Quella madre che si volta
Paolo Di Paolo , di PAOLO DI PAOLO
C'è la sua borsa pesante. Con una mano spinge il passeggino; l'altra stringe quella di una bambina. Nel passeggino c'è un neonato - sette mesi - che fra un istante sarà abbandonato. Nelle immagini della telecamera di sorveglianza, a un certo punto, si vede passare una macchina scura che copre madre e figlia mentre si allontanano. Un istante dopo, si vede il passeggino rimasto lì - isolato, indifeso - nel traffico intorno alla stazione di Roma Termini.
La madre, una donna di origine croata di venticinque anni, è stata arrestata a bordo di un treno diretto in Germania; la bambina che era con lei è stata portata in ospedale per un ematoma sul viso. Mi hanno sorpreso, per una volta, i commenti alla vicenda sui social: la maggioranza, di solito giudicante senza mezze misure, si interroga. "Io non la condanno", scrive Michele sul profilo Facebook di Repubblica. "Mi stupisco che ci sia qualcuno che non giudica", gli r…
La madre, una donna di origine croata di venticinque anni, è stata arrestata a bordo di un treno diretto in Germania; la bambina che era con lei è stata portata in ospedale per un ematoma sul viso. Mi hanno sorpreso, per una volta, i commenti alla vicenda sui social: la maggioranza, di solito giudicante senza mezze misure, si interroga. "Io non la condanno", scrive Michele sul profilo Facebook di Repubblica. "Mi stupisco che ci sia qualcuno che non giudica", gli r…
C'è la sua borsa pesante. Con una mano spinge il passeggino; l'altra stringe quella di una bambina. Nel passeggino c'è un neonato - sette mesi - che fra un istante sarà abbandonato. Nelle immagini della telecamera di sorveglianza, a un certo punto, si vede passare una macchina scura che copre madre e figlia mentre si allontanano. Un istante dopo, si vede il passeggino rimasto lì - isolato, indifeso - nel traffico intorno alla stazione di Roma Termini.
La madre, una donna di origine croata di venticinque anni, è stata arrestata a bordo di un treno diretto in Germania; la bambina che era con lei è stata portata in ospedale per un ematoma sul viso. Mi hanno sorpreso, per una volta, i commenti alla vicenda sui social: la maggioranza, di solito giudicante senza mezze misure, si interroga. "Io non la condanno", scrive Michele sul profilo Facebook di Repubblica. "Mi stupisco che ci sia qualcuno che non giudica", gli risponde Angela.
Mi stupisco anch'io. E se Gianluca dice di notare con preoccupazione che gli italiani "stanno sviluppando la tendenza a stare sempre meno dalla parte della vittima", c'è chi lo invita a considerare quanto poco sappiamo per poter stabilire con certezza vittime e colpevoli. Per ogni madre che abbandona c'è - oltre alla sua specifica e spesso insopportabile, indicibile ragione - anche l'ombra di una lunga storia di stigmatizzazione sociale. Una vera e propria onta, scrive Catriona Seth, una studiosa britannica che ha ricostruito molte storie di "bambini di carta", i neonati abbandonati nel corso dei secoli presso la ruota dei brefotrofi. Ha cercato indizi nei biglietti lasciati dalle madri. "Addio mio povero bambino", dice un cartiglio a forma di cuore lasciato da una donna sconosciuta un mattino di febbraio come questo, però del 1847, all'ospedale di Rouen.
Nella cittadina francese c'è un piccolo museo; l'ho visitato mentre lavoravo a un romanzo, "Lontano dagli occhi" - la storia di tre madri che si trovano sul punto di abbandonare il proprio figlio. Ho visto biglietti con grafie tremanti, ciondoli, bracciali, collanine, immagini di santi che erano state legate al braccio del neonato. Segni visibili lasciati da chi affidava un destino all'ignoto. Ma è sempre l'invisibile a prevalere; la disperazione e l'incertezza che, come in un romanzo di Dickens, fanno sì che la madre lasci un groviglio di impronte nel fango, "fitto e inestricabile" come il percorso della sua vita.
