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A Bruxelles il vertice straordinario sul bilancio Ue (ansa)

Bilancio Ue, gli occhi dell’Europa rivolti al passato

I Paesi ricchi del Nord non vogliono che il bilancio superi l'1 per cento del Pil. I Paesi più poveri dell'Est guardano solo ai soldi che potranno intascare. Gli altri, Italia compresa, si preoccupano di salvaguardare i fondi dell'Europa agricola. Preoccupazione legittima, ma il futuro della competitività non si giocherà certo su questo
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I ventisette leader dei governi europei hanno cominciato la discussione sul futuro bilancio comunitario con gli occhi rivolti al passato. Non potrebbe esserci partenza peggiore per un negoziato i cui risultati influenzeranno la vita di 450 milioni di cittadini da qui al 2027.

Già le premesse, se non fossero drammatiche, sarebbero ridicole. Il bilancio della Ue si definirà in una forbice che va dall'1 per cento all'1,3 per cento del Pil europeo. Alla fine, se va bene, sfiorerà l'1,1 per cento. Se da questa cifra si toglie il 60 per cento che è assorbito dalle spese per l'agricoltura e per i fondi di coesione, resta lo 0,45 per cento del Pil con cui finanziare la rivoluzione digitale, la transizione all'Europa verde, l'emergenza migratoria, il controllo delle frontiere, la ricerca scientifica, la futura difesa europea, i programmi spaziali, i trasporti, l'energia, la politica estera europea, i fondi destinati all'Africa, la pr…
I ventisette leader dei governi europei hanno cominciato la discussione sul futuro bilancio comunitario con gli occhi rivolti al passato. Non potrebbe esserci partenza peggiore per un negoziato i cui risultati influenzeranno la vita di 450 milioni di cittadini da qui al 2027.

Già le premesse, se non fossero drammatiche, sarebbero ridicole. Il bilancio della Ue si definirà in una forbice che va dall'1 per cento all'1,3 per cento del Pil europeo. Alla fine, se va bene, sfiorerà l'1,1 per cento. Se da questa cifra si toglie il 60 per cento che è assorbito dalle spese per l'agricoltura e per i fondi di coesione, resta lo 0,45 per cento del Pil con cui finanziare la rivoluzione digitale, la transizione all'Europa verde, l'emergenza migratoria, il controllo delle frontiere, la ricerca scientifica, la futura difesa europea, i programmi spaziali, i trasporti, l'energia, la politica estera europea, i fondi destinati all'Africa, la protezione civile, le emergenze tipo terremoti e alluvioni (speriamo che non piova troppo fino al 2028), e il programma Erasmus. Solo il Parlamento europeo e il suo presidente David Sassoli hanno chiesto un bilancio che arrivi almeno all'1,3 per cento del Pil "per poter mantenere le molte promesse che l'Europa ha fatto ai suoi cittadini".

L'inadeguatezza delle risorse messe a disposizione rispetto alle ambizioni di cui i leader europei danno prova a giorni alterni, alle emergenze che la globalizzazione ci impone, e soprattutto alle richieste che gli stessi governi rivolgono a Bruxelles quando non sanno cavarsela da soli, è evidente. A complicare le cose si aggiunge il fatto che l'uscita del Regno Unito ha aperto un buco d 75 miliardi nelle casse della Ue. Non è molto: meno dello 0,07 del Pil europeo, ma corrisponde al costo del funzionamento della Ue, dagli stipendi alle pensioni alla gestione degli immobili. Un buco che occorrerà riempire tagliando le spese di cui beneficiano i Paesi più poveri, o aumentando gli esborsi dei Paesi più ricchi.

Proprio questo è il punto del contendere al vertice di Bruxelles. Olanda, Svezia, Danimarca e Austria, che si sono auto-definiti "frugali" ma in realtà sono solo egoisti, non vogliono che il bilancio superi l'1 per cento del Pil. La loro posizione è spalleggiata da Germania e Finlandia. Sul fronte opposto, i Paesi più poveri, quasi tutti nell'Est europeo, non vogliono che siano ridotti i fondi di coesione di cui beneficiano nonostante le loro posizioni sovraniste e anti Ue. Su un terzo fronte, Francia, Spagna e Italia si preoccupano di non perdere troppo in termini di finanziamenti agricoli.

Ma tutte queste logiche sono, appunto, rivolte al passato. I ricchi del Nord continuano a scimmiottare la signora Thatcher e il suo "I want my money back", vecchio di quarant'anni e incubatore della Brexit. I Paesi dell'Est guardano solo alla nota della spesa dei fondi che potranno intascare e ad assicurarsi per di più che questi non siano condizionati al rispetto delle regole dello stato di diritto. Gli altri, Italia compresa, si preoccupano di salvaguardare i soldi dell'Europa agricola perché in tempi politicamente difficili nessuno vuole i manifestanti sui trattori per le strade di Roma, Parigi o Madrid. Precauzione legittima, anzi doverosa, ma il futuro della competitività europea e nazionale, che dovrebbe essere al centro della scommessa europea, non si giocherà certo sull'agricoltura.

In tutto questo il governo italiano spera di poter uscire abbastanza bene dai negoziati in corso. Si sbaglia. È vero che guadagneremo qualcosa sui fondi di coesione. Ma questo è dovuto solo al fatto che l'Italia è l'unico Stato la cui ricchezza relativa continua a diminuire in Europa: stiamo diventando più poveri. È anche vero che la nostra agricoltura, di qualità più elevata, sarà meno penalizzata di altre.

Ma un Paese che da anni si trascina all'ultimo posto nelle statistiche europee sulla crescita, e che ha duri vincoli di bilancio a causa del debito elevato, dovrebbe chiedere all'Europa investimenti nel futuro: dall'ambiente al digitale. Se Bruxelles non potrà spendere in questi settori beneficiando anche noi, gli Stati più ricchi, quelli che vogliono tagliare il bilancio Ue, avranno le risorse per farlo in proprio. E l'Italia, paralizzata dal proprio debito e dall'incapacità di ridurlo, resterà ancora una volta a guardare l'ennesimo treno che passa.