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Renzo sul carro dei monatti, in una illustrazione dei Promessi sposi 

I libri al tempo della peste

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Manzoni e "I promessi sposi"? Vero, ma troppo facile. Ci sono altri classici dimenticati che hanno raccontato il mondo alle prese con il virus
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Chissà se il buon Manzoni, nell'aldilà, si sfrega le mani per questo inatteso revival di popolarità mediatica. Da quando il Covid-19 ha fatto man bassa di ogni spazio disponibile su giornali, siti e talk-tv, non c'è analfabeta che non si senta tenuto ad ammorbare il prossimo con una lectio magistralis manzoniana, e di questo passo non mi stupirei di niente, compresa una candidatura de I promessi sposi al Premio Strega. Tant'è, funziona così, la cronaca resuscita i classici promuovendoli a inattesi bestseller, e se un malaugurato giorno si estinguessero i capodogli tutti comprerebbero Moby Dick, così come è garantito che al primo umanoide assemblato in laboratorio schizzerebbero le vendite di Frankenstein, e al minimo segno di vita extraterrestre brinderebbero gli eredi di Wells. In questo inizio di 2020, però, la parola d'ordine è la peste, e dunque si corre in libreria (salvo temere assembramenti co…
Chissà se il buon Manzoni, nell'aldilà, si sfrega le mani per questo inatteso revival di popolarità mediatica. Da quando il Covid-19 ha fatto man bassa di ogni spazio disponibile su giornali, siti e talk-tv, non c'è analfabeta che non si senta tenuto ad ammorbare il prossimo con una lectio magistralis manzoniana, e di questo passo non mi stupirei di niente, compresa una candidatura de I promessi sposi al Premio Strega. Tant'è, funziona così, la cronaca resuscita i classici promuovendoli a inattesi bestseller, e se un malaugurato giorno si estinguessero i capodogli tutti comprerebbero Moby Dick, così come è garantito che al primo umanoide assemblato in laboratorio schizzerebbero le vendite di Frankenstein, e al minimo segno di vita extraterrestre brinderebbero gli eredi di Wells. In questo inizio di 2020, però, la parola d'ordine è la peste, e dunque si corre in libreria (salvo temere assembramenti contagiosi) alla spasmodica ricerca di titoli letterario-epidemiologici, da cui stillare la consolatoria conferma che tutto è solo un déjà-vu. E sia. Vediamo allora di assistere il lettore fornendogli un'opportuna lista, da cui tuttavia mi permetterei di estromettere le scelte più scontate, quelle reperibili da chiunque digitando online il prodigioso connubio "virus-libri".

Non ce ne vogliano quindi il Manzoni e il Boccaccio se li togliamo così dal mazzo, ma davvero non se ne può più di sentir citare Colonne Infami ogni volta che compare una fake news, o scomodare il Decamerone quando si vuol conferire un'aura poetica al tedio casalingo della quarantena. Altrettanto banale - da ricerca della terza media, siamo sinceri - è la menzione de La peste di Camus, dove peraltro il contagio biologico vale come metafora di un ben più complesso degrado politico. Del romanzo non si può tuttavia non ricordare quel folgorante passaggio in vista del finale, con il commerciante Cottard che impazzito apre il fuoco sulla folla perché gli rode che l'emergenza stia finalmente rientrando (e il pensiero corre ai flaconi di Amuchina venduti come bottiglie di Château Margaux).
Sul versante degli antichi greci, è tornato in auge nell'ultima settimana perfino l'ostico Tucidide con il suo resoconto sull'epidemia del 430 a.C., mentre pochi ricordano che anche l'Edipo re di Sofocle è interamente costruito sulla peste di Tebe e sul disperato tentativo di fornire una risposta alla domanda "perché diamine sta accadendo proprio a noi?...": ne riconsiglio la lettura, che peraltro vale sempre lo sforzo, anche in assenza di impellenze esterne, virali o freudiane che siano.

Proseguirei con un altro curioso assente dalle nostre hit parade di emergenza biologica, ovvero il latino Lucrezio, cui invece si deve una delle descrizioni più impressionanti dell'epidemia ("balbettavano i medici, in un muto sgomento"). Saltiamo adesso alla grande Peste Nera di metà Trecento, ma siccome ci siamo imposti di omettere il Boccaccio, vi invitiamo semmai a riscoprire come la stessa apocalisse la raccontasse drammaticamente il Petrarca (a cui il virus, non scordiamolo, strappò l'amata Laura): "intorno a me, a perdita d'occhi, vedo solo montagne di cadaveri, d'ogni età, e so che non v'è per me ricovero dove possa sfuggirgli...". Se poi volessimo cercare un altro punto di vista anche per la peste seicentesca del Manzoni, la scelta cadrebbe su Diario dell'anno della peste di Daniel Defoe - ai più noto come autore di Robinson Crusoe - il quale si improvvisa reporter ante-litteram per darci l'affresco di una metropoli allo sbando, e il libro non manca di momenti suggestivi, fra tutti quella visione panoramica di morte e rovina dall'alto della collina di Greenwich. Proseguiamo. Quando si profila un tema torbido e angosciante, potrebbe mai mancare all'appello Edgar Allan Poe? E infatti neanche stavolta si fa sfuggire l'occasione: La maschera della morte rossa è un racconto del 1842, da rileggersi immaginandolo come l'avrebbe girato il Kubrick di Eyes wide shut, fra festini orgiastici e convitati più che sinistri.

Curioso è anche La peste scarlatta di Jack London, che immaginava (nel 2013, aveva sbagliato di sette anni...) una pandemia tale da resettare l'intero genere umano. Il libro di London venne peraltro pubblicato nel 1912, cioè nello stesso anno in cui Thomas Mann dava alle stampe La morte a Venezia, capolavoro troppo impegnativo per figurare fra i virus-books di questi giorni, eppure titolo immancabile in una rassegna letteraria sul tema dell'epidemia. Ma non ne escluderei nemmeno Il porto di Guy de Maupassant, racconto terribile poi riscritto da Tolstoj, in cui un marinaio appena sbarcato fa i conti con le devastanti conseguenze (anche morali) di un contagio che gli ha sterminato la famiglia.

Tornando infine all'Italia, ci sono alcune pagine che almeno con il pretesto del virus avrebbero diritto a essere riesumate dall'oblio in cui sono cadute, con tutto il rispetto per chi pensa che la letteratura del contagio debba per forza passare da Stephen King e Dan Brown. Del colera, ad esempio, si occuparono il Capuana (Il medico dei poveri) e a più riprese De Roberto. E se proprio vogliamo parlare di quanto è spregevole la caccia all'untore, allora perché non riportare alla luce la relazione di Edmondo De Amicis sull'epidemia del 1867, con quella drammatica descrizione del tentato linciaggio di un soldato, all'insegna di "Dove lo tieni il veleno?...". Oppure, ancora meglio, potremmo finalmente riscoprire un gioiello come Quelli del colera di Giovanni Verga: è un testo sorprendente, credetemi, violentissimo e di inaudita verità, in cui si narra l'accanirsi di un intero paese contro un baraccone di attori girovaghi, linciati perché ritenuti portatori del contagio.
Quell'immagine del capocomico che "col sangue giù per la faccia, i capelli irti, gli occhi fuori della testa" tenta di salvare dalle fiamme i suoi burattini e costumi di scena, rappresenta un fotogramma di lucidissima forza narrativa, e al tempo stesso racconta fino a che punto possa spingersi la paura collettiva di quel male invisibile e infido che - lo stiamo vedendo e vivendo - infetta l'animo ben più del corpo.