La strada in salita del dopo virus
Stefano Folli , di STEFANO FOLLIL'attuale quadro politico, al tempo stesso debole e senza vere alternative, non sembra il più adatto per voltare pagina nella fase post epidemia
La Lombardia vale un quinto del Pil italiano, ricorda il presidente di Assolombarda, Carlo Bonomi. Come dire che asfissiare questa regione e il suo ruolo cruciale nel sistema industriale sarebbe un atto di masochismo estremo, lo stesso che in pochi giorni ha fatto dell'Italia quasi una sorta di Cina dell'occidente. È un messaggio chiaro che l'economia reale, potremmo dire, manda al governo Conte dopo gli errori commessi nella logica della pura emergenza. Forse erano passi falsi inevitabili, nei primi giorni confusi e drammatici della crisi sanitaria, ma ora la politica ha il dovere di guardare oltre l'allarme e soprattutto l'allarmismo. Invece Milano non si fida di Roma, teme che l'emergenza da virus diventi l'occasione e l'alibi, non solo per varare cattivi provvedimenti, ma anche per protrarre l'immobilismo sugli altri temi che dovrebbero essere prioritari in un paese stagnante.
La preoccupazione è comprensibile. Un governo e una ma…
La preoccupazione è comprensibile. Un governo e una ma…
La Lombardia vale un quinto del Pil italiano, ricorda il presidente di Assolombarda, Carlo Bonomi. Come dire che asfissiare questa regione e il suo ruolo cruciale nel sistema industriale sarebbe un atto di masochismo estremo, lo stesso che in pochi giorni ha fatto dell'Italia quasi una sorta di Cina dell'occidente. È un messaggio chiaro che l'economia reale, potremmo dire, manda al governo Conte dopo gli errori commessi nella logica della pura emergenza. Forse erano passi falsi inevitabili, nei primi giorni confusi e drammatici della crisi sanitaria, ma ora la politica ha il dovere di guardare oltre l'allarme e soprattutto l'allarmismo. Invece Milano non si fida di Roma, teme che l'emergenza da virus diventi l'occasione e l'alibi, non solo per varare cattivi provvedimenti, ma anche per protrarre l'immobilismo sugli altri temi che dovrebbero essere prioritari in un paese stagnante.
La preoccupazione è comprensibile. Un governo e una maggioranza deboli, in fondo consapevoli di esserlo, cercano astutamente di mascherare la propria fragilità attraverso l'ingessatura dell'emergenza. Ma il rimedio rischia di essere peggiore del male: la debolezza resta, sia pure costretta nel gesso, e la caduta è solo posticipata. Sotto questo aspetto, la crisi del virus cinese può essere interpretata come il famoso "cigno nero" che viene evocato per indicare eventi gravi e del tutto imprevisti, in grado di far saltare giochi di palazzo e tatticismi. È quello che sta accadendo: con il corollario che appare carente l'unica medicina possibile in simili casi, ossia una certa dose di acume politico e un po' di saggezza nei comportamenti pubblici.
Al contrario, il conflitto lacerante sul piano istituzionale con le regioni del Nord, e in primo luogo con la Lombardia, si è subito rivelato un errore blu da parte di Palazzo Chigi. È vero che anche gli altri fanno la loro parte nel "marketing" politico in cui tutti sono sempre in campagna elettorale, tuttavia è in passaggi come questo che si misura l'equilibrio e la maturità di chi ha il dovere di gestire la crisi. Una frattura con la parte più produttiva del Paese - e la più colpita dal contraccolpo economico di cui parla Bonomi - equivale ad andare fuori strada. In altri termini, la prova del virus ha mostrato fino a questo momento i limiti politici di chi guida il governo. E il punto non è la settimana dell'emergenza, bensì quello che accadrà d'ora in poi. Ci sono state, è vero, le telefonate del premier ai capi dell'opposizione (e meno male che Salvini si è corretto, ricordando di avere a sua volta delle responsabilità come leader di fatto del centrodestra). Ma sono sembrate iniziative un po' di maniera, comunque ancora insufficienti a creare un clima, sia pur vago, di solidarietà nazionale. Per quello serve ben altro: soprattutto la capacità di partire dal concreto, dalla reale sofferenza dell'economia e del mondo produttivo.
Il problema è che l'attuale quadro politico, al tempo stesso debole e senza vere alternative, non sembra il più adatto per voltare pagina nella fase post virus. Né il presidente del Consiglio sembra in grado di tramutarsi in un Conte 3 alla testa magari di una maggioranza allargata. Dopo l'ingessatura imposta dall'epidemia, è possibile che la svolta avvenga in forme oggi imprevedibili, senza peraltro immaginare scenari improbabili e governi "istituzionali".
La preoccupazione è comprensibile. Un governo e una maggioranza deboli, in fondo consapevoli di esserlo, cercano astutamente di mascherare la propria fragilità attraverso l'ingessatura dell'emergenza. Ma il rimedio rischia di essere peggiore del male: la debolezza resta, sia pure costretta nel gesso, e la caduta è solo posticipata. Sotto questo aspetto, la crisi del virus cinese può essere interpretata come il famoso "cigno nero" che viene evocato per indicare eventi gravi e del tutto imprevisti, in grado di far saltare giochi di palazzo e tatticismi. È quello che sta accadendo: con il corollario che appare carente l'unica medicina possibile in simili casi, ossia una certa dose di acume politico e un po' di saggezza nei comportamenti pubblici.
Al contrario, il conflitto lacerante sul piano istituzionale con le regioni del Nord, e in primo luogo con la Lombardia, si è subito rivelato un errore blu da parte di Palazzo Chigi. È vero che anche gli altri fanno la loro parte nel "marketing" politico in cui tutti sono sempre in campagna elettorale, tuttavia è in passaggi come questo che si misura l'equilibrio e la maturità di chi ha il dovere di gestire la crisi. Una frattura con la parte più produttiva del Paese - e la più colpita dal contraccolpo economico di cui parla Bonomi - equivale ad andare fuori strada. In altri termini, la prova del virus ha mostrato fino a questo momento i limiti politici di chi guida il governo. E il punto non è la settimana dell'emergenza, bensì quello che accadrà d'ora in poi. Ci sono state, è vero, le telefonate del premier ai capi dell'opposizione (e meno male che Salvini si è corretto, ricordando di avere a sua volta delle responsabilità come leader di fatto del centrodestra). Ma sono sembrate iniziative un po' di maniera, comunque ancora insufficienti a creare un clima, sia pur vago, di solidarietà nazionale. Per quello serve ben altro: soprattutto la capacità di partire dal concreto, dalla reale sofferenza dell'economia e del mondo produttivo.
Il problema è che l'attuale quadro politico, al tempo stesso debole e senza vere alternative, non sembra il più adatto per voltare pagina nella fase post virus. Né il presidente del Consiglio sembra in grado di tramutarsi in un Conte 3 alla testa magari di una maggioranza allargata. Dopo l'ingessatura imposta dall'epidemia, è possibile che la svolta avvenga in forme oggi imprevedibili, senza peraltro immaginare scenari improbabili e governi "istituzionali".