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(ansa)

Intesa Sanpaolo e Ubi Banca, obbligati a crescere

L'imperativo vale non solo per gli istituti di credito più piccoli, ma tanto più per l'unico colosso nazionale che si sente ed è grande, ma evidentemente non ancora abbastanza. E adesso aspira a un ruolo europeo
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La benedizione preventiva della Banca centrale europea, un mese di studi e di consulti riservatissimi, consigli d'amministrazione blindati. Poi, lunedì notte, l'annuncio di un blitz che può cambiare la finanza italiana. Intesa Sanpaolo fa sapere che vuole Ubi Banca per mettere insieme il primo e il quarto gruppo nazionale e balzare così al quarto posto in Europa e al terzo nella zona euro come "generatore di utili", per usare l'espressione tecnica ma evocativa dell'amministratore delegato Carlo Messina.

Succede anche questo nella foresta agitata del credito, dove le banche - non solo quelle italiane - si ritrovano oggi costrette a lottare per far fronte ai tassi di interesse negativi che affondano i loro margini e a una tecnologia dirompente che nel giro di pochi anni rischia di spazzare via il modello di business su cui campavano da decenni. Succede che una banca-gioiellino come Ubi, fino a poche ore fa considerata un "cacciatore&q…
La benedizione preventiva della Banca centrale europea, un mese di studi e di consulti riservatissimi, consigli d'amministrazione blindati. Poi, lunedì notte, l'annuncio di un blitz che può cambiare la finanza italiana. Intesa Sanpaolo fa sapere che vuole Ubi Banca per mettere insieme il primo e il quarto gruppo nazionale e balzare così al quarto posto in Europa e al terzo nella zona euro come "generatore di utili", per usare l'espressione tecnica ma evocativa dell'amministratore delegato Carlo Messina.

Succede anche questo nella foresta agitata del credito, dove le banche - non solo quelle italiane - si ritrovano oggi costrette a lottare per far fronte ai tassi di interesse negativi che affondano i loro margini e a una tecnologia dirompente che nel giro di pochi anni rischia di spazzare via il modello di business su cui campavano da decenni. Succede che una banca-gioiellino come Ubi, fino a poche ore fa considerata un "cacciatore" in cerca di prede nel mondo del credito italiano, si trasformi suo malgrado in un boccone appetitoso per una banca più grande che vuole crescere ancora.

Crescere per fare sinergie, ossia tagliare costi e in una certa misura personale, magari sostituendolo in parte con nuove figure professionali, come vuol fare Intesa. Crescere per investire sulle tecnologie che sono tanto più convenienti quanto maggiore è la dimensione di chi le usa. Crescere per acquisire sempre più clienti ai quali distribuire i propri prodotti (dalle assicurazioni al risparmio gestito) diversi dal semplice conto corrente, guadagnando così sulle commissioni.

Ecco l'imperativo che vale non solo per le banche più piccole ma tanto più, come ci dimostra la mossa di Intesa, anche per l'unico colosso nazionale del credito che si sente ed è grande, ma evidentemente non ancora abbastanza e adesso aspira a un ruolo pienamente europeo.

Muoversi fuori dai confini nazionali resta però difficile: le poche fusioni transfrontaliere non sono state finora tutti casi di successo e lontano da casa è comunque più complesso ottenere subito sinergie, che si raggiungono prima di tutto vendendo filiali che si sovrappongono e riducendo personale. Così ancora una volta lo sguardo si rivolge in Italia. Quasi tre anni fa sempre Intesa Sanpaolo aveva comprato a prezzi di saldo (un euro e una dote pubblica di 5 miliardi...) le banche venete che rischiavano il dissesto; adesso lo shopping avviene a prezzi di mercato, ma la scommessa è sempre quella: che i vantaggi dell'operazione superino di gran lunga i suoi costi.

Se la strada battuta dalla maggiore banca italiana è quella che anche altri concorrenti sceglieranno si capirà abbastanza presto. Potrebbero esserci fusioni nazionali in Francia o in Spagna, con il benestare della Bce; potrebbero arrivare reazioni sul fronte italiano. Così come sono tutte da studiare le implicazioni di un nuovo e inedito asse che vede Intesa e Mediobanca (anche se solo in funzione di advisor) giocare per una volta nella stessa metà campo.

Dai grandi sistemi bisogna però passare anche ai piccoli clienti. L'operazione migliora o meno le condizioni di chi mette i soldi in banca o chiede un prestito? La risposta non è scontata. Ridurre il numero delle aziende che operano su un mercato ha in teoria effetti negativi sulla concorrenza e quindi sui consumatori dei loro servizi. Se i risparmi di costi ottenuti verranno trasferiti anche sui clienti, e non solo passati agli azionisti, la risposta potrà essere diversa e Intesa potrà dire di aver vinto davvero la sua scommessa.