Se il Sultano sfida lo Zar
Renzo Guolo , di RENZO GUOLO Erdogan vuole ora negoziare con Putin un accordo che tuteli gli “interessi nazionali” turchi nell’area. Un braccio di ferro che mette a dura prova i loro complicati rapporti.
La decisione della Turchia di lasciare via libera, verso l'Europa, ai profughi siriani non ha, per una volta, come obiettivo principale quello di rimonetizzare la sua funzione di gendarme per conto Ue, ma quello di un chiarimento strategico con la Russia. Lo scontro in corso a Idlib, dove si combattono le forze di Assad, sostenute da Russia e Iran, e l'opposizione armata siriana appoggiata dalla Turchia, è occasione per una resa dei conti tra il "Sultano" e lo "Zar", alleati dagli interessi divergenti.
La rinata vocazione neottomana della Turchia ha incrociato, nel suo tentativo di riacquistare profondità strategica nell'antico spazio imperiale - Asia centrale, Medioriente, Libia - il risorgente nazionalismo russo e l'esigenza dell'Iran di difendere, anche manu militari, " 'islamismo in un paese solo". Così Erdogan ha dovuto fare i conti con il disegno iraniano in Siria, mirato a consolidare la cintura sciita …
La rinata vocazione neottomana della Turchia ha incrociato, nel suo tentativo di riacquistare profondità strategica nell'antico spazio imperiale - Asia centrale, Medioriente, Libia - il risorgente nazionalismo russo e l'esigenza dell'Iran di difendere, anche manu militari, " 'islamismo in un paese solo". Così Erdogan ha dovuto fare i conti con il disegno iraniano in Siria, mirato a consolidare la cintura sciita …
La decisione della Turchia di lasciare via libera, verso l'Europa, ai profughi siriani non ha, per una volta, come obiettivo principale quello di rimonetizzare la sua funzione di gendarme per conto Ue, ma quello di un chiarimento strategico con la Russia. Lo scontro in corso a Idlib, dove si combattono le forze di Assad, sostenute da Russia e Iran, e l'opposizione armata siriana appoggiata dalla Turchia, è occasione per una resa dei conti tra il "Sultano" e lo "Zar", alleati dagli interessi divergenti.
La rinata vocazione neottomana della Turchia ha incrociato, nel suo tentativo di riacquistare profondità strategica nell'antico spazio imperiale - Asia centrale, Medioriente, Libia - il risorgente nazionalismo russo e l'esigenza dell'Iran di difendere, anche manu militari, " 'islamismo in un paese solo". Così Erdogan ha dovuto fare i conti con il disegno iraniano in Siria, mirato a consolidare la cintura sciita a difesa della Repubblica Islamica, e con il sostegno del Cremlino a Assad. Oltre che con la sempiterna ricerca russa di uno sbocco nel Mediterraneo, che in Libia vede Putin a fianco di Haftar e Erdogan accanto a Serraj. Al Palazzo Bianco si ritiene che l'alleanza di necessità sia ormai troppo sbilanciata a favore di Mosca e Teheran e occorra dare un segnale.
La crisi umanitaria di Idlib è occasione per questo chiarimento tra alleati diffidenti e consente di mettere sul piatto anche la questione dei profughi rifugiatisi in Turchia durante il conflitto, ormai un problema anche economico per Ankara. La Turchia, che in accordo con Mosca, ha messo fine all'esperienza curda del Rojava, e puntava a fare della fascia di cuscinetto in Siria uno spazio in cui rimpatriare parte degli oltre tre milioni e mezzo di profughi siriani, vede vanificata dalla fuga di massa da Idlib ogni possibile progetto di "sostituzione demografica".
In vista della fine del conflitto, Erdogan vuole ora negoziare con Putin un accordo che tuteli gli "interessi nazionali" turchi nell'area. Un braccio di ferro che mette a dura prova i loro complicati rapporti. Nella vicenda siriana il Cremlino ha cercato di mantenere sia l'aiuto militare a Assad, sia la partnership con la Turchia. La scelta di Ankara mette ora Mosca di fronte a un bivio: sostenere il primo o accettare l'influenza della seconda nella Siria settentrionale? La Turchia chiede anche alla Russia di frenare l'influenza in Siria dell'Iran, che a Idlib schiera milizie di "volontari" sciiti afghani e pakistani. Presenza ingombrante, quella di Teheran, alla quale però Mosca non può rinunciare. Pena la ripresa dell'onda jihadista e la fibrillazione dell'ancora debole regime di Damasco.
