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La strada in salita del dopo virus

L'attuale quadro politico, al tempo stesso debole e senza vere alternative, non sembra il più adatto per voltare pagina nella fase post epidemia
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La Lombardia vale un quinto del Pil italiano, ricorda il presidente di Assolombarda, Carlo Bonomi. Come dire che asfissiare questa regione e il suo ruolo cruciale nel sistema industriale sarebbe un atto di masochismo estremo, lo stesso che in pochi giorni ha fatto dell'Italia quasi una sorta di Cina dell'occidente. È un messaggio chiaro che l'economia reale, potremmo dire, manda al governo Conte dopo gli errori commessi nella logica della pura emergenza. Forse erano passi falsi inevitabili, nei primi giorni confusi e drammatici della crisi sanitaria, ma ora la politica ha il dovere di guardare oltre l'allarme e soprattutto l'allarmismo. Invece Milano non si fida di Roma, teme che l'emergenza da virus diventi l'occasione e l'alibi, non solo per varare cattivi provvedimenti, ma anche per protrarre l'immobilismo sugli altri temi che dovrebbero essere prioritari in un paese stagnante.

La preoccupazione è comprensibile. Un governo e una ma…
La Lombardia vale un quinto del Pil italiano, ricorda il presidente di Assolombarda, Carlo Bonomi. Come dire che asfissiare questa regione e il suo ruolo cruciale nel sistema industriale sarebbe un atto di masochismo estremo, lo stesso che in pochi giorni ha fatto dell'Italia quasi una sorta di Cina dell'occidente. È un messaggio chiaro che l'economia reale, potremmo dire, manda al governo Conte dopo gli errori commessi nella logica della pura emergenza. Forse erano passi falsi inevitabili, nei primi giorni confusi e drammatici della crisi sanitaria, ma ora la politica ha il dovere di guardare oltre l'allarme e soprattutto l'allarmismo. Invece Milano non si fida di Roma, teme che l'emergenza da virus diventi l'occasione e l'alibi, non solo per varare cattivi provvedimenti, ma anche per protrarre l'immobilismo sugli altri temi che dovrebbero essere prioritari in un paese stagnante.

La preoccupazione è comprensibile. Un governo e una maggioranza deboli, in fondo consapevoli di esserlo, cercano astutamente di mascherare la propria fragilità attraverso l'ingessatura dell'emergenza. Ma il rimedio rischia di essere peggiore del male: la debolezza resta, sia pure costretta nel gesso, e la caduta è solo posticipata. Sotto questo aspetto, la crisi del virus cinese può essere interpretata come il famoso "cigno nero" che viene evocato per indicare eventi gravi e del tutto imprevisti, in grado di far saltare giochi di palazzo e tatticismi. È quello che sta accadendo: con il corollario che appare carente l'unica medicina possibile in simili casi, ossia una certa dose di acume politico e un po' di saggezza nei comportamenti pubblici.

Al contrario, il conflitto lacerante sul piano istituzionale con le regioni del Nord, e in primo luogo con la Lombardia, si è subito rivelato un errore blu da parte di Palazzo Chigi. È vero che anche gli altri fanno la loro parte nel "marketing" politico in cui tutti sono sempre in campagna elettorale, tuttavia è in passaggi come questo che si misura l'equilibrio e la maturità di chi ha il dovere di gestire la crisi. Una frattura con la parte più produttiva del Paese - e la più colpita dal contraccolpo economico di cui parla Bonomi - equivale ad andare fuori strada. In altri termini, la prova del virus ha mostrato fino a questo momento i limiti politici di chi guida il governo. E il punto non è la settimana dell'emergenza, bensì quello che accadrà d'ora in poi. Ci sono state, è vero, le telefonate del premier ai capi dell'opposizione (e meno male che Salvini si è corretto, ricordando di avere a sua volta delle responsabilità come leader di fatto del centrodestra). Ma sono sembrate iniziative un po' di maniera, comunque ancora insufficienti a creare un clima, sia pur vago, di solidarietà nazionale. Per quello serve ben altro: soprattutto la capacità di partire dal concreto, dalla reale sofferenza dell'economia e del mondo produttivo.

Il problema è che l'attuale quadro politico, al tempo stesso debole e senza vere alternative, non sembra il più adatto per voltare pagina nella fase post virus. Né il presidente del Consiglio sembra in grado di tramutarsi in un Conte 3 alla testa magari di una maggioranza allargata. Dopo l'ingessatura imposta dall'epidemia, è possibile che la svolta avvenga in forme oggi imprevedibili, senza peraltro immaginare scenari improbabili e governi "istituzionali".