "vera pace", suscettibile di garantire una vita tranquilla all'esecutivo nei prossimi due anni. Né l'una né l'altra: solo una petulante guerriglia in grado di logorare un governo già debole e tenuto insieme unicamente dal timore del dopo.

Nessuno, a ben vedere, dice tutta la verità. Nessuno peraltro mente in modo integrale. Come per la guerra e la pace di Aron, anche in questo caso si resta a metà.

La crisi non dichiarata, bensì ingessata, produce un grappolo di verità/non verità. Non è del tutto vero, ad esempio, che Renzi sia con le spalle al muro. Ha perso la faccia, questo sì, sul punto della prescrizione, ma è ancora in grado di tenere sulle spine il premier Conte attraverso una lunga serie di azioni guerrigliere.

Ad esempio sul reddito di cittadinanza e in genere sugli aspetti che possono dimostrare i cedimenti del Pd all'alleato Cinque Stelle. Peraltro lo stesso Renzi disponeva di un modo semplice ed efficace per rendersi credibile: aprire la crisi di governo facendo dimettere i rappresentanti di Italia Viva nell'esecutivo Conte 2 e ritirando l'appoggio parlamentare. Era un passo limpido, lasciato intravedere nelle scorse settimane, dopo il quale si sarebbe giocata la partita più difficile: o un nuovo governo con un assetto più vantaggioso per i "centristi" o le elezioni dopo una parentesi tecnica. Sarebbe stata una fase coraggiosa, forse temeraria, ma chiara nelle sue modalità. Invece si è preferito, almeno finora, un opaco pasticcio che avrà, sì, dimostrato l'arrendevolezza del Pd nei confronti dell'alleato, ma risulta piuttosto incomprensibile all'opinione pubblica.

D'altra parte, anche il governo senza renziani e aperto a un gruppo di trasformisti (responsabili o "democratici" che vogliano definirsi) sembra un'ipotesi poco realistica. L'ha lanciata un esponente intelligente del Pd come Goffredo Bettini, ma non sembra avere le ali per sollevarsi da terra.

Del resto, se il problema è dare una coesione e una missione al Conte 2, quindi non solo un orizzonte lungo per scansare le urne, è illusorio affidarsi al "metodo Scilipoti", come ironizza Gianni Cuperlo (il richiamo è al celebre senatore trasformista che puntellò il quarto governo Berlusconi attirandosi i lazzi della sinistra).

Si sarebbe potuto immaginare una sostituzione del premier Conte, ma solo in un quadro di semi-solidarietà nazionale quale il leghista Giorgetti aveva fatto intravedere. Non stupisce che il disegno si sia subito arenato per l'evidente opposizione di Salvini e comunque per l'impossibilità di realizzare un piano del genere in questo frangente e attraverso una truppa raccogliticcia.

Come non meraviglia che ora Renzi, di ritorno dalle nevi pakistane, lasci intravedere l'ipotesi che sia Italia Viva ad abbandonare la maggioranza. Tra restare in posizione marginale dentro la coalizione, senza riuscire a incidere, e tentare la carta dell'opposizione, meglio la seconda strada. Ma avrebbe poco senso uscire senza mettere in crisi il governo.