La centralità della Russia nella regione deriva dalla possibilità di influenzare i diversi attori del conflitto ma il geometrico sistema ad alleanze variabili costruito dagli strateghi putiniani è, comunque, a somma zero. Non è detto che per gli altri giocatori ogni perdita sia accettabile.
Se Mosca sceglie Assad, preserva l'integrità territoriale siriana ma lacera i rapporti con i turchi, decisivi per amplificare il ruolo russo nei diversi scenari neottomani. Se riconosce come partner strategico Ankara, con cui le relazioni si sono estese all'ambito militare con l'acquisto dei missili S-400, irrita gli iraniani. L'uso politico dei profughi, per una volta, non ha come solo bersaglio l'Europa, alla quale Erdogan, attraverso la Germania, chiede non solo stanziamenti ma anche di fare pressione sulla Russia: punta dritto sul Cremlino.
La rinata vocazione neottomana della Turchia ha incrociato, nel suo tentativo di riacquistare profondità strategica nell'antico spazio imperiale - Asia centrale, Medioriente, Libia - il risorgente nazionalismo russo e l'esigenza dell'Iran di difendere, anche manu militari, " 'islamismo in un paese solo". Così Erdogan ha dovuto fare i conti con il disegno iraniano in Siria, mirato a consolidare la cintura sciita a difesa della Repubblica Islamica, e con il sostegno del Cremlino a Assad. Oltre che con la sempiterna ricerca russa di uno sbocco nel Mediterraneo, che in Libia vede Putin a fianco di Haftar e Erdogan accanto a Serraj. Al Palazzo Bianco si ritiene che l'alleanza di necessità sia ormai troppo sbilanciata a favore di Mosca e Teheran e occorra dare un segnale.
La crisi umanitaria di Idlib è occasione per questo chiarimento tra alleati diffidenti e consente di mettere sul piatto anche la questione dei profughi rifugiatisi in Turchia durante il conflitto, ormai un problema anche economico per Ankara. La Turchia, che in accordo con Mosca, ha messo fine all'esperienza curda del Rojava, e puntava a fare della fascia di cuscinetto in Siria uno spazio in cui rimpatriare parte degli oltre tre milioni e mezzo di profughi siriani, vede vanificata dalla fuga di massa da Idlib ogni possibile progetto di "sostituzione demografica".
In vista della fine del conflitto, Erdogan vuole ora negoziare con Putin un accordo che tuteli gli "interessi nazionali" turchi nell'area. Un braccio di ferro che mette a dura prova i loro complicati rapporti. Nella vicenda siriana il Cremlino ha cercato di mantenere sia l'aiuto militare a Assad, sia la partnership con la Turchia. La scelta di Ankara mette ora Mosca di fronte a un bivio: sostenere il primo o accettare l'influenza della seconda nella Siria settentrionale? La Turchia chiede anche alla Russia di frenare l'influenza in Siria dell'Iran, che a Idlib schiera milizie di "volontari" sciiti afghani e pakistani. Presenza ingombrante, quella di Teheran, alla quale però Mosca non può rinunciare. Pena la ripresa dell'onda jihadista e la fibrillazione dell'ancora debole regime di Damasco.
La centralità della Russia nella regione deriva dalla possibilità di influenzare i diversi attori del conflitto ma il geometrico sistema ad alleanze variabili costruito dagli strateghi putiniani è, comunque, a somma zero. Non è detto che per gli altri giocatori ogni perdita sia accettabile.
Se Mosca sceglie Assad, preserva l'integrità territoriale siriana ma lacera i rapporti con i turchi, decisivi per amplificare il ruolo russo nei diversi scenari neottomani. Se riconosce come partner strategico Ankara, con cui le relazioni si sono estese all'ambito militare con l'acquisto dei missili S-400, irrita gli iraniani. L'uso politico dei profughi, per una volta, non ha come solo bersaglio l'Europa, alla quale Erdogan, attraverso la Germania, chiede non solo stanziamenti ma anche di fare pressione sulla Russia: punta dritto sul Cremlino.