C'è sempre un passante che, con l'aria di chi sa tutto del mondo, manifesta il proprio disprezzo per la madre crudele. Ma c'è anche quello che la coglie, nascosta, mentre si gira un'ultima volta, prima di sparire. Possiamo scegliere quale dei passanti essere. Cambia qualcosa per quella madre o per il bambino abbandonato? Forse niente. E tuttavia, se scegliamo di essere il passante che non disprezza, possiamo vedere qualcosa in più. Il voltarsi della madre, e anche, in questo caso, il voltarsi della bambina verso il fratello lasciato nel passeggino. Se scegliamo di essere il passante che non disprezza, sentiamo qualcosa in più. Qualcosa di più complesso di ogni giudizio: un dolore che non ha nome, un rimorso che diventa una persecuzione. E su tutto, il peso di una solitudine invincibile, insidiosa come un male oscuro - così la definisce Mattia Ferraresi in un saggio appena uscito, Solitudine (Einaudi). "L'ho cresciuto fino a ora, bisognerebbe che morissi con lui", scrive una madre in un altro dei biglietti di Rouen. La ragazza che ha abbandonato il figlio nel passeggino non ci consegna parole. Ma forse anche in silenzio ci arriva il suo sentirsi così sola, nella folla a cui affida suo figlio.
La madre, una donna di origine croata di venticinque anni, è stata arrestata a bordo di un treno diretto in Germania; la bambina che era con lei è stata portata in ospedale per un ematoma sul viso. Mi hanno sorpreso, per una volta, i commenti alla vicenda sui social: la maggioranza, di solito giudicante senza mezze misure, si interroga. "Io non la condanno", scrive Michele sul profilo Facebook di Repubblica. "Mi stupisco che ci sia qualcuno che non giudica", gli risponde Angela.
Mi stupisco anch'io. E se Gianluca dice di notare con preoccupazione che gli italiani "stanno sviluppando la tendenza a stare sempre meno dalla parte della vittima", c'è chi lo invita a considerare quanto poco sappiamo per poter stabilire con certezza vittime e colpevoli. Per ogni madre che abbandona c'è - oltre alla sua specifica e spesso insopportabile, indicibile ragione - anche l'ombra di una lunga storia di stigmatizzazione sociale. Una vera e propria onta, scrive Catriona Seth, una studiosa britannica che ha ricostruito molte storie di "bambini di carta", i neonati abbandonati nel corso dei secoli presso la ruota dei brefotrofi. Ha cercato indizi nei biglietti lasciati dalle madri. "Addio mio povero bambino", dice un cartiglio a forma di cuore lasciato da una donna sconosciuta un mattino di febbraio come questo, però del 1847, all'ospedale di Rouen.
Nella cittadina francese c'è un piccolo museo; l'ho visitato mentre lavoravo a un romanzo, "Lontano dagli occhi" - la storia di tre madri che si trovano sul punto di abbandonare il proprio figlio. Ho visto biglietti con grafie tremanti, ciondoli, bracciali, collanine, immagini di santi che erano state legate al braccio del neonato. Segni visibili lasciati da chi affidava un destino all'ignoto. Ma è sempre l'invisibile a prevalere; la disperazione e l'incertezza che, come in un romanzo di Dickens, fanno sì che la madre lasci un groviglio di impronte nel fango, "fitto e inestricabile" come il percorso della sua vita.
C'è sempre un passante che, con l'aria di chi sa tutto del mondo, manifesta il proprio disprezzo per la madre crudele. Ma c'è anche quello che la coglie, nascosta, mentre si gira un'ultima volta, prima di sparire. Possiamo scegliere quale dei passanti essere. Cambia qualcosa per quella madre o per il bambino abbandonato? Forse niente. E tuttavia, se scegliamo di essere il passante che non disprezza, possiamo vedere qualcosa in più. Il voltarsi della madre, e anche, in questo caso, il voltarsi della bambina verso il fratello lasciato nel passeggino. Se scegliamo di essere il passante che non disprezza, sentiamo qualcosa in più. Qualcosa di più complesso di ogni giudizio: un dolore che non ha nome, un rimorso che diventa una persecuzione. E su tutto, il peso di una solitudine invincibile, insidiosa come un male oscuro - così la definisce Mattia Ferraresi in un saggio appena uscito, Solitudine (Einaudi). "L'ho cresciuto fino a ora, bisognerebbe che morissi con lui", scrive una madre in un altro dei biglietti di Rouen. La ragazza che ha abbandonato il figlio nel passeggino non ci consegna parole. Ma forse anche in silenzio ci arriva il suo sentirsi così sola, nella folla a cui affida suo figlio.